SOFOCLE ANTIGONE PAFRAFRASI 806-882

SOFOCLE ANTIGONE PAFRAFRASI 806-882

SOFOCLE ANTIGONE PAFRAFRASI 806-882

A cura di Riccardo Guiffrey


• Prima strofe (806-816) → Antigone invita i cittadini di Tebe, i cittadini della terra dei suoi padri (806, “ὦ γᾶς πατρίας πολῖται”), ad osservarla mentre percorre i suoi ultimi passi (807-808, “τὰν νεάταν ὁδὸν | στείχουσαν”), mentre osserva per l’ultima volta lo splendore del sole (808-809, “νέατον δὲ φέγ | γος λεύσσουσαν ἀελίου”), che non vedrà mai più (810, “κοὔποτ᾽ αὖθις”). Invece Ade, che ogni cosa addormenta (810-811, “ὁ παγ | κοίτας Ἅιδας”), la condurrà ancora viva al lido d’Acheronte (810-813, “μ᾽ […] ζῶσαν ἄγει | τὰν Ἀχέροντος | ἀκτάν”), inesperta d’imenei (813-814 οὔθ᾽ ὑμεναίων | ἔγκληρον”), e senza che alcun inno sia risuonato a coronamento delle sue nozze (814-815, “οὔτ᾽ ἐπὶ νυμ | φείοις πώ μέ τις ὕμνος ὕ | μνησεν”): suo sposo sarà invece l’Acheronte (“ἀλλ᾽ Ἀχέροντι νυμφεύσω”)3.
• Sistema anapestico (Coro) (817-822) → il coro prova a consolare Antigone, menzionando la fama che le deriverà a causa della sua morte eccezionale, unica. Non è forse vero, domanda il coro, ch’ella scenderà negli oscuri abissi dei morti (817-818, “οὐκοῦν […] | ἐς τόδ᾽ ἀπέρχει κεῦθος νεκύων”) celebrata ed accompagnata da lodi (“κλεινὴ καὶ ἔπαινον ἔχουσ᾽”)? non colpita da morbi letali (819, “οὔτε φθινάσιν πληγεῖσα νόσοις”), né avendo ottenuto in sorte un colpo di spada (820, “οὔτε ξιφέων ἐπίχειρα λαχοῦσ᾽”)? Lei scenderà invece all’Ade (821-822, “ἀλλ᾽ […] Ἅιδην καταβήσει”) soggetta solo alla propria volontà, viva e sola tra tutti i mortali (“αὐτόνομος ζῶσα μόνη δὴ | θνητῶν”).
• Prima antistrofe (823-833) → Antigone afferma di aver già udito raccontare (823, “ἤκουσα δὴ”) che l’ospite Frigia4, la figlia di Tantalo (824-825, “τὰν Φρυγίαν ξέναν | Ταντάλου”), morì di una tristissima morte in prossimità delle ripide pendici del monte Sipilo (823-826, “λυγρότατον ὀλέσθαι […] Σιπύλῳ πρὸς ἄ | κρῳ”); un germoglio di pietra la strinse, l’avvolse in un abbraccio sempre più stretto (826-827, “τὰν […] | πετραία βλάστα δάμασεν”), come un’edera tenace (“κισσὸς ὡς ἀτενὴς”), né mai le piogge e la neve l’abbandonavano (828-830, “καί νιν ὄμβροι […] | χιών τ᾽ οὐδαμὰ λείπει”), come si dice tra gli uomini, mentre si consumava nel dolore (“τακομέναν”). Ella bagnava, da sotto le sopracciglia tutte inondate di lacrime, i suoi fianchi (831-832, “τέγγει δ᾽ ὑπ᾽ ὀφρύσι παγ | κλαύτοις δειράδας”): in modo terribilmente simile a lei, continua Antigone, un dio le dona il sonno della morte (832-833, “ᾇ με δαί | μων ὁμοιοτάταν κατευνάζει”).


• Sistema anapestico (Coro) (834-838) → il coro fa notare ad Antigone come Niobe fosse una dea, figlia di dei (834, “ἀλλὰ θεός τοι καὶ θεογεννής”)5, mentre loro sono mortali, e di stirpe mortale (835, “ἡμεῖς δὲ βροτοὶ καὶ θνητογενεῖς”). Ma è comunque gran cosa (836-837, “καίτοι […] μέγα”), per una donna che sia morta (“φθιμένῃ”), che di lei anche solo si dica che ha avuto in sorte un destino comune a semidei (“τοῖς ἰσοθέοις σύγκληρα λαχεῖν”), sia quando era ancora in vita, sia dopo la sua morte (838, “ζῶσαν καὶ ἔπειτα θανοῦσαν”).
Nella sezione che segue, il dialogo diviene interamente lirico: tanto Antigone quanto il coro si esprimono nella forma del canto, alternando le loro voci all’interno della coppia strofica (vv. 839-856 e 857-875). Il κομμός si conclude con un epodo lirico cantato dalla sola Antigone (876-882).
• Seconda strofe (839-852) → Antigone lamenta il fatto di essere derisa dal coro (839, “οἴμοι γελῶμαι”): perché, per i cieli dei suoi padri, gli anziani del coro non aspettano, per deriderla, ch’ella sia morta, che sia partita (839-841, “τί με, πρὸς θεῶν πατρῴων, | οὐκ οἰχομέναν ὑβρί | ζεις”), ma le dicono in faccia questi insulti, mentre è ancora viva, davanti a loro (“ἀλλ᾽ ἐπίφαντον;”)? La giovane invoca poi la sua città, ed i suoi ricchissimi cittadini (842-843, “ὦ πόλις, ὦ πόλεως πολυκτήμονες ἄνδρες”)6, ed invoca la fonte di Dirce (844-845, “ἰὼ Διρκαῖαι κρῆναι”) e la sacra terra di Tebe dagli splendidi carri (“Θήβας τ᾽ εὐαρμάτου ἄλσος”): almeno loro chiama ad essere insieme testimoni (845-846, “ἔμπας ξυμμάρτυρας ὔμμ᾽ ἐπικτῶμαι”) di come non sia pianta dai suoi stessi cari (847, “οἵα φίλων ἄκλαυτος”), e delle leggi in virtù delle quali viene condotta alla sua prigione a forma di tumulo, una tomba speciale tutta per lei (847-849, “οἵοις νόμοις | πρὸς ἕργμα τυμβόχωστον ἔρ | χομαι τάφου ποταινίου”). Povera infelice (850, “ἰὼ δύστανος”), né viva tra gli uomini mortali (850-851, “βροτοῖς”), né cadavere tra i cadaveri (“οὔτε νεκροῖς κυροῦσα”); un’estranea, né tra i vivi né tra i morti (852, “μέτοικος οὐ ζῶσιν, οὐ θανοῦσιν”).


