STATI ITALIANI INDIPENDENTI

STATI ITALIANI INDIPENDENTI

papato, Toscana, ducati padani


Tra gli Stati indipendenti dalla dominazione spagnola, il più importante era quello della Chiesa, governato tra la metà del XVI sec. e la fine del  XVII dai papi promotori ed esecutori della restaurazione cattolica. La politica ecclesiastica non distolse tuttavia i papi dalla cura degli affari temporali, e fu cura rivolta ad accrescere i domini territoriali e a garantire al complesso di essi la sicurezza di fronte ai pericoli sia di disgregazione interna sia di attacchi dall’esterno. Fieramente antispagnolo fu Paolo IV Carafa (1555-1559), assertore della “libertà d’Italia” (cioè di un’Italia senza stranieri nei suoi confini e senza preponderanza, all’interno, d’uno Stato sugli altri, quale era stata nel periodo di equilibrio tra 1454 e 1494) e promotore di un tentativo di liberare dagli Spagnoli il Napoletano, fallito drammaticamente, con un’incursione del duca d’Alba fin sotto Roma (1556). Dopo Paolo IV, nessun papa affrontò più per gran tempo direttamente la Spagna, sia per l’evidente sproporzione delle forze, sia per i vantaggi che la collaborazione tra papato e Spagna offriva alla causa della restaurazione cattolica. Ciò non toglie che papi e gerarchie si dimostrassero inflessibili difensori, anche nei domini spagnoli, dei privilegi e delle immunità che garantivano l’indipendenza dell’autorità ecclesiastica da quella civile. Pio IV Medici (1559-1565) condusse in porto il concilio di Trento (1563) e, conclusa una salda alleanza con Filippo II di Spagna, promosse l’applicazione dei decreti tridentini. Diede la porpora cardinalizia e l’episcopato milanese al nipote Carlo Borromeo, che sino alla morte (1584) fu, a Roma e a Milano, uno dei più valorosi artefici della restaurazione cattolica.

Pio V Ghislieri (1566-1572) continuò la politica del predecessore con maggiore severità e più larghe ambizioni, che possono riassumersi nella bolla In coena Domini, riaffermante la supremazia del papa su tutti i principi della Terra, e nella crociata contro i Turchi, che riportò la vittoria di Lepanto (1571). Aprì pure una grande campagna per il ricupero di feudi di dubbia legittimità e per la repressione delle guerre private tra feudatari, che funestavano i territori romani; campagna difficile, costosa e poco efficace, sia sotto di lui sia sotto il suo successore Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585). Sisto V Peretti (1585-1590), francescano, raggiunse invece lo scopo e ristabilì l’ordine e la disciplina; rinnovò anche le strutture del governo della Chiesa e dei suoi Stati, in base a criteri rimasti validi sino ai nostri giorni (riordinamento delle congregazioni cardinalizie). Clemente VIII Aldobrandini (1592-1605) riprese le fila della politica di Sisto V, pericolosamente spezzate, soprattutto in materia di ordine pubblico. Dopo mezzo secolo di osservanza spagnola, Clemente VIII si accostò alla Francia, che la conversione di Enrico IV restituiva all’obbedienza romana, in vista di un equilibrio, a scapito della supremazia della Spagna; ciò produsse reazioni da parte spagnola e, in Roma, conflitti tra la parte favorevole e quella avversa alla svolta della politica pontificia, l’una facente capo agli Aldobrandini, l’altra ai Farnese. I buoni rapporti con la Francia giovarono tuttavia alla causa del papa, che poté realizzare l’annessione di Ferrara, a cui la casa d’Este, dopo l’estinzione del ramo diretto con Alfonso II, dovette rinunciare (1598).

