Spinoza

Spinoza

Baruch (Benedetto) Spinoza (o d’Espinoza) nacque ad Amsterdam nel 1632 da una famiglia di ebrei portoghesi.

Opera in Olanda, lo stesso paese che aveva tanto affascinato Cartesio. Riceve una formazione ebraica, provenendo da una famiglia di Marrani scappati dalla Spagna all’Olanda in seguito alle persecuzioni di Filippo II e della Controriforma.

Ha una mente acuta, ma alcune affermazioni eterodosse sull’interpretazione della Bibbia provocano la sua cacciata dal tempio. È una mente libera: il suo pensiero unisce la filosofia ebraica, la scolastica, la filosofia naturalistica del rinascimento, il matematismo e il cartesianesimo. Il suo sistema si inserisce nella tradizione razionalistica, di cui corregge alcuni aspetti, come la definizione di sostanza.

La sua maggiore opera, Ethica ordine geometrico demonstrata, sembra un trattato di matematica, è inusuale in quanto il il testo è presentato come un trattato di geometria : assiomi , proposizioni , scolii etc.

Essa è divisa in 5 libri:

  1. metafisica: discorso sulla sostanza, sugli attributi e i modi, su Dio, la critica alle cause finali etc.
  2. Conoscenza

3, 4, 5- Morale

Dio: sostanza, attributi e modi

La prima definizione esposta da Spinoza nell’Ethica è quella che indica la realtà più perfetta, cioè autosufficiente,che ci sia, ossia, secondo Spinoza, la realtà che è “causa di sé” (causa sui). Questa viene definita Come “ciò la cui essenza implica l’esistenza”, che è la definizione scolastica e caresiana, di Dio: da Dio, infatti, dipende l’intera realtà e da lui dunque deve partire, secondo Spinoza, la stessa filosofia. La seconda definizione è quella concernente tutto ciò che non è Dio, cioè le realtà finite, le quali sono definite come ciò che può essere limitato da un’altra realtà del suo stesso genere per esempio un corpo è finito quando può essere limitato da un altro corpo e un’idea è finita quando può essere imitata da un’altra idea.

Se l’originalità di Spinoza rispetto alla Scolastica e a Cartesio finora si è manifestata nella scelta del punto di partenza, cioè Dio (peraltro proprio anche al neoplatonismo), nella terza definizione tale originalità si manifesta anche nel contenuto:

essa concerne infatti la sostanza, che viene definita come “ciò che è in sé e viene concepito per mezzo di sé”, ovvero come “ciò il cui concetto non ha bisogno del :concetto di un’altra cosa, dal quale debba essere formato”. Qui alla definizione aritotelico-scolastica di sostanza come ciò che è semplicemente in sé e non in altro, cioè che sussiste in se stesso e non è proprietà di altro, Spinoza aggiunge la capacità di essere concepita unicamente per mezzo di sé, cioè di essere del tutto indipendente, solo nel pensiero; ma anche nell’esistenza, da qualsiasi altra cosa, vale a dire di essere autosufficiente o assoluta, venendo così a coincidere con la causa di sé, cioè: Dio.

Anche questa definizione, a dire il vero, è ricavata da Cartesio, il quale proprio nei Principia philosophiae aveva definito la sostanza come “ciò che per esistere non ha bisogno di altro”: tale definizione deriva, infatti, dal metodo cartesiano, secondo si deve partire da idee chiare e distInte, e tali sono quelle che possono essere pensate indipendentemente da qualsiasi altra idea, cioè le idee di cose del tutto separate dalle altre. Cartesio si era accorto che, in base a tale definizione, solo Dio poteva essere sostanza, perciò, in ossequio alla religione cristiana, che riconosce una certa autonomia all’uomo e al mondò, era incorso in un’altra delle sue famose incoerenze rispetto al suo metodo, affermando, con la Scolastica, che tale definizione deve essere applicata a Dio e alle creature in modo analogo, cioè con significati in parte diversi, sì da salvare la sostanzialità dell’anima (“sostanza pensante”) e, del mondo (“sostanza estesa”). Spinoza, libero da remore di carattere religioso e ben più coerente col metodo matematico, non esiterà ad affermare che solo Dio è sostanza.