• Replica del coro (853-856) → il coro ora replica in metro lirico7 ad Antigone. La giovane (855, “ὦ τέκνον”), dopo essere salita fino all’estremo limite dell’audacia, della temerarietà (853, “προβᾶσ᾽ ἐπ᾽ ἔσχατον θράσους”), si è scontrata col piede contro l’alto piedistallo della Giustizia (854-855, “ὑψηλὸν ἐς Δίκας βάθρον | προσέπεσες […] ποδί”): ella sta in qualche modo pagando il prezzo per un crimine commesso dal padre (856, “πατρῷον δ᾽ ἐκτίνεις τιν᾽ ἆθλον”).
• Seconda antistrofe (857-871) → rivolta al coro, Antigone lo accusa d’aver toccato l’angoscia per lei più dolorosa (857-860, “ἔψαυσας ἀλγεινοτάτας ἐμοὶ μερίμνας”), il compianto continuamente rinnovato per suo padre (“πατρὸς τριπόλιστον οἶ | κτον”), e per l’intero destino che è stato decretato per loro (860-862, “τού τε πρόπαντος | ἁμετέρου πότμου”), per la celebre stirpe dei Labdacidi (“κλεινοῖς Λαβδακίδαισιν”). Antigone rievoca poi, e maledice, gli orrori del letto materno (863-865, “ἰὼ ματρῷαι λέκτρων ἆ | ται”) e l’incestuosa unione della sua sciagurata madre col proprio padre (“κοιμήματά τ᾽ αὐτογέν | νητ᾽ ἐμῷ πατρὶ δυσμόρου ματρός”): da qual razza di genitori è mai stata messa al mondo (866, “οἵων ἐγώ ποθ᾽ ἁ ταλαίφρων ἔφυν”)! presso i quali, come la vedono, sta ora ritornando per condividere la stessa casa (867-868, “πρὸς οὓς […] ἅδ᾽ | ἐγὼ μέτοικος ἔρχομαι”), lei maledetta, non sposata (“ἀραῖος ἄγαμος”). Antigone si rivolge infine idealmente a Polinice (870, “ἰὼ […] κασί | γνητε”): le nozze8 che ha celebrato erano maledette (869-870, “δυσπότμων […] γάμων κυρήσας”)! Con la sua morte egli l’ha distrutta, l’ha svuotata, lei che era ancora in vita (871, “θανὼν ἔτ᾽ οὖσαν κατήναρές με”)!
• Replica del coro (872-875) → un’azione rispettosa, come l’amore verso il proprio fratello, è certo un atto di pietà (872, “σέβειν μὲν εὐσέβειά τις”), ma, osserva il coro, l’autorità non deve in alcun modo mai essere violata agli occhi di colui (873-874, “κράτος δ᾽ […] | παραβατὸν οὐδαμᾷ πέλει”), cui importa l’esercizio del potere (“ὅτῳ κράτος μέλει”). E per quanto riguarda Antigone (875, “σὲ δ᾽”), il suo voler decidere autonomamente l’ha rovinata (“αὐτόγνωτος ὤλεσ᾽ ὀργά”).
• Epodo lirico (876-882) → nel suo ultimo intervento, Antigone riepiloga la sua situazione. Senza alcun compianto ad accompagnarla, senza amici e e privata dei canti nuziali (876-878, “ἄκλαυτος, ἄφιλος, ἀνυμέναι | ος”), viene condotta lungo questo cammino che non può più essere rinviato (“ταλαίφρων ἄγομαι | τὰν ἑτοίμαν ὁδόν”). Non le è più consentito, misera! (878-880, “οὐκέτι μοι […] | θέμις […] ταλαίνᾳ”), guardare questo sacro occhio di luce (τόδε | λαμπάδος ἱερὸν ὄμμα | […] ὁρᾶν”). Nessuno però tra i suoi cari, conclude Antigone, lamenterà il suo destino (881-882, “τὸν δ᾽ ἐμὸν πότμον […] | οὐδεὶς φίλων στενάζει”), che rimarrà perciò privo di compianto (“ἀδάκρυτον”).
Il canto di Antigone viene interrotto dall’intervento di Creonte, che segna il ritorno alla recitazione in trimetri giambici. Questa sezione finale del quarto episodio si articola come segue:
• esordisce innanzitutto Creonte (883-890), che dà ordine di condurre la giovane al suo luogo di prigionia, dov’ella sarà per sempre privata della possibilità di abitare in seno alla comunità degli uomini, e allo spazio della politica;

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