SOLITUDINE ANALISI METRICA DI GIUSEPPE UNGARETTI

SOLITUDINE ANALISI METRICA DI GIUSEPPE UNGARETTI

Solitudine

Ma le mie urla
feriscono
come fulmini
la campana fioca
del cielo

Sprofondano
Impaurite

Analisi metrica:

La poesia si compone di due strofe, rispettivamente cinque e due versi sciolti, senza schema metrico.

Analisi retorica:

Presenza di allitterazioni: m (v. 1), f (v. 2-3-4), c (v. 4-5).

Sinestesia: urla / feriscono (vv. 1-2), campana fioca (v. 4).
Similitudine: Ma le mie urla / feriscono / come fulmini (vv. 1-3).
Metafora: Sprofondano / Impaurite (vv. 6-7).
Personificazione: Sprofondano / Impaurite (vv. 6-7).

Commento:

Poesia scritta da Ungaretti il 26/01/1917 a Santa Maria la Longa, come Mattina e Dormire, e facente parte della raccolta l’Allegria (nella prima edizione della raccolta, intitolata intitolata Allegria di naufragi, era inserita in una sezione dal nome Il ciclo delle 24 ore). Tanto breve che una parafrasi non avrebbe senso. Lo stile, tipicamente simbolista, come spesso lo è la poetica di Ungaretti del primo periodo: l’io assoluto come protagonista, qui reso in senso quasi onirico, con l’unico elemento che pare farsi strada del momento autobiografico, quella “fioca campana del cielo”, in un giorno di distacco dalla vita di trincea, fatta di clangore, morte e sofferenza, sfumata nel tempo e nello spazio, liricizzato ed inserito in un contesto fortemente espressionistico, il quale tuttavia non cerca il rimando, il riverbero, altro tratto caratteristico di Ungaretti, nella realtà esterna, ma in questa poesia pare ripiegarsi su se stesso. La campana del cielo, un limite ferito dalle urla del poeta, ma un limite sul quale le urla si infrangono ricadendo, sprofondando: in se stesse? Nell’io del poeta? Nella sua interiorità? Nella terra che diviene ricettacolo di ciò che viene rigettato dal limite invalicabile del cielo? Le ferite allora non solo solo quelle prodotte dalle urla, come fulmini, come un’invocazione, un incantesimo pagano, ma anche nella supposta armonia tra cielo e terra. L’immagine, visiva, che la poesia richiama dapprincipio pare statica, immersa in una sua fissità, il cielo, e i fulmini, come le urla, disegnati quasi in sottofondo. Ma le ferite, i fulmini stessi che in un secondo momento sembrano quasi prendere vita, scaricare energia, un’intermittenza che è conflittuale. Le domande di cui sopra, allora assumono un significato diverso, in quanto se dal centro della poesia, “la fioca campana di vetro”, la prospettiva si viene allargando ai fulmini, che colpiscono e feriscono, con energia, rabbia, ira, non è possibile evitare di allargare ulteriormente questa stessa prospettiva, ai confini della poesia, l’inizio e la fine: quell’avversativo, “ma”, che instaura una discontinuità, un confine opaco con ciò che c’è prima della poesia, un discorso interrotto, che per noi, lettori, è il confine del non detto; “impaurite”, la fine della poesia, di questa esplosione conflittuale che non lascia nulla di compiuto, se non la propria presenza, ma solo un sentimento, la paura, il timore. La solitudine. Ecco allora che al limite iniziale opaco di un discorso interrotto e per noi non detto, dopo il quale si stratifica l’essere e l’esprimere della poesia, si aggiunge un limite finale, opaco anch’esso, per l’opacità del sentimento della paura, ma anche perché prefigura che il discorso interrotto dalla poesia non può riprendere, e completarsi in senso compiuto, in una sorta di avvitamento circolare attorno ad una molteplicità di limiti, di barriere, che se si possono attraversare, non si possono tuttavia cancellare. Quelle domande, assieme all’impossibilità di potervi dare risposta, divengono il senso stesso della poesia.