Alla definizione di sostanza segue la definizione di tutto ciò che sostanza non è,ossia, come dice Spinoza, gli “attributi” ed i “modi” L’attributo e “ciò che l’intelletto percepisce come costitutivo dell’essenza della sostanza”, cioè le proprietà essenziali della sostanza, ad essa coestensive (cioè estese tanto quanto è estesa la sostanza). Invece il modo è definito come “ciò che è in altro ed è concepita per mezzo di altro”, ossia le affezioni della sostanza, le sue modificazioni particolari, gli aspetti che essa assume in particolari casi (quelli che la Scolastica chiamava gli “accidenti”, i quali però, per Spinoza, sono anch’essi necessari).

Da tutte queste definizioni consegue che Dio è la “sostanza avente infiniti attributi, ciascuno dei quali esprime la sua essenza eterna ed infinita”, mentre tutto ciò che non è Dio, è soltanto un “modo” di Dio, cioè una sua particolare modificazione, esistente in lui e concepibile solo per mezzo di lui. Dio, dunque, è causa di tutte le altre cose, ma non come causa da cui queste potrebbero non conseguire, secondo quanto sostiene la dottrina biblica della creazione, bensì come causa da cui esse conseguono necessariamente, perché, come dice uno degli assiomi formulati da Spinoza, “da una determinata causa l’effetto segue necessariamente”.

Il rapporto, insomma, che intercorre fra Dio e le altre cose, è lo stesso che nella dimostrazione geometrica intercorre fra le premesSe e le conclusioni, cioè quello della deduzione logica, a cui corrisponde nella realtà una concatenazione necessaria. Dio, pertanto, è presente nella definizione, cioè nell’essenza, di ogni cosa, per cui è causa non nel senso dell’aristotelica causa motrice, bensì nel senso di quella che Aristotele avrebbe chiamato la “causa formale”, la forma, cioè appunto l’essenza. Partendo dalle definizioni e dagli assiomi sopra enunciati, Spinoza dimostra che non vi può essere che un’unica sostanza, cioè Dio, in quanto, essendo ogni sostanza incausata (perché concepita unicamente per mezzo di sé), ed essendo la sostanza ncausata Dio stesso, che è realtà infinita, non possono esistere più realtà infinite (perchè, se esistessero, si limiterebbero tra dì loro, quindi non sarebbero più infinite). Quest’unica sostanza, come abbiamo già detto, possiede infiniti attributi, ma di essi l,intelletto umano, che è un intelletto finito, ne può conoscere solo due, il pensiero e 1 estensione Qui per pensiero si intende, naturalmente, il pensiero divino, e per estenSiOne si intende non la corporeità, ma lo spazio geometrico, concepito anch’esso, Prima di Newton, come un attributo di Dio. Si noti come Spinoza, pur negando al pensiero e all’estensione la sostanzialità, scorga tuttavia in essi le due .forme fondamentali della realtà, o almeno le sole a noi note, rivelando in ciò di.avere subito l ‘ influenza di Cartesio.

Né le anime, dunque, né i corpi sono sostanze, come pretendeva Cartesio: le prime Sono soltanto modi del pensiero cioè “idee”, e i secondi sono soltanto modi nell’estensione Il pensiero e l’estensione, tuttavia, hanno anzitutto dei modi infiniti, che sono rispettivamente l’”intelletto infinito” e il moto e la, quiete, o anche, per l’estensione, la totalità della natura, cioè il mondo fisico nel suo complesso; essi hanno poi dei modi finiti, che sono, per il pensiero, gli intelletti finiti, per esempio quello dell’uomo, e per l’estensione i corpi fisici, compreso quello umano. L’anima umana, in particolare, non è altro che un’idea avente per oggetto il proprio ,corpo,’cioè l'”idea del corpo”.

