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VITA DI LUIGI PIRANDELLO

VITA DI LUIGI PIRANDELLO

VITA DI LUIGI PIRANDELLO


Luigi Pirandello nasce a Girgenti (Agrigento) nel 1867, da una famiglia borghese di agiate condizioni economiche. La  sua infanzia  non fu sempre serena, ma, come lui stesso avrebbe raccontato nel 1935, caratterizzata anche dalla difficoltà di comunicare con gli adulti, soprattutto con i suoi genitori, in modo particolare con il padre. Questo lo stimolò ad affinare le sue capacità espressive ed a studiare il modo di comportarsi degli altri per cercare di corrispondervi al meglio. Fin da ragazzo soffriva d’insonnia e dormiva abitualmente solo tre ore per notte.

Il giovane Luigi era molto devoto alla Chiesa Cattolica, grazie all’influenza che ebbe su lui una serva di famiglia, che lo avvicinò alle pratiche religiose, ma inculcandogli anche credenze superstiziose fino a convincerlo della paurosa presenza degli spiriti. La chiesa ed i riti della confessione religiosa gli permettevano di accostarsi ad un’esperienza di misticismo, che cercherà di raggiungere in tutta la sua esistenza. Si allontanò dalle pratiche religiose per un avvenimento apparentemente di poco conto: un prete aveva truccato un’estrazione a sorte per far vincere un’immagine sacra al giovane Luigi; questi rimase così deluso dal comportamento inaspettatamente scorretto del sacerdote che non volle più avere a che fare con la Chiesa, praticando una religiosità del tutto diversa da quella ortodossa.

Dopo l’istruzione elementare impartitagli da maestri privati, andò a studiare in un istituto tecnico e poi al ginnasio. Qui si appassionò subito alla letteratura. A soli undici anni, scrisse la sua prima opera, “Barbaro”, andata perduta. Per un breve periodo, nel 1886, aiutò il padre nel commercio dello zolfo e poté conoscere direttamente il mondo degli operai nelle miniere e quello dei facchini delle banchine del porto mercantile.

Iniziò i suoi studi universitari a Palermo nel 1886, per recarsi in seguito a Roma, dove continuò i suoi studi di filologia romanza che poi, anche a causa di un insanabi


A Bonn, importante centro culturale di quei tempi, Pirandello seguì i corsi di filologia romanza ed ebbe l’opportunità di conoscere grandi maestri. Si laureò nel 1891 con una tesi sulla parlata agrigentina, in cui descrisse il dialetto della sua città e quelli dell’intera provincia, che suddivise in diverse aree linguistiche.le conflitto con il rettore dell’università, dovette completare a Bonn. 

Nel 1892, Pirandello si trasferì a Roma, dove poté mantenersi grazie agli assegni mensili inviati dal padre. Qui conobbe Luigi Capuana, che lo aiutò molto a farsi strada nel mondo letterario e che gli aprì le porte dei salotti intellettuali, dove ebbe modo di conoscere giornalisti, scrittori, artisti e critici.

Nel 1894, a Girgenti, Pirandello sposò Maria Antonietta Portulano, figlia di un ricco socio del padre. Questo matrimonio concordato soddisfaceva anche gli interessi economici della famiglia di Pirandello. Nonostante ciò, tra i due coniugi nacquero veramente l’amore e la passione. Grazie alla dote della moglie, la coppia godeva di una situazione molto agiata, che permise ai due di trasferirsi a Roma.

Nel 1895, a completare l’amore tra gli sposi, nacque il primo figlio: Stefano, a cui seguirono due anni dopo, Rosalia e nel 1899 Fausto.

Nel 1904, un allagamento ed una frana nella miniera di zolfo di Aragona di proprietà del padre, nella quale era stata investita parte della dote di Antonietta e da cui anche Pirandello e la sua famiglia traevano un notevole sostentamento, li ridusse sul lastrico.

Questo avvenimento accrebbe il disagio mentale, già manifestatosi, della moglie di Pirandello, Antonietta. Ella era sempre più spesso soggetta a crisi isteriche, causate anche dalla gelosia, a causa delle quali o lei rientrava dai genitori in Sicilia o Pirandello era costretto a lasciare la casa.

Solo diversi anni dopo, nel 1919, egli, ormai disperato, acconsentì che Antonietta fosse ricoverata in un ospedale psichiatrico. La malattia della moglie portò lo scrittore ad approfondire, portandolo ad avvicinarsi alle nuove teorie sulla psicoanalisi di Sigmund Freud, lo studio dei meccanismi della mente e ad analizzare il comportamento sociale nei confronti della malattia mentale.

