SE QUESTO E UN UOMO POESIA

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.

Questa bellissima e tragica poesia non fa parte di una raccolta, l’autore, infatti, non è stato un poeta nel senso classico del termine. E’ pubblicata come premessa ad uno dei più  sconvolgenti racconti autobiografici che mai siano stati scritti sull’esperienza di detenzione nei campi di concentramento nazisti. Il titolo della poesia è lo stesso del racconto.

Primo Levi, giovane perito chimico, viveva a Torino ed aveva 24 anni quando fu catturato dalla milizia fascista nel dicembre del 1943 e fu deportato nel lager di Auschwitz.

Il titolo è un invito a riflettere e a meditare se può essere ancora considerato un uomo, una creatura privata della dignità, della libertà, della pace, del cibo, seviziata da innominabili torture.

La poesia è strutturata in quattro parti e si compone di versi liberi di varia lunghezza.

Nei primi versi il poeta si rivolge a tutti coloro che hanno la fortuna di vivere una vita serena, dunque a tutti noi.

Nella seconda parte invita a riflettere e a porsi una domanda

Nella terza parte, come in un crescendo drammatico esprime una esortazione che diventa un ordine: comanda di ricordare ciò che è stato. Nell’ultima parte, con la forza della disperazione di chi ha vissuto la più tragica delle esperienze che mai uomo possa provare, lancia una maledizione.

Il poeta si rivolge a tutti gli uomini che vivono al sicuro nelle loro comode, confortevoli case, dove la sera hanno la fortuna di tornare e di trovare cibo caldo e persone care e sorridenti; si rivolge a tutti noi. Pone una domanda indiretta, invita a riflettere se può essere considerato ancora un uomo chi è costretto a lavorare nel fango, senza sosta senza pace, costretto a lottare, ad ingannare ad ingegnarsi in mille modi per conquistarsi un pezzo di pane e poter sopravvivere, e muore o vive perché qualcuno distrattamente decide che deve morire oppure può ancora continuare a vivere.

Il poeta invita ancora a riflettere se può essere ancora considerata una donna, una creatura con la testa rasata, senza più un nome, privata anche della capacità di ricordare che la vita può e deve essere diversa, una creatura con lo sguardo privo d’espressione, incapace di procreare fredda e disgustosa come può essere al tatto la pelle viscida e umida di una rana d’inverno.

Il poeta invita dunque a meditare perché uomini e donne, innumerevoli uomini e donne, milioni di uomini e donne sono stati ridotti in questa tragica condizione… e purtroppo ancora oggi milioni di uomini donne e bambini sono ancora costretti a vivere in queste tragiche disumane condizioni

E allora, con la forza e l’autorità di chi per la follia e la crudeltà di altri uomini è stato ridotto a vivere in una condizione disumana, il poeta ordina di ricordare ciò che è stato, quello che è successo a milioni di uomini e donne: ognuno deve conservare, scolpire nel suo cuore, ricordare in ogni istante, nelle più quiete situazioni della propria vita, alzandosi la mattina, coricandosi la sera, camminando per strada, le immagini di chi è stato ridotto in condizioni disumane.

Il poeta esprime dunque un monito che assume il tono della maledizione: chi, per superficialità, per amore del quieto vivere, per egoistica indifferenza, cercherà di dimenticare o non vorrà ricordare, possa essere colpito da ogni possibile sciagura, la sua casa possa crollare, sia colpito dalla malattia ed i suoi figli possano rinnegarlo come genitore.

L’ordine che drammaticamente Primo Levi ci dà solo apparentemente sembra contrario all’invito che Quasimodo esprime negli ultimi versi della poesia “Uomo del mio tempo”: dimenticate, oh figli, le nuvole di sangue…

Entrambi sono, infatti, animati dallo stesso accorato desiderio: che quel che è stato non si ripeta mai più.

Intolleranza è un vocabolo che definisce l’atteggiamento di indisponenza nei confronti degli altri. Intollerante è colui che si mostra indisponente e insofferente nei confronto dei modi, delle abitudini, delle convinzioni degli altri; si pone come contrario di disponibile, sensibile, comprensivo.

Manca agli uomini, privati della libertà e abbrutiti dalla sottomissione, la possibilità di vivere con dignità, che, come afferma Dante consiste nella possibilità di sviluppare le proprie doti spirituali e intellettuali (Dante:”Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir vertute e canoscenza…)