Spinoza sostituisce così al dualismo cartesiano, che ammetteva due tipi di sostanze, quelle pensanti e quelle estese, una concezione rigorosamente monistica della realta (monos in greco significa “uno solo”) e riduce tutte le cose a semplici modificazioni particolari dell’unica. sostanza. Si può ‘dire che ‘egli sostiene anche una concezione panteistica, perché, essendo Dio l’unica sostanza, tutte le altre cose sono modi di Dio e quindi, in un certo senso, tutto (in greco pan) è Dio (in greco theòs), anche se forse e piu esatto dire che tutto e in Dio, in quanto i modi sono aspetti particolari della sostanza, o che Dio e in tutto, in quanto la sostanza e intrinseca ai modi, per il fatto che né costituisce l’essenza.

In ogni caso Spinoza ha una visione immanentistica di. Dio, in quanto fo concepisce come “immanente”, cioè interno, a tutte le cose (la visione contraria è quella trascendentistica, che concepisce Dio come “trascendente”, cioè esterno, quale è ad esempio la visione della Scolastica di ispirazione aristotelica o anche quella cartesiana). Per questi motivi Spinoza fu accusato di ateismo, dal momento che identificare. tutto con Dio equivale a negare che ci sia un Dio.

Caratteristico è anche il modo in cui Spinoza intende la dipendenza di tutte le cose da Dio, intesa non come creazione, perché la creazione suppone una causalità di tipo transitivo, in cui l’essere passa (in latino transit) dalla causa all’effetto, nel caso specifico da Dio alle creature, restando Dio trascendente e le creature relativamente autonome, mentre per Spinoza Dio è “causa’ immanente”, non transitiva, di tutte le cose, cioè rimane, per così dire, all’internò di esse (in latino in-manet). Inoltre la creazione è un atto libero, nel senso che Dio potrebbe anche non compierlo. Anche per Spinoza Dio è libero, ma solo nel senso che non può subire costrizione alcuna cioè possiede la “libertà da coazione” (libertas a coatione), mentre non possiede la “libertà da necessità” (libertas a necessitate): egli infatti, come abbiamo visto, causa le cose necessariamente, ossia e necessitato a causarle, per cui, come le cose non possono stare senzaDio, così Dio non può stare senza le cose. ‘Perciò si suole parlare, a proposito di questa concezione, di determinismo, pei indicare che ogni cosa è rigidamente determinata, cioè necessitata ad essere e ad essere ciò che essa è. Spinoza stesso afferma esplicitamente che nella realtà” non si dà alcuna “contingenza”, cioè alcuna possibilità di essere o di non. essere, ma dovunque regna soltanto la più rigida necessità. ,

Il modo in cui il Dio di Spinoza causa le cose può essere. avvicinato all’”emanazione”, o “derivazione”, o “processione”, della tradizione neoplatonica, che è ugualmente un processo necessitato; tuttavia Spinoza parla più propriamente di “seguire”, o di “conseguire”, cioè afferma che le cose “seguono”, o “conseguono” da Dio, usando volutamente il verbo che si usa nelle dimostrazioni matematiche, dove la conclusione “segue”, o “consegue”, dalle premesse. Tale è, infatti, per Spinoza, il rapporto tra Dio e le cose: Dio è la premessa da cui le cose conseguono come la conclusione di una dimostrazione matematica Qui, come si vede, l’ordine geometrico non è più soltanto un rivestimento formale dell’esposizione spinozista, ma diventa struttura stessa della realtà, cioè si realizza in pieno una concezione matematica della realtà.Naturalmente questa concezione esclude che bella realtà vi siano delle cause finali come sosteneva Aristotele: credere ,che i processi naturali abbiano un fine

significa attribuire alla natura intenzioni simili a quelle che ha l’uomo cioè sostenere una visione antropomorfica della natura..Ma l’antropomorfismo è una visione primitiva, non scientifica, di cui ha fatto giustizia la scienza moderna

Sul piano della fisica, infatti, Spinoza si professa rigorosamente cartesiano, perciò anch’egli, come Cartesio, unisce al matematismo nella concezione generale della realtà un rigoroso meccanicismo nella visione della natura.

