Sviluppi economici e sociali dal 1815 al 1861

Sviluppi economici e sociali dal 1815 al 1861

Sviluppi economici e sociali dal 1815 al 1861


Nel primo ventennio seguito alla caduta di Napoleone l’economia italiana risentì a lungo delle gravi difficoltà che nascevano dall’arresto provocato nelle trasformazioni strutturali avviate nel 1700 dalle guerre rivoluzionarie e napoleoniche e dal Blocco continentale; la situazione fu aggravata dal ripristino delle barriere doganali e dei sistemi vincolistici, che stabilivano dazi e dogane non solo ai confini degli Stati, ma anche al loro interno. La crisi economica europea, che si manifestava con la caduta dei prezzi e che venne accompagnata nel 1816-1817 da una grave carestia, non poté essere superata in Italia che molto lentamente, proprio a causa delle condizioni create dalla restaurazione dell’antico regime anche sul terreno economico. Molto lento fu di conseguenza anche l’incremento demografico (il 25% tra il 1812 e il 1861, da 19,8 a 25 milioni, contro il 40% dell’Europa tra il 1800 e il 1850), mentre rimaneva pressoché sconosciuto nella penisola un altro fenomeno dell’Europa occidentale del tempo, l’urbanesimo. L’occupazione prevalente della popolazione restava l’agricoltura, con caratteri capitalistici abbastanza progrediti nelle zone pianeggianti del Piemonte orientale, della Lombardia e dell’Emilia; nel resto del paese prevalevano invece i caratteri tradizionali (mezzadria nella Toscana, Umbria, Marche; latifondo e cerealicoltura estensiva nel Sud); veniva completato intanto il fenomeno, già avviato nel XVIII sec., dell’eliminazione delle terre comuni e degli usi civici, mentre si affermava il regime della piena proprietà privata. Erano in ascesa nelle campagne del Nord la coltivazione del gelso e l’allevamento del baco da seta legati al relativo fiorire dell’industria serica: l’industria cotoniera solo verso il 1840 assunse i primi tratti della grande industria. Dopo il 1830, del resto, l’economia degli Stati italiani cominciò a rivelare molti segni di risveglio: si segnalava una ripresa di interesse per i problemi tecnici ed economici dell’agricoltura a opera di società agrarie (i Georgofili in Toscana, le società economiche del Mezzogiorno) e sulla spinta dei governi, o anche per iniziativa di singoli proprietari e studiosi. Sintomi positivi si mostravano anche nel campo dell’industria manifatturiera: nel Piemonte (dove solo nel 1844 si giunse alla soppressione delle corporazioni d’arti e mestieri), grazie a trattati di commercio coi principali Stati europei e italiani, si assistette a una vigorosa ripresa dell’industria laniera nel Biellese, che, pur conservando i caratteri di piccola industria, prese a ricorrere in misura crescente alla filatura meccanica; attorno a Torino si svilupparono poi nuclei consistenti di industria cotoniera. Anche nella Lombardia si ebbero rilevanti progressi industriali, benché in questo settore gli investimenti rimanessero sempre inferiori a quelli agricoli. Al primo posto rimasero la trattura e la torcitura della seta, seguite dall’industria cotoniera, che si esercitavano soprattutto nei centri rurali. Fu nel campo della filatura che, dopo il 1830, cominciarono a manifestarsi le prime trasformazioni industriali e una incipiente meccanizzazione, cosicché fu possibile iniziare un attivo commercio di esportazione. Accanto all’industria tessile cominciò anche a delinearsi, pur se in proporzioni ancora assai modeste, un settore metallurgico e meccanico. Tra gli altri Stati, il granducato di Toscana conseguì buoni progressi, grazie all’amministrazione tollerante che lasciava grande libertà all’iniziativa privata. Nei centri minori e nelle campagne l’industria laniera, l’allevamento dei bozzoli e la trattura della seta, la filatura e la tessitura del cotone (che avevano però proporzioni inferiori a quelle assunte in Piemonte e in Lombardia), l’industria della carta e della paglia, la fabbricazione delle ceramiche erano in fioritura e davano vita a un commercio attivo e ben equilibrato con la preponderante attività agricola. Anche nel regno di Napoli, dopo il 1835, si notavano segni di ripresa e l’industria della lana, fortemente protetta, prendeva sviluppo in varie province; la protezione doganale permise anche il sorgere dell’industria cotoniera, con capitali essenzialmente stranieri (Salernitano), e della carta (valle del Liri), mentre la produzione napoletana dei guanti raggiungeva fama mondiale. Tali trasformazioni e tali progressi richiedevano disponibilità di capitali, che furono offerti dalle prime banche di emissione di Genova, Torino, Firenze e Roma e dalle Casse di risparmio: queste ultime, sorte in un primo tempo col carattere di istituti di previdenza e di carità, con limiti precisi ai depositi, finirono con lo svolgere in un secondo tempo, per l’affluire dei depositi, le funzioni di istituti di credito prima agricolo e poi anche commerciale. Il rinnovamento agricolo e industriale che s’avviava negli Stati italiani rendeva intanto evidente la limitatezza dell’orizzonte degli Stati regionali, soprattutto dopo il 1840, quando negli altri paesi europei si andava compiendo la rivoluzione dei mezzi di trasporto attraverso le costruzioni ferroviarie. Un miglioramento della rete stradale nel Settentrione e in parte anche nel regno di Napoli non fu sufficiente a soddisfare le necessità di un commercio in via d’espansione; d’altra parte, per ragioni soprattutto politiche, era impossibile avviare un piano di costruzioni ferroviarie organico per tutte le province, cosicché i tratti di strada ferrata che per primi vennero costruiti si limitarono a congiungere le capitali con le ville reali dei dintorni (Napoli-Portici, 1839; Napoli-Caserta e Milano-Monza, 1840; Torino- Moncalieri, 1843). Solo per il Lombardo-Veneto e per la Toscana (tra il 1842 e il 1847) fu progettato e attuato un piano per una rete ferroviaria che potesse giovare al commercio interregionale. Il ritardo dell’Italia nelle costruzioni ferroviarie pose la penisola in condizioni gravi di inferiorità nei confronti degli altri Stati dell’Europa occidentale.

Fu il Piemonte di Cavour, spinto dal geniale statista sulla via di un’economia moderna con strumenti liberali anziché protezionisti (trattati di commercio, agevolazioni al credito con la creazione della Banca nazionale degli Stati sardi), a dare dopo il 1850 un notevole impulso alle costruzioni ferroviarie.