Solo et pensoso i più deserti campi

Solo et pensoso i più deserti campi

PARAFRASI

di Francesco Petrarca


PARAFRASI


Solo e pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi e lenti,
e gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio uman l’arena stampi.

Solitario e pensieroso i luoghi più abbandonati
vado segnando con il mio passo lento e cadenzato
e rivolgo lo sguardo, attento ad evitare
ogni luogo toccato da orma umana.

Altro schermo non trovo che mi scampi
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d’alegrezza spenti
di fuor si legge com’io dentro avampi:

Altro rifugio non so trovare che mi protegga
dall’attenzione ( indiscreta ) della gente;
< poiché > nei miei gesti privi di ogni serenità
esteriormente si intuisce come io, nell’intimo, arda d’amore:

sì ch’io mi credo omai che monti et piagge
e fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch’è celata altrui.

cosicché credo ormai che monti, pianure
fiumi, boschi conoscano di che tenore
è la mia vita, che pure è tenuta segreta agli altri.

Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch’Amor non venga sempre
ragionando con meco, et io co·llui.

Del resto nessun angusto e solitario luogo
so trovare, in cui Amore non mi accompagni in ogni istante
parlando con me ed io con lui.


Figure retoriche


L’espressione atti d’ allegrezza spenti (v.7) è propriamente una litote in quanto attenua un’immagine troppo
forte, ma possiede anche un significato ossimorico poiché i due termini sono accostati per opposizione
(allegrezza spenti). A sua volta l’aggettivo spenti, correlato a di fuor (v.8), è in antitesi con avampi (v.8)
che richiama, con struttura a chiasmo, dentro (v.8). Da rilevare anche l’iperbato et gli occhi porto per fuggire
intenti (v.3), che rallenta notevolmente il ritmo.
Diverse antitesi come di fuor…dentro (v.8), spenti…avampi (vv.7-8), sottolineano il contrasto tra la pena
d’amore intima del poeta e gli atti esteriori. Fortemente antitetiche sono l’espressione iniziale solo et pensoso
(v.1)e quella finale ragionando con meco et io co llui (v.14), in cui si evidenzia il dissidio tra la solitudine
ricercata dal poeta e la continua presenza di Amor (v.13).
Personificazione: vv. 13-14: ”ch’Amor non venga sempre/ragionando con meco, et io co°llui”
Per quanto concerne l’aspetto fonico è da segnalare la terminazione in “i” delle rime delle quartine, che
contengono sempre i gruppi consonantici “mp” o “nt”, il cui suono allitterante comunica una sensazione di
monotonia e immutabilità.
Altre allitterazioni sono presenti nella lirica. In solo et pensoso (v.1) abbiamo l’iterazione della sillaba “so”,
rafforzata dalla “s” di deserti. Nell’ultimo verso invece si ripete la sillaba “co” in con meco et io co llui.
Endiadi: v. 2; vv. 9-10 : “Solo et pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi et lenti“; “sì ch’io mi credo ormai che monti et piagge/ et fiumi et selve sappian di che tempre”
Metafora: v.2; v. 8: “vo mesurando”; “com’io dentro avampi”
Iperbato: v.3: “et gli occhi porto per fuggire intenti” (ricostruzione: et porto gli occhi intenti per fuggire)
Il personaggio di Solo et pensoso rivela notevoli affinità aspetti dei poeti del 900-ecco perchè diciamo che
Petrarca è moderno (con una certa esagerazione)


ANALISI E COMMENTO


Questa poesia è tratta dall’opera “Il Canzoniere” di Francesco Petrarca, come tutti gli altri sonetti della raccolta è dedicata a Laura, la donna per la quale prova un profondo e perpetuo amore, che però non verrà mai corrisposto.
Questo è un sonetto, formato quindi da due quartine e due terzine. Le rime sono incrociate nelle prime due e invece consecutive nelle due terzine. I versi sono tutti endecasillabi piani e in diverse situazioni è presente la sinalefe. Petrarca fa largo utilizzo dell’apocope, cioè accorcia la parola togliendone la vocale o consonante finale; si trovano anche alcuni casi di sincope, cioè mancano la vocale o la consonante dal centro della parola. Le pause sintattiche sono regolari e poste dopo il secondo verso d’ogni quartina e nell’ultimo verso delle terzine. Nelle prime due strofe la pausa sintattica corrisponde anche alla pausa ritmica; mentre nelle terzine dopo la virgola notiamo nella terza strofa un’antitesi (la mia vita, ch’è celata altrui) e nella quarta un parallelismo (meco, con lui). L’autore utilizza molti gruppi consonantici –mpi e -nti nelle due quartine, questo provoca una particolare sensazione di monotonia e immutabilità.

Ci sono inoltre due assonanze una nella prima e una nella seconda strofa rispettivamente: solo e pensoso, schermo e manifesto. Come nella maggior parte delle opere poetiche del tempo è molto presente l’anastrofe. Ci sono inoltre molte coppie d’antitesi, soprattutto a livello contenutistico, queste si concentrano prevalentemente tra la seconda e la terza strofa. Tutti i tempi verbali sono al presente, questo sta a significare delle emozioni che Petrarca continuava a vivere e non sola mente dei particolari momenti passati della sua vita. Questo amore sofferto lui lo visse per tutta la vita, anche se spera (come dice nell’ultimo versetto) di distaccarsene.
Il tema principale del componimento è sicuramente la persecuzione dell’amore nei confronti di Petrarca. Lui infatti non riesce a sfuggire, non riesce a restare solo neanche per riflettere perché l’immagine di Laura gli appare in mente e lui non riesce a dissolverla. Lui vorrebbe fuggire dalla città, dalla vita, dalle persone vorrebbe solamente ritirarsi con se stesso. A differenza che in “erano i capei d’ora a l’aura sparsi” non viene utilizzata l’omofonia per invocare la donna, ma il personaggio è sottointeso e ben chiaro per chi conoscesse almeno un po’ il poeta. Il registro utilizzato in questa poesia è molto più malinconico, pessimista e sofferente di altri sonetti da lui stesso composti, ad esempio in “Erano i capei…” lui è comunque triste a causa della decadenza della bellezza di °Laura, ma non si perde d’animo e continua ad amarla; invece nel sonetto analizzato l’amore sembra per lui quasi una pena, una continua sofferenza, qualcosa che se non ci fosse sarebbe tanto meglio, da come lo descrive può sembrare ai nostri occhi una punizione inflittagli alla quale non riesce più a slegarsi.
Questa visione dell’amore è molto triste e malinconica, tipica di Petrarca.