La Conoscenza

Dio è una sostanza , che si manifesta nell’attributo pensiero come sostanza pensante =res cogitans: possiede l’idea di tutte le cose e nell’ordine necessario, il che è il massimo livello di conoscenza.Poiché in Dio i due attributi res cogitans e res extensa coincidono:

L’ordine e la connessione delle cose equivale all’ordine e alla connessione delle idee.

Dio è totalità, rappresentabile come due rette che rappresentano l’attributo pensiero e l’attributo estensione. Se due idee sono concatenate tra loro , anche le due cose corrispondenti nella res extensa si corrispondono . Con questo risolve il dualismo cartesiano, eliminando l’equivocità dell’argomentazione sulla ghiandola pineale.

L’uomo è formato dall’unione di anima e corpo ed è costituito da modificazioni degli attributi di Dio: la mente è il pensiero, il corpo è la cosa.

La mente umana è l’idea del corpo e quindi l’uomo non è una sostanza a sé stante ma modo in Dio.

Ogni idea corrisponde ad una cosa, quindi non ci sono idee false o vere, ma più o meno adeguate. Tutte le idee sono un’idea finita nella mente di Dio, l’unica idea infinita della mente di Dio è Dio stesso. Se le idee derivano dell’idea di Dio e quindi da Dio…Ordo idearum ordo rerum idem est.

Per Spinoza qualunque idea che è nella mente ha significato, quindi distingue fra idee adeguate e non adeguate. Hanno significato perché dedotte dall’idea divina. Anche Spinoza utilizza il criterio dell’evidenza ma per Cartesio le idee adeguate sono in noi, per Spinoza sono dedotte dalla mente divina. Ce ne sono poi altre dedotte dall’esperienza, inadeguate, che sono oscure e confuse. Le idee confuse non hanno di per sé contenuto falso, per quanto detto prima, ma la confusione deriva dal fatto che esprimono un’idea parziale e quindi slegata, a cui manca la connessione all’interno dell’ordine.

Tutti abbiamo l’esperienza di una conoscenza erronea. E come è possibile l’errore?

Ci sono tre gradi di conoscenza:

    1. immaginazione (conoscenza empirica), deriva dai sensi (è quindi un’esperienza vaga) o dai segni (percepiti da altri): appartengono a qualcosa fuori dalla mente. Le idee prodotte da queste immagini, oscure e confuse, sono inadeguate e uniche cause di errore (per Cartesio l’errore è dato dalla precipitazione, per Spinoza da una conoscenza slegata, ristretta, non legata alle cause e all’ordine necessario)
    1. ragione (ratio, corrisponde alla dianoia di Platone): ha come oggetto le nozioni comuni, che non sono suscettibili di errori. Coglie le idee chiaramente, distintamente e nei loro nessi necessari.
  1. Intelletto è ancora più adeguato. La ratio è discorsiva (utilizza il metodo deduttivo matematico), l’intellezione è immediata. È la “visione delle cose dal loro procedere da Dio”. …

In un brano celebre ha parlato delle differenze fra i gradi di conoscenza, soprattutto il secondo e il terzo. Dati tre numeri, se si vuole avere un quarto ci sono tre modi per ottenerlo: il mercante lo sa ottenere per abitudine, senza saperne dire il motivo, corrisponde al primo grado; il matematico,seguendo la teoria delle proporzioni di Euclide , riesce ad indicare anche la causa, secondo grado; l’ultimo grado lo sa ottenere immediatamente con l’intelletto.

La differenza fra ragione ed intelletto non è sostanziale. Entrambi possiedono delle idee adeguate, la conoscenza è garantita. Dedurre una cosa e coglierla con il passaggio o direttamente non ha molta differenza.

Morale

Spinoza parla della morale negli ultimi tre libri dell’Ethica. Nel terzo parla delle passioni, nel quarto della condizione umana con le passioni, nel quinto senza le passioni. Fine ultimo del libro è la morale e il comportamento da adottare per raggiungere la felicità.

