Traduzione Livio Ab urbe condita V 4-5

Traduzione Livio Ab urbe condita V 4-5

Traduzione Livio Ab urbe condita V 4-5


Non si deve interrompere l’assedio contro Veio

I Romani stavano assediando la città etrusca di Veio da circa un anno, e quindi c’era a Roma chi sosteneva che si dovesse desistere e ritirarsi. Quello che si riporta qui, è un passo del discorso con cui Appio Claudio cerca di convincere i suoi concittadini che è stato giusto intraprendere la guerra e che è bene concluderla vittoriosamente al più presto, se non si vuole subire il contrattacco dei Veienti.

Aut non suscipi bellum oportuit, aut geri pro dignitate populi Romani et perfici quam primum oportet. Decem quondam annos tam procul a domo urbs oppugnata est ob unam mulierem ab universa Graecia (1); nos autem in conspectu prope urbis nostrae (2) annuam oppugnationem perferre piget? Fuerit sane levis huius belli causa, at superiores illas iniurias (3) quis vestrum, Quirites, oblivisci potest? Septies rebellarunt (4); in pace nunquam fida fuerunt; Etruriam omnem adversus nos concitare voluerunt hodieque id moliuntur. Cum his molliter et per dilationes bellum geri oportet? (5) Si reducimus exercitum, quis dubitet illos, non cupiditate solum ulciscendi sed etiam necessitate praedandi, cum sua amiserint, agrum nostrum invasuros? Utinam nunquam illum diem populus noster videat! Ne differamus igitur bellum neve bellum intra fines nostros ferri sinamus.

Livio, Ab urbe condita, V, 4-5

NOTE

1) Si riferisce alla guerra che i Greci combatterono contro Troia per dieci anni.

2) Veio distava da Roma circa venti miglia.

3) Le iniuriae sono quelle che elenca subito dopo.

4) E’ una forma “sincopata”.

5) E’ una domanda retorica.


Traduzione

O sarebbe stato opportuno (indicativo con valore di condizionale; ma è accettabile anche l’indicativo italiano, meglio l’imperfetto: era opportuno, bisognava) non intraprendere la guerra (lett.: che la guerra non fosse intrapresa), o sarebbe opportuno (come sopra) condurla (lett.: che sia condotta) secondo la dignità del popolo romano e portarla a termine (lett.: che sia portata a termine) quanto prima. Un tempo per dieci anni (accusativo di tempo continuato) tanto lontano dalla patria una città (non “la” città, che non ha senso) fu assediata dall’intera Grecia a causa di una sola donna; a noi invece rincresce di portare a termine l’assedio di un anno quasi (prope) in vista della nostra città (cioè, talmente vicini a Roma che quasi possiamo vederla)? Ammettiamo pure che sia stato (fuerit è congiuntivo concessivo) di poco conto il motivo di questa guerra, ma chi di voi, o Quiriti, può dimenticare quelle precedenti (antiche) offese (non “ingiurie”, che in italiano significa insulti, offese verbali)? Per sette volte si sono ribellati; non sono mai stati affidabili in pace (lett.: non sono mai stati in una pace fidata); hanno voluto sollevare tutta l’Etruria contro di noi, e oggi ci provano (lett.: tentano, ordiscono ciò). E’ opportuno condurre la guerra contro questi fiaccamente e in maniera inconcludente (lett.: attraverso dilazioni, rinvii)? Se riportiamo indietro l’esercito, chi potrebbe dubitare (dubitet è congiuntivo dubitativo) che quelli invaderanno la nostra terra, non solo per desiderio di vendicarsi, ma anche per necessità di fare bottino, dato che hanno perso (cum più congiuntivo, con valore causale) tutti i loro beni (lett.: le loro cose)? Voglia il cielo che il nostro popolo non veda mai (videat è congiuntivo desiderativo) quel giorno! Dunque non dilazioniamo (non rinviamo, non portiamo per le lunghe) la guerra e non permettiamo (differamus e sinamus sono congiuntivi esortativi) che la guerra sia portata dentro il nostro territorio.