Dopo l’austero governo di Sisto V, che non lo tollerò, rinacque in nuove forme il nepotismo, come scelta, tra i familiari (di solito nipoti) d’un personaggio che, fatto cardinale, dirigesse gli affari della curia, e d’un altro che, dotato di vasti patrimoni e imparentato con qualche grande famiglia, fondasse una casa principesca. Da questa pratica derivò il grande patriziato romano degli Aldobrandini, dei Borghese, dei Boncompagni Ludovisi, dei Barberini, ecc. Paolo V Borghese (1605-1621) legò il suo nome a una controversia con la repubblica di Venezia in materia di giurisdizione (1606-1607), e alle prime vicende della guerra dei Trent’anni (1618-1648), che inferse un colpo molto duro all’autorità del papato nel mondo; curò l’amministrazione dei suoi Stati con nuovi criteri, specialmente in materia finanziaria, continuò la bonifica delle campagne dal brigantaggio feudale e non feudale e fece compiere al Maderno la restaurazione della basilica di San Pietro, sulla cui facciata è scritto il suo nome. Gregorio XV Ludovisi (1621-1623) inutilmente tentò di evitare che, per la questione della Valtellina, la guerra dei Trent’anni si estendesse all’Italia. La stessa guerra fu motivo di costante preoccupazione per il suo successore Urbano VIII Barberini (1623-1644), che fu favorevole alla Francia, ma con le cautele necessarie per non rompere con la Spagna. Quali indizi dell’intolleranza controriformistica vanno ricordati la persecuzione e relegazione, per la prima volta, nel ghetto degli ebrei romani, ordinata da Paolo IV (1555), l’esecuzione di Giordano Bruno avvenuta sotto il pontificato di Clemente VIII (1600) e il processo e la condanna di Galileo (1633). Intanto lo Stato pontificio si espandeva con l’annessione del ducato d’Urbino (1631) e del ducato di Castro tolto ai Farnese nel 1649 da Innocenzo X Pamphili (1644-1655). Innocenzo X vide pure la conclusione della guerra dei Trent’anni (i trattati di Vestfalia), nefasta per il papato, che, escluso dal nuovo sistema d’equilibrio di un’Europa definitivamente divisa tra cattolici e protestanti, veniva a perdere l’influenza spesso determinante nella soluzione dei problemi internazionali. A questo scacco si accompagnarono a Roma gravi torbidi, che esprimevano malcontento e insofferenza verso un pontefice giudicato troppo prodigo e fiscale e maldestramente nepotista.

Sotto il pontificato di Alessandro VII Chigi (1655-1667), cominciarono, in forma sommessa, dissidi con la Francia, che, sotto Luigi XIV, cominciava a far sentire il peso della sua egemonia, ben più grave, nei confronti del papato, di quello della tramontata egemonia spagnola. Clemente IX Rospigliosi (1667-1669), già stretto collaboratore di Alessandro VII, si astenne da ogni forma di nepotismo, governò con prudenza, auspicò invano una crociata che salvasse Creta veneziana dai Turchi; designò a succedergli Clemente X Altieri (1670-1676). Questi sperimentò duramente l’avversione di Luigi XIV alle proposte di pace tra le nazioni cattoliche per arrestare l’avanzata turca nel cuore dell’Europa, che il re favoriva per nuocere agli Absburgo. Anche più drammatica si fece la situazione sotto Innocenzo XI Odescalchi (1676-1689), quando il Re Sole patrocinò la famosa dichiarazione dei quattro articoli (1682) che istituiva la Chiesa gallicana, sulla quale il potere del pontefice veniva sostanzialmente sacrificato a quello del re, e rispose alla condanna papale con l’occupazione del Contado Venassino, poi con quella di Avignone, intercalate dall’invio a Roma, al seguito dell’ambasciatore di Francia, di un vero e proprio esercito. Una certa distensione si ebbe sotto Alessandro VIII Ottoboni (1689-1691), a cui Luigi XIV rese Avignone e il Contado; premessa della chiusura del conflitto, che ebbe luogo tra il 1693 e il 1695, regnante Innocenzo XII Pignatelli (1691-1700): l’episcopato francese sconfessò la Dichiarazione del 1682, Luigi XIV temperò la sua legislazione regalistica. Clemente XI Albani (1700-1721) si trovò coinvolto nella guerra di Successione spagnola, che determinò il crollo della dominazione spagnola in Italia, non risparmiò i domini della Chiesa e modificò radicalmente la situazione politica della penisola, senza che il papato potesse esercitare alcuna influenza sul corso degli avvenimenti: segno della generale decadenza della sua potestà temporale, sempre più intransigentemente negata dai sovrani nazionali, sorretti dalle nuove dottrine giurisdizionalistiche o regalistiche.