Analizza le passioni, facendone anche una tavola(=>Geometria della passioni). Alla base delle passioni c’è la tendenza dell’uomo a potenziare e conservare il proprio essere, la tendenza a potenziare il conatus. Il conatus è lo sforzo dell’uomo di perseverare nel suo esseredi conservare se stesso ed accrescere la propria potenza. Quando il conatus è riferito alla mente è la volontà, riferito al corpo è appetito. Quando si è consapevoli dell’appetito è cupidità. Il conatus si accosta all’idea: oscura e confusa è l’appetito, chiara e distinta è la volontà e la passione allora scompare. Quindi il modo per liberarsi dalle passioni è avere delle idee chiare e distinte. Il superamento della passione è dato della conoscenza.

Tuttavia Spinoza non condanna le passioni (in questo segue Cartesio, che dice che la passione deriva dal rapporto dell’anima col corpo, in contrasto con lo stoicismo, che dice che la passione coincide con la distrofè , stravolgimento dell’ordine naturale). Le passioni sono fenomeni naturali e possono essere studiate secondo un more geometrico. Applica il more geometrico alle passioni: le passioni sono ricondotte a due fondamentali (con questo metodo riesce a stilare una tavola delle passioni: ne trova tantissime e le analizza cogliendo gli aspetti): la gioia (che rafforza il conatus) e ildolore (che diminuisce il nostro essere). Da queste nascono tutte le altre: da gioia amore (che è gioia più causa esterna che la produce), da dolore odio (provato nei confronti della causa di dolore).

Essendo le passioni una forza della natura, sono irrefrenabili e non annullabili. L’uomo non ha una conoscenza adeguata dei propri affetti, ma si limita a connetterli con circostanze che, di per sé considerate, gli appaiono fortuite, egli è completamente passivo nei loro confronti. Per questo la sua capacità di agire e comprendere viene fortemente limitata e non riesce più a perseguire quello che è il suo bene e la sua vera utilità. Questo è il primo grado di conoscenza. L’uomo può tuttavia elaborare una conoscenza adeguata degli affetti, apprendendo le loro vere cause e imparando a vedere la loro intrinseca necessità.

Per esempio, la causa dell’odio: se riteniamo libere le azioni nocive dell’uomo, odiamo essi, ma se non sono libere odieremmo loro di meno, sapendo che è un evento di natura. L’odio è accresciuto dall’odio reciproco e distrutto dall’amore. Se siamo consapevoli di questo meccanismo riusciamo a capire.

Quello che permette all’uomo di conoscere adeguatamente le proprie emozioni è la ragione: grazie a questa riesce a liberarsi dalle passioni.

Tuttavia Spinoza non ammette la libertà ed allora come si fa ad uscire da questa catena?

Una conoscenza perfettamente adeguata degli effetti conduce a risalire la loro catena causale fino alla prima causa, a Dio. Quindi è con il terzo grado di conoscenza, che deriva direttamente da Dio, che ci si libera delle passioni.

Un altro aspetto da considerare per capire il gioco delle passioni è questo: Spinoza non permette imperfezioni in natura, così come non esistono fini, ritenendo il finalismo come antropomorfizzazione.

Il bene è solo l’utile, ciò che potenzia il mio essere e male ciò che lo depotenzia, per questo cerchiamo il bene e fuggiamo il male. Gli uomini che seguono la ragione conseguono l’utile di tutti, sono “dei per gli uomini”.

Conoscere equivale a liberarsi dalle passioni e quindi è il fondamento della virtù. Nessuna cosa sappiamo con certezza essere buona o cattiva. Spinoza dice che la passione in questo modo, essendo idea confusa, cessa di essere tale.

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Distingue fra conatus e passione. Se noi potessimo dar libero corso al nostro conatus realizzeremmo la nostra felicità, ma incontrando ostacoli esterni che vengono interiorizzati cadiamo in preda alle passioni.

La filosofia è la terapia che indica ad un uomo la sua vera natura. A volte agire è in realtà patire ,cioè subire le conseguenze esterne che modificano il nostro conatus.

