VERGA IL PENSIERO E LA POETICA

VERGA IL PENSIERO E LA POETICA

VERGA IL PENSIERO E LA POETICA


due prefazioni. Nella prefazione in forma di lettera all’amico Salvatore Farina che scrisse nel 1880 per L’amante di Gramigna (una delle novelle di Vita dei campi), e nella prefazione scritta nel 1881 per I Malavoglia, Verga espose le sue idee sulla letteratura.
il romanzo perfetto vive di vita propria. Nella lettera a Farina definiva come «la più completa e la più umana» delle opere d’arte. Scriveva, esponendo una delle principali tesi del verismo, che un romanzo raggiunge la perfezione quando il rapporto tra tutte le sue parti è così equilibrato da non lasciare avvertire la presenza dell’autore, da consentire che l’opera viva di vita propria: «l’armonia delle sue forme sarà così perfetta, la sincerità della sua realtà così evidente, il suo modo e la sua ragione di essere così necessarie, che la mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile, e il romanzo avrà l’impronta dell’avvenimento reale, e l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé, (…) come un fatto naturale, senza serbare alcun punto di contatto col suo autore».

l’analisi di una tendenza dell’umanità. Nella prefazione a I Malavoglia Verga definiva il progettato ciclo di romanzi (in un primo tempo chiamato Marea, poi Vinti) come l’analisi accurata (uno «studio sincero e spassionato») di un segmento fondamentale dell’attività umana: la «ricerca del meglio».
ambizioni sempre più complesse. Il ciclo parte dall’analisi applicata alle classi sociali più umili, in cui la «ricerca del meglio» è ancora soltanto la lotta per i bisogni materiali (I Malavoglia); poi passa alla lotta per arricchirsi, esaminata in un tipo borghese (Mastro-don Gesualdo) per proseguire con la nobiltà e le ambizioni più complesse (nei romanzi che non vennero realizzati: Duchessa di Leyra; L’onorevole Scipioni; L’uomo di lusso).
le passioni degli umili sono più semplici. L’analisi viene applicata prima ai più umili perché in loro «il meccanismo delle passioni […] è meno complicato, e potrà quindi osservarsi con maggiore precisione. […]. A misura che la sfera dell’azione umana si allarga, il congegno della passione va complicandosi». Verga aveva del mondo contadino una visione evidentemente idealizzata, come di un mondo “primitivo”, alternativo al mondo borghese della moderna civiltà industriale, complesso e artificiale.
I vinti rimangono ai margini. L’incessante movimento in avanti dell’umanità, «dalla ricerca del benessere materiale alle più elevate ambizioni», lascia ai suoi margini i deboli, i «vinti che […] piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori d’oggi, affrettati anch’essi, avidi anch’essi d’arrivare, e che saranno sorpassati domani. I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo, la duchessa de Leyra, L’onorevole Scipioni, L’uomo di lusso sono altrettanti vinti che la corrente ha deposti sulla riva, dopo averli travolti e annegati».
positivismo pessimista. L’idea di progresso, positiva nell’ideologia del positivismo, viene dunque da Verga impietosamente privata di ogni ingenuo ottimismo: è vero che il cammino dell’umanità in avanti è incessante, ma è altrettanto vero che ha un prezzo. A vincere nella lotta per l’esistenza non è il più giusto, ma il più forte e spietato.
Lo scrittore È solo un osservatore. Lo scrittore non è che un osservatore con il compito di riprodurre la realtà con assoluta precisione e sincerità: «Chi osserva questo spettacolo non ha il diritto di giudicarlo; è già molto se riesce a trarsi un istante fuori della lotta per studiarla senza passione, e rendere la scena nettamente, coi colori adatti, tale da dare la rappresentazione della realtà com’è stata, o come avrebbe dovuto essere».