Il ducato di Toscana, creato da Carlo V, fu per quasi tutto il   XVIsec. ligio alla Spagna, e all’avanguardia della vita culturale della penisola. Cosimo I de’ Medici (1537-1574) impiantò una monarchia assoluta, ma illuminata. Per la sua fedeltà alla causa della restaurazione cattolica fu insignito da Pio V del titolo di granduca di Toscana (1569); istituì i cavalieri di Santo Stefano (Pisa, 1561), che difesero le coste dai pirati barbareschi, e rinvigorì la piccola flotta ducale; navi toscane parteciparono alla battaglia di Lepanto (1571). Cosimo I curò opere di bonifica agraria, si adoperò per risollevare l’economia di Siena e Pisa, restaurò le finanze. Nell’ultimo decennio, lasciò gli affari al figlio Francesco (Francesco I de’ Medici), che gli succedette nel 1574, ma non fu pari a lui; cresciuto in Spagna, accorto mecenate e costruttore (a lui si deve la fondazione della città di Livorno, che prima era una fortezza), si rese però impopolare per l’indole autoritaria e sprezzante e corse il rischio di essere travolto da una congiura (1575). La sua ostentata, talvolta servile devozione a Filippo II di Spagna si raffreddò tuttavia negli ultimi anni della sua vita, proporzionalmente al declino di quel re e alla ripresa della Francia; suo fratello Ferdinando I (1587-1609), che gli succedette, si legò a Enrico IV, salito al trono di Francia, dandogli in moglie la nipote Maria; diede nuovo impulso alle opere civili, protesse gli studi (Galileo insegnò a Pisa tra il 1589 e il 1592), pensò a grandi imprese marinare. Cosimo II (1609-1621) e Ferdinando II (1621-1670) furono entrambi principi civilissimi: Galileo, dopo il soggiorno padovano, tornò in Toscana e v’insegnò dal 1610 al 1633, protetto dai granduchi finché fu loro possibile e anche dopo la condanna, profondamente rispettato; l’Accademia del Cimento, nel 1657, iniziò la sua feconda attività; tra le arti, la musica ebbe stupenda fioritura. Ma conservare una politica di equidistanza nella lotta fra gli Absburgo di Spagna e d’Austria e i Borboni di Francia divenne un’impresa sempre più difficile per i Medici, e perseguibile solo a prezzo di compromessi, e di prudenze talvolta umilianti. Finì che nel ducato furono effettivi padroni gli ecclesiastici, sottratti alla giurisdizione statale; e il clericalismo divenne soffocante sotto Cosimo III (1670-1723) e Gian Gastone (1723-1737), ultimo, inetto duca della dinastia medicea.

Anche meno liberi furono i tre ducati padani e la repubblica di Genova. Il ducato degli Estensi, dopo un quarantennio di quiete sotto Alfonso II (1559-1597), perdette Ferrara, e nel 1598 col duca Cesare (1597-1628) la corte fu trasferita a Modena, ma non si risollevò più all’antico splendore. Francesco I (1629-1658) subentrò ai da Correggio nel possesso del piccolo territorio omonimo e servì la Spagna combattendo contro il vicino duca di Parma che, con quello di Mantova, aveva aderito alla Lega franco-sabauda di Rivoli (1635), formatasi col prematuro intento di scacciare gli Spagnoli dall’Italia. Finita la guerra senza risultati, si riconciliò col Farnese e gli fu buon alleato nella guerra che questi sostenne col papato per il ducato di Castro; ma, alla vigilia dei trattati di Vestfalia (1648), passò opportunamente dagli Spagnoli ai Francesi, e al servizio della Francia combatté nel Mantovano e nel Milanese sino alla morte; come combatté suo figlio Alfonso IV (1658-1662), imparentato col cardinale Mazzarino, finché Francia e Spagna conclusero la pace dei Pirenei (1659). Francesco II (1662-1694) mantenne una prudente neutralità; Rinaldo (1694-1734) venne invece coinvolto nella guerra di Successione spagnola, servì gli Absburgo contro i Borboni (franco-spagnoli), combatté i Savoia e i Gonzaga, ed ebbe così il ducato occupato dai Francesi (1702-1706). Lo riottenne tuttavia, accresciuto della Mirandola, che l’imperatore, toltala ai Pico, gli concesse nel 1710.