L’esercizio della virtù fa conseguire la felicità, che non è un premio ma coincide con la virtù. In realtà il paradiso è già sulla terra e i realizza quando noi percepiamo la virtù. Tanto più conosciamo Dio, tanto più potenziamo noi stessi e ne riceviamo gioia più grande e amore. L’uomo, cogliendo immediatamente la derivazione del tutto da Dio, prova un “amore intellettuale” nei confronti della divinità che è lo stesso con cui Dio ama se medesimo e tutti gli uomini. In questo amore intellettuale di Dio consiste la beatitudine per l’uomo, la quale non è un premio alla virtù, ma la più alta espressione della virtù stessa.

L’unico fine pratico della filosofia di Spinoza, è quello della conoscenza di Dio, al contrario di Cartesio, in cui la filosofia deve portare alla conoscenza e al dominio sulla natura. In Spinoza c’è il desiderio di dominare la realtà ma non attraverso la scienza e la tecnica, ma con intelletto assoluto.

Scrittura e religione

Mentre scrive l’Ethica, scrive il Tractatus theologico-politicus.

I due ambiti non sono strettamente connessi perché in entrambi il centro intellettuale consiste nell’esigenza di salvaguardare la libertà di pensiero e di espressione. Sostiene che la libertà religiosa non minaccia l’ordine sociale.

Spinoza intraprende una rigorosa critica storico-filologica della Bibbia, che ha assunto grande importanza in campo protestante. La filosofia intesa come conoscenza si realizza nel 2° e 3° livello, la religione invece appartiene al 1° livello: noi conosciamo la volontà di Dio attraverso il testo sacro, che è una fonte esterna e si realizza attraverso immagini: i profeti non spiccano per ragione ma per fantasia. La Bibbia, più che sviluppare un discorso razionale, esprime un linguaggio comprensibile alle masse, perciò non va intesa alla lettera ed ha un valore puramente etico, quello di indurre il popolo a rispettare le leggi: è stata scritta per salvare il popolo ebraico dai pericoli. La filosofia mira alla verità, la Bibbia all’etica. Ogni popolo ha le sue leggi, ogni popolo ha ricevuto la legge divina. L’insegnamento di Gesù è “ama il prossimo tuo come te stesso” e coincide con la filosofia di Spinoza. Spinoza tende a desacralizzare i contenuti religiosi: tutte le religioni si equivalgono perché tutti gli uomini si comportano allo stesso modo. La religione naturale esclude gli aspetti sovrannaturali.

Il pensiero politico

Il pensiero politico di Spinoza, espresso nel Tractatus Teologico-politicus, si avvicina molto a quello di Hobbes, solo che Spinoza diventa il teorico dello stato democratico.

Alla base c’è, come in Hobbes, la tendenza all’autoconservazione. Questa tendenza porta gli uomini a combattere fra di loro, se non comprendessero la necessità di un contratto sociale, con cui si da vita allo stato. Stipulano il contratto per il desiderio di vivere in pace, quindi esso nasce dall’utile. Lo stato a cui devono i propri diritti non è assoluto, perché deve aiutare gli uomini a preservare e potenziare il proprio essere e fra gli aspetti più importanti c’è anche la libertà di pensiero. Il sovrano deve tutelare il diritto naturale. Al sovrano si deve obbedienza assoluta. La funzione dello stato è garantire la condizione per cui l’uomo non diventi “homo homini lupus”, di modo che l’istinto non diventi una passione distruttiva.

Diversamente da Hobbes, ritiene che agire con ampie libertà è il modo migliore per annullare le tensioni sociali. Il compito dello stato è favorire le migliori condizioni esterne così che l’uomo possa limitare le proprie passioni. Senza la libertà di pensiero non si può filosofare con il proprio essere e limitare le deformazioni del conatus.

Hobbes, per evitare i conflitti religiosi, sottoponeva la religione al potere del sovrano, per Spinoza va tutelata la libertà religiosa: professare la propria o nessuna religione, solo così si attuerà la fine dei combattimenti.

La dottrina di Spinoza può essere considerata fondatrice del moderno stato laico. La filosofia dell’assoluta necessità – con un esito apparentemente paradossale – fonda la libertà del cittadino in campo politico e religioso

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