SVILUPPO DI VENEZIA

SVILUPPO DI VENEZIA

Nel Medioevo Venezia, posta alla frontiera dell’Impero Bizantino, sviluppò un forte spirito d’indipendenza che la portò ad essere la più potente tra le quattro più celebri Repubbliche marinare. Rivaleggiava con Genova e il suo predominio sull’Adriatico era tale che i veneziani indicavano questo mare  con il nome di “Golfo di Venezia”.

 Il capo del governo era il Doge (dal latino  dux), teoricamente eletto a vita, ma in pratica, spesso costretto a rimettere il proprio mandato a seguito di risultati insoddisfacenti del proprio governo. Nei secoli Venezia divenne la capitale della Repubblica Serenissima Veneta, che fu la più lunga e duratura repubblica della storia[1],  fu per secoli una delle maggiori potenze europee e centro di cultura per tutto il continente europeo. Le sue lingue ufficiali furono il latino, il veneto e l’italiano (allora fiorentino). Non divenne mai signoria principesca né monarchia e impero, restando sempre fedele allo spirito repubblicano.

Il governo repubblicano

Le istituzioni veneziane hanno le loro radici nell’Alto Medioevo, quando comparve appunto la figura del Doge  (Dose in lingua venetica). Questi era l’erede del dux, il governatore bizantino.Quando Venezia si rese autonoma dalla sovranità di Bisanzio, il doge, eletto  democraticamente nell’arengo[2],  assunse il potere sulla città. Egli era dotato di poteri molto ampi, ma era affiancato da una assemblea popolare che, nel 1172, fu sostituita dal Maggior Consiglio[3]. Tale organismo, o meglio un gruppo ristretto di persone  interno ad esso chiamato Quarantia, assunse il ruolo di governo effettivo della repubblica relegando il doge a funzioni onorifiche. 

Dal 1297 l’ordinamento istituzionale della città si orientò verso una forma strettamente oligarchica, infatti, con la “serrata”, si stabilì che al Maggior Consiglio potessero partecipare solo coloro che ne fossero già stati membri in precedenza (almeno da quattro anni). In questo modo si limitarono drasticamente le possibilità di ascesa sociale per i nuovi ricchi borghesi che non appartenevano all’élite aristocratica. L’oligarchia bloccò dunque ogni dinamismo sociale e si definì come classe ereditaria.

Questa chiusura non fu però accettata da tutti senza reazioni,  ma l’aristocrazia veneziana reagì col “pugno di ferro” : intorno al  1300 furono debellate e soffocate nel sangue le ribellioni dei borghesi e nel 1355 venne decapitato  il doge Marin Faliero che voleva dare alla repubblica un assetto signorile, assumendo gran parte dei poteri. In seguito la città, per prevenire ogni tentativo di colpo di mano, istituì il Consiglio dei Dieci, per reprimere le congiure e per mantenere salda la Repubblica contro ogni colpo di stato antirepubblicano.

All’inizio del XVI secolo, la Repubblica era una delle principali potenze italiane per la ricchezza dei traffici; aveva inoltre consolidato il suo dominio territoriale, ma si trovava circondata da potenze continentali (la Spagna nel Ducato di Milano, l’Impero degli Asburgo a nord, l’Impero Ottomano ad oriente), che ostacolavano ogni ulteriore espansione e che, nel caso dell’Impero Ottomano, rappresentavano una concreta minaccia per i possessi d’oltremare.

La crisi

La perdita di importanza delle rotte mediterranee a favore delle nuove vie commerciali atlantiche aperte dai viaggi di esplorazione e dalla colonizzazione dei continenti extraeuropei segnò l’inizio dell’emarginazione commerciale di Venezia, aggravata pure dal continuo avanzare dei turchi. Nel 1571, a Lepanto , una flotta cristiana, composta da navi veneziane, spagnole, genovesi, sabaude, della Chiesa, sconfisse la flotta turca. Nella battaglia l’apporto di Venezia fu decisivo, ma si trattò di un successo momentaneo.

Nel XVII secolo iniziò la lenta decadenza della Serenissima. Nel 1669, dopo una sanguinosa guerra, durata vent’anni, che lasciò Venezia stremata, i turchi presero Candia, conquistando così il completo controllo di Creta. Nel 1718 fu la volta di Morea nel Peloponneso. Intanto il patriziato da ceto mercantile si stava trasformando in aristocrazia terriera, perché i patrizi trovavano più  conveniente investire il loro patrimonio nell’acquisto di latifondi nella “Terraferma Veneta”. Sempre in quegli anni, a fronte di un’economia debole, i patrizi veneziani bocciarono l’idea di una banconota per gli scambi con altri Stati, ispirandosi ancora una volta a quel motto antimodernista che il doge Foscarini continuava a ripetere ancora nel 1762 “Impedir le novità perniziose e lassar le cose come che sta”.

Ultimi splendori della Repubblica

Nel XVIII secolo Venezia fu una delle città più raffinate d’Europa, con una forte influenza sull’arte, l’architettura e la letteratura del tempo. Il suo territorio comprendeva Veneto, Friuli, Istria, Dalmazia, parte della Lombardia e le isole Ionie. Ma dopo 1070 anni d’indipendenza, il 12 maggio 1797 la città si arrese a Napoleone Bonaparte che la cederà poi all’Austria.  Il Doge Ludovico Manin fu costretto ad abdicare, il Consiglio venne sciolto e fu proclamato il Governo Provvisorio della Municipalità di Venezia.

I Dogi

I Dogi furono 120, il primo secondo la leggenda fu Paulicio Anafesto (697-717) e l’ultimo Ludovico Manin (1789-1797) . Tra le famiglie veneziane che diedero Dogi alla Serenissima ricordiamo: i Dandolo, i Gradenigo, i Contarini, I Giustiniani, i Pisani  e i Mocenigo.

[1] Si trattò in realtà di una repubblica aristocratica e  fu in vita per circa 1100 anni

[2] L’assemblea popolare formata dai rappresentanti dei sei rioni della città

[3] Istituzione formata da aristocratici , il patriziato mercantile

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