I Gonzaga, duchi di Mantova e succeduti ai Paleologhi nel marchesato (poi ducato) di Monferrato (1536), se furono relativamente sicuri finché il predominio spagnolo in Italia fu incontrastato, dovettero poi affrontare i problemi, insolubili, derivanti dalla posizione dei loro domini, non solo separati, ma l’uno, lombardo, in piena area spagnola, l’altro, piemontese, nell’area antagonista sabaudo-francese. Questi problemi cominciarono a pesare sul ducato con Ferdinando (1612-1626), al quale Carlo Emanuele I di Savoia, armi alla mano, contestò il diritto di successione nel Monferrato, sostenendo che esso spettava a Maria, nata dalle nozze di sua figlia Margherita con il predecessore di Ferdinando, Francesco IV. L’intervento spagnolo lo salvò; ma quando, con suo fratello Vincenzo II (1626-1627), il ramo diretto dei Gonzaga si estinse, tutta l’eredità fu contesa tra Carlo I di Gonzaga-Nevers, sostenuto dalla Francia, e Ferrante II Gonzaga, duca di Guastalla, sostenuto dalla Spagna e da Carlo Emanuele I di Savoia (dopo la morte di Ferrante, nel 1630, gli succedette nelle pretese ereditarie il figlio Cesare II). Dopo tre anni di una guerra terribile (1628-1631), che colpì duramente Mantova e Casale, e fu aggravata dalla grande peste e dalla discesa dei lanzichenecchi imperiali, che misero a sacco Mantova, Carlo I di Gonzaga-Nevers (1627-1637) ebbe i due ducati; e fu un paladino della politica antispagnola (come si è visto sopra, partecipò alla lega di Rivoli del 1635). Carlo II (1637-1665) e Ferdinando Carlo (1665-1708) subirono passivamente le iniziative delle grandi potenze che si combatterono in Italia tra la fine del Seicento e i primi del Settecento, di cui sofferse forse più il Monferrato che il Mantovano. La guerra di Successione spagnola segnò la fine degli Stati gonzagheschi: il Monferrato passò ai Savoia, Mantova all’Austria (1707).

Il ducato di Parma e Piacenza ebbe una storia simile a quella degli altri due confinanti. Ottavio Farnese, duca alla morte del padre Pier Luigi (1547), ma rientrato in possesso dello Stato solo nel 1550, ne salvò l’integrità barcamenandosi tra Spagna e Francia, ma soprattutto grazie ai servigi resi da sua moglie, Margherita d’Austria, a Filippo II di Spagna nel governo dei Paesi Bassi, e da suo figlio e successore Alessandro (1586-1592) nel medesimo ufficio e in altre imprese militari, vigorosamente condotte. Odoardo (1622-1646) aderì alla Lega antispagnola di Rivoli (1635), e ne uscì male; come uscì male dalla guerra contro Urbano VIII, che gli tolse i feudi di Castro e Ronciglione nel 1642, e glieli rese solo dopo tre anni. A suo figlio Ranuccio II (1646-1694) Innocenzo X tolse definitivamente Castro e gli altri territori vicini (1649), mentre il duca, alleato inutilmente con la Francia, subiva l’ostilità degli Ispano-imperiali. Durante la guerra di Successione spagnola, Francesco (1694-1727), penultimo rampollo della dinastia (spentasi con suo fratello Antonio nel 1731), benché passivamente neutrale, vide i suoi Stati occupati dalle truppe imperiali al comando del principe Eugenio di Savoia (1706), e impiegati come base delle operazioni contro Francesi e Spagnoli. Il continuo passaggio di soldatesche portò un’epidemia di vaiolo, che attaccò anche la giovane Elisabetta, unica nipote degli ultimi due duchi (in quanto figlia d’un loro fratellastro), futura regina di Spagna.

La repubblica di Genova, dopo la morte di Andrea Doria, ebbe un’esistenza molto travagliata: tramontata come potenza coloniale, sconvolta dalle croniche lotte civili, oggetto di mire da parte sabauda e francese, per conservare il dominio della Corsica sostenne una lunga guerra iniziata nel 1553 e conclusa nel 1569. Le rivalità tra i partiti cittadini (nobili vecchi, nobili nuovi, grandi borghesi) resero precaria l’indipendenza stessa, ma gli interventi stranieri (Spagna, Francia, Savoia) furono tuttavia scongiurati. Particolarmente ostinati furono i Savoia: Carlo Emanuele I aggredì la Repubblica tra il 1625 e il 1626 e vi appoggiò nel 1628 una congiura, legata al nome di Giulio Cesare Vachero; e pure alle armi e a congiurati ricorse Carlo Emanuele II nel 1672; ma entrambi fallirono. Luigi XIV di Francia, a sua volta, per sottrarre agli Spagnoli il miglior porto d’Italia, che prolungava al mare il ducato di Milano, provocò la Repubblica con richieste inaccettabili (smantellamento di navi, concessione di basi militari a Savona, ecc); queste furono respinte e Genova fu bombardata dal mare finché Luigi XIV ebbe soddisfazione (1684). La Repubblica si conservò “indipendente”, a questo prezzo, per oltre un secolo.