UGO FOSCOLO LE GRAZIE RIASSUNTO

UGO FOSCOLO LE GRAZIE RIASSUNTO

UGO FOSCOLO LE GRAZIE RIASSUNTO


Accanto ai Sepolcri, le Grazie costituiscono l’altro vertice della poesia foscoliana. Il momento culminante della composizione si ebbe fra il 1812 e il 1813, quando il Foscolo si trovava nella villa di Bellosguardo presso Firenze. Da allora fino alla sua morte, continuò a lavorare, saltuariamente, al poemetto. Questa è la trama ideale del carme. Le Grazie sono concepite come divinità intermedie fra il cielo e la terra, figlie di Venere, simbolo, a sua volta dell’universale bellezza e armonia dell’universo. Tale armonia esse cercano di attuare nel nostro mondo, suscitando nel cuore degli uomini gli affetti più nobili e puri mediante le belle arti, che vincono la loro ferinità naturale e primitiva e li dispongono alla civiltà. Nel primo inno, dedicato a Venere, abbiamo una grandiosa fantasia di sapore vichiano. Il secondo inno è dedicato a Vesta. La scena è collocata a Bellosguardo, dove si svolge un rito alle grazie: sacerdotesse sono tre bellissime donne, amate dal poeta, Eleonora Nencini, Cornelia Martinetti, Maddalena Bignami. Esse rappresentano rispettivamente, la musica, la poesia, la danza, che hanno un influsso rasserenatore e ispiratore d’armonia nel cuore dell’uomo. Il terzo inno è intitolato a Pallade, e ci trasporta nella mitica terra d’Atlantide, simbolo del mondo superiore della poesia, sottratto al tempo e all’incomposte passioni, espressioni della suprema armonia spirituale. Il poeta non è riuscito a dare ai singoli episodi una continuità logica strutturale. Il Foscolo crea una nuova mitologia, con le sue immagini d’intatto splendore, in cui si condensano il suo culto per la bellezza e lo slancio verso il perfetto e l’eterno, la sua aspirazione a sottrarre i più alti valori spirituali a tempo, alla morte, alla cupa violenza delle passioni. La divulgazione del poemetto seguì un percorso assai accidentato. Le Grazie restano così allo stato di frammenti, anche se con evidente unità di concezione e di stile. L’accoglienza del pubblico non fu favorevole nell’ottocento, quando, a partire dagli ultimi anni della vita del Foscolo, anzi, dal 1816, la letteratura italiana si avviò, sia pure con un itinerario parziale e contrastato, sulla via segnata dal Romanticismo, rifiutando il classicismo e l’uso della mitologia, e cioè due motivi fondamentali delle Grazie; e d’altronde la scarsa conoscenza di esse non rendeva possibile comprenderne l’originalità, pur dentro una struttura che ai nuovi scrittori appariva ormai desueta. L’armonia cercata invano nella rappresentazione dei contrasti più violenti che agitavano la vita del Foscolo e dei tempi suoi e che egli felicemente aveva tentato di proiettare su di uno sfondo eroico, era in quei frammenti sparsi in cui giorno per giorno essa era scaturita limpida liberandosi delle disarmonie della vita. <>.

