STATI ITALIANI SOGGETTI ALLA SPAGNA

STATI ITALIANI SOGGETTI ALLA SPAGNA

STATI ITALIANI SOGGETTI ALLA SPAGNA


La storia d’Italia durante il predominio spagnolo si riduce, politicamente, alla cronaca dei suoi Stati, che non costituiscono più un sistema, ma un aggregato, soverchiato dal blocco dei paesi direttamente soggetti alla corona di Spagna. Per questi ultimi Filippo II istituì presso di sé un supremo consiglio d’Italia, di cui facevano parte membri spagnoli e italiani (1563); in realtà il potere rimase ai viceré di Sardegna, di Napoli (da cui dipendeva anche lo Stato dei Presidi) e di Sicilia, e al governatore di Milano. Viceré e governatore avevano poteri amplissimi, militari e civili e capacità di legiferare localmente per mezzo di ordinanze (gride), la cui esecuzione era però ostacolata dal privilegi ecclesiastici, nobiliari o corporativi e dalla inefficacia dei mezzi di coazione, non di rado resi inoperanti dalla resistenza, anche armata, dei privati più prepotenti.

Nei tre regni e nel ducato l’autonomia locale era formalmente salvaguardata da tre parlamenti e da un senato; il parlamento sardo, il siciliano e il napoletano erano divisi in sezioni (bracci, in Sardegna stamenti), che rappresentavano il clero, la nobiltà e le città libere; il senato milanese (istituito nel 1499 e rimasto in vita fino al 1798) era invece composto di soli nobili, parte lombardi parte spagnoli. Tali organi avevano il diritto, teoricamente efficacissimo ma praticamente debole, di convalidare le disposizioni del re, in particolare le richieste, continue e insistenti, di donativi, imposizioni straordinarie caratteristiche del sistema finanziario spagnolo, sempre dissestato. L’atteggiamento dei sudditi verso la Corona spagnola fu, in complesso, di lealtà e di devozione: la popolazione tendeva a scagionare i sovrani dal pesante fiscalismo, dagli arbitri della giustizia, dal disordine amministrativo, dagli oneri militari diretti e indiretti per incolparne i viceré o i governatori o i funzionari locali. Questi mali d’altronde, comuni a tutti i domini della Corona spagnola, compresa la stessa Spagna, erano compensati da indubbi benefici, dei quali i sudditi, più o meno chiaramente, si rendevano conto. La dominazione spagnola fu infatti, per l’Italia del  XVI sec. e per una metà almeno del  XVII, più positiva di quanto non apparve alla storiografia dell’età risorgimentale: essa, soprattutto, “sprovincializzò” gran parte del paese, inserendolo in circuito politico europeo, anzi più che europeo, qual era l’Impero di Carlo V e di Filippo II.

Sul ducato di Milano, base di continue operazioni di guerra ai margini del Piemonte, pesarono gravi servitù militari, più sensibili nelle campagne che nelle città, e oneri fiscali non sempre proporzionati alle possibilità economiche della popolazione; infierirono carestie ed epidemie di peste, due delle quali (1576 e 1630) di eccezionale gravità; non mancarono episodi di anarchia e di brigantaggio. Nonostante tutto ciò, il bilancio per il ducato e per la sua capitale non fu del tutto negativo. Vi concorse l’azione dell’autorità ecclesiastica ambrosiana a favore della popolazione, ora a fianco dell’autorità civile, ora sostituendosi a essa o fronteggiandola, forte di privilegi, in età di controriforma, inattaccabili e fatti intransigentemente valere: basterà fare i nomi dei due grandi arcivescovi Carlo e Federico Borromeo, che esercitarono una vera e propria signoria di fatto sulla città, in momenti assai difficili.