Spinto dalle ristrettezze economiche e dallo scarso successo delle sue prime opere letterarie, e avendo come unico impiego fisso la cattedra di stilistica all’Istituto superiore di magistero femminile (che tenne dal 1897 al 1922), lo scrittore dovette impartire lezioni private di italiano e di tedesco, dedicandosi anche intensamente al suo lavoro letterario. Dal 1909, iniziò anche una collaborazione con il Corriere della Sera.

L’episodio più discusso della biografia di Pirandello riguarda la sua adesione al fascismo .Nel 1924, nel pieno della bufera politica scatenata dall’assassinio del  deputato socialista Giacomo Matteotti, con un breve telegramma indirizzato a Mussolini, Pirandello dichiarò di voler aderire come <<umile e obbediente gregario>> al partito fascista. L’episodio appare paradossale (e molto pirandelliano), perché  avvenne nel momento di maggiore debolezza politica del regime, allorché le opposizioni sembravano  sul punto di far cadere il governo. Pirandello divenne fascista per più motivi: per il suo innato gusto dell’andare controcorrente; per la sua radicata diffidenza verso i partiti politici tradizionali; per un bisogno di certezze, oltre le barriere del suo relativismo; infine e soprattutto, per il sogno di favorire così la nascita di un teatro di stato, protetto e sovvenzionato dal regime. Le illusioni, però, caddero presto. Pirandello man mano si sottrasse all’abbraccio del regime, viaggiando molto e risiedendo spesso all’estero; nel 1930, pronunciò all’Accademia d’ Italia , di cui era stato nominato membro l’anno prima, un discorso commemorativo su Verga,  che suonava  aspramente critico verso D’annunzio, all’epoca l’intellettuale fascista prestigioso. Quando nel 1934  gli fu assegnato il premio Nobel, la critica ufficiale accolse con freddezza il riconoscimento. L’ultimo dispetto giocato da Pirandello al regime fu il proprio funerale, che lui volle poverissimo. Di fronte alla volontà del  fascismo di celebrare le solenni esequie di stato dell’autore italiano più celebre al mondo, questi riprendeva intatta la sua libertà, riaffermando la sua voglia di solitudine e di lontananza da tutto.

Luigi Pirandello amava trascorrere ampi periodi dell’anno nella quiete di Soriano nel Cimino, un’amena e bella cittadina ricca di monumenti storici ed immersa nei boschi del Monte Cimino. In particolare, Pirandello rimase affascinato dalla maestosità e dalla quiete di uno stupendo castagneto situato nella località di “Pian della Britta”, a cui volle dedicare un’omonima poesia, che oggi è scolpita su una lapide di marmo posta proprio in tale località.

Pirandello ambientò a Soriano nel Cimino (citando luoghi, località e personaggi realmente esistiti) anche due tra le sue più celebri novelle “Rondone e Rondinella e Tomassino ed il filo d’erba”. A Soriano nel Cimino, è rimasto vivo ancora oggi il ricordo di Pirandello a cui sono dedicati monumenti, lapidi e strade.

La guerra fu un’esperienza dura per Pirandello; il figlio Stefano venne infatti imprigionato dagli Austriaci; una volta rilasciato, ritornò in Italia gravemente malato e con i postumi di una ferita. Durante la guerra, inoltre, le condizioni psichiche della moglie si aggravarono al punto da rendere inevitabile il ricovero in manicomio (1919), dove rimase sino alla morte.

Dopo la guerra, lo scrittore si immerse in un lavoro frenetico, dedicandosi soprattutto al teatro. Nel 1925, fondò la Compagnia del Teatro d’Arte di Roma con due grandissimi interpreti dell’arte pirandelliana: Marta Abba e Ruggero Ruggeri. Con questa compagnia, cominciò a viaggiare per il mondo: le sue commedie vennero rappresentate anche nei teatri di Broadway. Nel 1929, gli venne conferito il titolo di Accademico d’Italia. Nel giro di un decennio, arrivò ad essere il drammaturgo di maggior fama nel mondo, come testimonia il premio Nobel per la letteratura ricevuto nel 1934.

Grande appassionato di cinematografia, mentre assisteva a Cinecittà alle riprese di un film tratto dal suo “Il fu Mattia Pascal”, si ammalò di polmonite. Aveva già subito due attacchi di cuore ed il suo corpo, ormai segnato dal tempo e dagli avvenimenti della vita, non sopportò oltre. Pirandello morì, lasciando incompiuto un nuovo lavoro teatrale “I giganti della montagna”.

Il regime fascista avrebbe voluto esequie di Stato. Vennero invece rispettate le sue volontà espresse nel testamento: “Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi”. Per sua volontà, il corpo fu cremato, per evitare postume consacrazioni cimiteriali e monumentali. Le sue ceneri furono portate nella sua tenuta di contrada “Caos” e, solo dopo alcuni anni, furono incassate in una scultura.


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