Ricordiamo ancora una volta il meditato passo dello scritto inglese: certo, attendendolo a raccogliere e a completare quegli sparsi frammenti, il Foscolo dovette riconoscere in essi l’opera caratteristica della poesia, quali egli la definirà nello scritto citato, la scoperta di un’armonia reale latente in ogni cosa, le eliminazione delle disarmonie che inevitabilmente ci affliggono. E che sono le Grazie così come ci sono rimaste se non la quotidiana scoperta dell’armonia da parte dell’autore, che giorno per giorno fra i suoi libri, sulle terre in cui vive, nel sorriso e nel sospiro di una donna, ritrova con commozione calma quell’armonia da lui presentita? In questi versi non ci si presenta più uno spirito, il quale, rapito da un improvviso entusiasmo, guarda all’intimo equilibrio, che rivela dall’alto dei secoli la vita umana, ma uno spirito che, animato da un tranquillo e moderato fervore, guarda, distogliendo lo sguardo dalle <> e dallo <>, allo spettacolo alterno del piacere e del dolore egualmente necessari all’uomo così come lo offrono gli aspetti usali della vita da questa contemplazione alza il capo ricreato. Compare in questi versi, ne potrebbe mancare in una poesia fosco liana, l’immagine del sepolcro, ci parli il Foscolo dei sacri poeti che gli appaiono dai <>, o delle Parche che col canto accompagnano gli eroi vaticinando <> e la gloria dei campi Elisi i, con più personale commozione, dell’unica amica, che >, ma compare, si vede, come l’eco di una poesia di un giorno, perduta l’intensità di allora quando urgeva alla fantasia come motivo unico ed esclusivo: <> che sono cortesi delle “note storie” l Foscolo non ci commuovono certo come i vati ispiratori dei Sepolcri, il canto delle Parche è ben più tenue dell’indimenticabile canto della leggenda della Maratona, e lo stesso accennò al sepolcro proprio, forse lontano, e alla pietosa amica perde di vigore se ricordiamo le chiuse visioni di dolore e di pietà della madre del sonetto In morte del fratello Giovanni e delle figure femminili dei Sepolcri. Ma l’atmosfera delle Grazie non è più solitaria atmosfera che si stende su solitario recinto delle tombe, fra le quali l’umanità ci sta dinanzi chiusa nella linea di un passato definitivo, bensì un aperta e viva atmosfera, che avvolge Galileo contemplante nella notte serena o la “vergine romita” a cui Amore manda rimembranze improvvise, o l’amica che tutta la notte piange col rosignolo presso un lago scintillante, o venere che fra uno sfolgorio di luce e di onde esce con le Grazie dal mare: in questa vita, senza portarsi aldilà della morte, il poeta ha trovato la capacità di evadere al tumulto del mondo e al mondo rapire, con una breve contemplazione, quegli spettacoli, aspirazioni eroiche e aspirazioni sentimentali, aspirazione voluttuose e aspirazione di purezza e serenità. Quasi meravigliandosi egli stesso e indovinando la meraviglia dei lettori, il poeta avverte questo singolare accordo tra l’animo suo “avverso nel mondo” e alcuni spettacoli della vita reale, che gli vengono incontro o dai vecchi libri fra cui medita dallo stesso presente in cui vive.

“darà meraviglia che si fatta poesia possa essere uscita in un sì fatti tempi, e da un’anima angariata dalla fortuna, e per decreto di natura nutrita sempre delle pensosa Melanconia”. Le Grazie non contraddicono, ma compiono l’opera interiore del Foscolo: segnano il momento, in cui vive la tendenza palese in tutta l’arte fosco liana verso la contemplazione serenatrice, si è fatta, per una diuturna esperienza di poesia,, consuetudine e non più si manifesta per l’ispirazione di qualche singolare figura o di un’ora diversa da tutte le altre, ma al contatto con le cose più semplici e più familiari al poeta, quelle che sono più legate al suo affetto e alle sue abitudini. Il giovane, che, liberandosi da un presente tragico, vagheggiava perfette figure femminili, o in breve istanti di riflessioni riusciva a dominare anche la propria disperazione e comporla nell’ordine dell’universo, e più tardi, meditando accanto a sepolcri, scorgeva fra i segni della distruzione di individui e di popoli una perenne ragione di conforto, ora, nella sua maturità, rivolge lo sguardo alle cose che più gli sono vicine, e la poesia, anima della sua anima, gli si rivela negli aspetti più semplici, nelle ore più comuni della vita. La chiarezza e l’evidenza della rappresentazione sono caratteristica di quest’ultima poesia fosco liana: diversa la materia dei frammenti, diversa la data della composizione, i frammenti tutti delle Grazie hanno il comune carattere di scaturire da una consuetudine di contemplazione, che esclude ogni soverchio entusiasmo, come ogni tono complesso. Sono motivi antichi e motivi nuovi della poesia fosco liana, motivi appena accennati nell’epistolario e motivi liberati da scorie prosastiche di poesie anteriori: ma in tutti e più quelli composti per ultimi, quando quel nuovo ritmo della sua fantasia il poeta era del tutto conscio, è avvertita e sottolineata dal poeta la virtù serenatrice della sua contemplazione. Più grave e religiosa sgorga in questi ultimi versi la poesia del poeta, ma sempre semplice e piana: quando mai il Foscolo raggiunse, come in questi versi,, con la sola collocazione delle parole, tanta virtù di evocazione?

E quivi casti i balli,

Quivi sono pure i canti, e senza brina

I fiori e verdi i prati, ed aureo il giorno

Sempre, e stellate e limpide le notti.

Non è idillio, non è sogno: è la religione, fra cui il poeta vive e che è diventata sua come sicuro possesso: a che parole più forti ed enfatiche? Ma ogni parola ogni pausa non può essere spostata senza distruggere tutto il quadro: di pausa in pausa, il lettore è portato dinanzi ad uno spettacolo sempre più ampio, mentre il cuore ha un senso di purezza sempre maggiore, fino alle notti mirabili, che riempiono l’ultimo verso e avvolgono l’isola pura di una stellata purità.