Nel regno di Napoli, pressione tributaria e servitù militari, sopportabili nel Milanese, soverchiavano una popolazione economicamente molto più debole e in condizioni di cronico squilibrio sociale, nella quale tra l’aristocrazia feudale ed ecclesiastica, coperta da privilegi, e le masse proletarie cittadine e rurali vi era una frattura profonda, non colmata da un adeguato ceto medio di piccoli proprietari, produttori, mercanti, artigiani. Senza sottovalutare l’opera svolta dal governo spagnolo per la protezione del territorio dagli attacchi esterni e per sottomettere a disciplina i baroni, né le provvidenze per il risanamento urbanistico della capitale e per l’incremento delle attività produttive (in particolare, la pastorizia), va notato che il disagio della popolazione venne sempre crescendo e, pur rimanendo vivo un sentimento di devozione verso la Corona, non mancarono sommosse. La più grave, quella legata al nome di Masaniello (1647), assunse in breve imprevedibili proporzioni politiche, in quanto vi si inserirono velleitari programmi di riforme radicali già da tempo elaborati dal giurista Giulio Genoino e da una ristretta cerchia di suoi seguaci. In poche settimane si succedettero, a capo del movimento, Masaniello (che fu assassinato), il Genoino, il principe di Massa (che fu pure assassinato), infine l’armaiolo Gennaro Annese. Presto la richiesta di riforme diventò rivoluzione: nell’autunno del 1647 fu proclamata la repubblica con il titolo confuso di Serenissima Repubblica del regno di Napoli, sotto la protezione della Francia, allora in guerra con la Spagna. Ma l’intervento francese mancò; sbarcò bensì a Napoli Enrico di Lorena, duca di Guisa, che viveva a Roma e vantava diritti sulla Corona napoletana, e riuscì anche a farsi eleggere “duca della repubblica”; ma il cardinale Mazzarino non gli mandò aiuti, né d’altra parte lo sostennero i Napoletani, compreso l’Annese. Questa caotica situazione giocò a favore della Spagna: di là giunsero rinforzi, che soffocarono la ribellione (primavera 1648); il duca di Guisa e il Genoino, e più tardi anche l’Annese, furono catturati dagli Spagnoli (e l’ultimo giustiziato). Durante la dominazione spagnola, nonostante il clima avverso, non si spense la grande tradizione culturale napoletana: nel regno, si formarono Giordano Bruno, Bernardino Telesio, Tommaso Campanella e, sul finire del  XVII sec., Giambattista Vico.

La Sicilia fu per gli Spagnoli anzitutto una base di operazioni contro le flotte dei Turchi, alleati della Francia; tenuta essenzialmente per interessi politico-militari, non fu aiutata a sostenere le conseguenze economiche e sociali che ricaddero su di essa per il decadimento del Mediterraneo. Il dilagare del latifondismo, il conseguente impoverimento dell’agricoltura, il costante afflusso dei contadini nelle città, la decadenza delle rare industrie (soprattutto di quella, antichissima e un tempo florida, della seta) e l’impressionante rarefazione del denaro, tutto ciò predisponeva l’isola ad agitazioni, che si susseguirono a intermittenze nel  XVI sec. e culminarono nel XVII in due episodi di particolare gravità. A Palermo, nel maggio 1647, una rivolta popolare provocata da un inasprimento delle gabelle fu prontamente repressa dal viceré, che ne mise a morte il capo, Nino della Pelosa; ma, alla notizia della rivolta napoletana di Masaniello, si riaccese sotto la guida dell’artigiano Giuseppe Alessi, che provocò la fuga del viceré e l’instaurazione di un governo popolare, salva sempre, e conclamata, la fedeltà alla Corona spagnola. Ma, retto da uomini privi di esperienza politica e di idee chiare, il governo popolare crollò con l’assassinio del suo capo (agosto 1647). Il regime vicereale fu ristabilito, né lo scosse una congiura ordita nel 1649 da due uomini di legge, Antonio Lo Giudice e Giuseppe Pesce, che furono giustiziati. Più gravi furono gli avvenimenti di Messina tra il 1672 e il 1678. Su turbolenze popolari provocate dalla cronica scarsezza di viveri, s’innestò un conflitto tra il rappresentante del governo spagnolo e il senato cittadino, che rivendicava antichi privilegi. La città si divise in due partiti: i Merli, disposti a transigere col governo, e i Malvizzi, in gran parte nobili, risoluti a difendere a oltranza i loro privilegi. Questi ultimi, dopo aver avuto ragione dei loro avversari, si posero sotto la protezione di Luigi XIV di Francia, allora in guerra con la Spagna; Luigi XIV fece entrare una sua flotta nel porto di Messina e la città, dopo qualche resistenza, si diede ai Francesi e accolse come viceré il duca di Vivonne (1676). Ma poco dopo Francia e Spagna conclusero la pace di Nimega, che prevedeva la restituzione di Messina (1678); gli Spagnoli vi rientrarono e operarono feroci rappresaglie. Del regno di Sardegna, basterà ricordare lo stato d’abbandono in cui la Spagna lo lasciò, smembrato in poco meno di quattrocento feudi quasi tutti in mani spagnole, in via di spopolamento per l’emigrazione. Emergevano però le città di Cagliari e Sassari, divenute in età spagnola sedi d’università.