ULTIMO CANTO DI SAFFO LEOPARDI PARAFRASI

ULTIMO CANTO DI SAFFO LEOPARDI PARAFRASI

ULTIMO CANTO DI SAFFO LEOPARDI PARAFRASI

L’Ultimo canto di Saffo è una canzone filosofica di Giacomo Leopardi composta nel mese di maggio del 1822.


Oh placida notte e trasparente raggio della tramontante luna; e tu stella di venere che annunci il giorno fra la silenziosa selva da sopra la rupe; voi foste ai miei occhi dilettose e care sembianze, fino a quando non vissi le furie dell’amore e il mio spietato destino; il dolce spettacolo della natura non rallegra gli animi infelici. Una felicità inconsueta ravviva noi (animi infelici), quando l’onda dei venti turbina nell’aria limpida, e quando il tuono, tuonando sopra di noi, squarcia l’aria tenebrosa del cielo. A noi piace stare tra le nebbie e ci piace andare per le colline e per le profonde valli, a noi piace vedere la disordinata fuga delle greggi impaurite, a noi piace sentire il fragore e il movimento dell’onda di un fiume in piena presso la pericolosa sponda.

Il tuo manto è bello, o divino cielo, e tu, o terra rugiadosa, sei bella. Ahi gli Dei e la sorte crudele non fecero partecipare in alcun modo alla povera Saffo di così tanta infinita bellezza. Io, addetta ai tuoi supremi regni, come una vile e fastidiosa ospite, e come un’amante disprezzata, o natura, rivolgo invano e supplichevole il mio cuore e i miei occhi alle tue belle e graziate forme. Il soleggiato luogo e il mattutino albore non mi sorride; né il canto dei colorati uccelli né il mormorio dei faggi mi sorride; né un luogo mi sorride dove il chiaro rivo fa scorrere le sue limpide acque e sottrae, mostrando sdegno, le sue serpeggianti acque al mio malfermo piede che nella fuga urta le profumate rive.

Di quale colpa, di quale misfatto gravissimo mi resi colpevole prima della mia nascita, così che il cielo e la sorte mi mostrarono un volto tanto ostile? In che cosa peccai bambina, quando la vita è priva di misfatti, quando poi privata della giovinezza e del fiore della vita, così che il filo oscuro della mia vita fosse filato nel fuso dell’implacabile Parca? La tua bocca fa domande inspiegabili; una legge misteriosa muove i predestinati eventi; tutto ciò che accade nell’universo è misterioso, tranne il nostro dolore. Noi uomini siamo una specie disprezzata e nascemmo per dolerci e la ragione del nostro dolore è posta sulle ginocchia degli Dei. Oh desideri, oh speranze, della mia più verde gioventù! Giove ha dato dominio duraturo sulle genti alle forme, alle belle forme; e la virtù non appare nelle grandi imprese, né nella dotta poesia né nel canto, se posta in un corpo disadorno.

Morirò. E dopo che il mio corpo indegno rimarrà a terra, la mia anima nuda fuggirà verso Dite, dio degli inferi, e correggerà il tremendo e crudele errore del cieco dispensatore dei casi. E tu, Faone, a cui un lungo amore e una lunga fedeltà e una inutile passione mai appagata mi tenne legata, vivi felice se mai un uomo mortale è vissuto felice sulla terra. Giove non mi ha bagnata con il suo prezioso liquore conservato nella piccola ampolla, cosi ché le illusioni e i sogni della mia fanciullezza perirono. Ogni giorno più lieto della nostra età per primo fugge. La malattia, la vecchiaia ed infine la gelida morte subentra. Ecco, adesso, solo il Tartaro mi resta, fra i tanti sognati onori e i lusinghevoli sogni della giovinezza ora troncati dalla realtà e, qui, dalla morte imminente; e la tenaria Proserpina e la buia notte e la silenziosa riva già posseggono il mio alto e raro ingegno.


PARAFRASI ULTIMO CANTO DI SAFFO LEOPARDI


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