ROBINSON CRUSOE ANALISI DEL ROMANZO

ROBINSON CRUSOE ANALISI DEL ROMANZO

FONTE: https://www.inftub.com/letteratura/letteratura-italiana/Robinson-Crusoe-di-Daniel-Defo64824.php


Robinson Crusoe di Daniel Defoe
“In un’ora Dio sa quanto malaugurata del primo settembre 1651 io m’imbarcai per una nave che salpava per Londra. E mai, io credo, le disgrazie di un giovane cominciarono presto e durarono a lungo quanto le mie”.
Il creatore di Robinson, Daniel Defoe, fu, proprio come il protagonista del suo romanzo, un uomo dal carattere molto particolare. La sua passione era il giornalismo politico: gli piaceva polemizzare ferocemente con gli avversari facendo uso del suo giornale e delle sue opere. A causa di un suo scritto anticonformista ( contrario alla dottrina della Chiesa d’Inghilterra), egli fu condannato alla gogna (era questa infatti la pena riservata agli scrittori dalla “penna troppo audace”). Questa punizione, che sarebbe dovuta essere una terribile umiliazione, si rivelò invece una vera e propria pubblicità. Defoe non cessò mai di cercare nuove vie di successo e di guadagno, con nuovi argomenti che potessero interessare al pubblico. Tutta l’Inghilterra si era appassionata, a quel tempo, alla storia del marinaio olandese Alexander Selkirk che era vissuto per quattro anni e mezzo in un’isola selvaggia, a San Juan Fernandez. Defoe afferrò al volo questo spunto e pubblicò allora lo straordinario racconto di un naufrago, Robinson Crusoe, vissuto addirittura ventotto anni in un’isola deserta, fingendo che questo fosse un resoconto veritiero scritto dallo stesso protagonista.
La storia può essere divisa in tre parti. Nella prima parte l’autore ci parla brevemente della giovinezza di Robinson, della classe media a cui apparteneva, e di come egli abbia preferito fuggire via per mare piuttosto che accettare la vita di comodità che il padre gli aveva promesso “se volesse restarsene a casa, quel ragazzo sarebbe felice, ma se invece se ne andrà, sarà il più infelice, il più sventurato degli uomini”. Dopo una serie di avventure e disgrazie, Robinson si trova in Brasile, dove diventa il proprietario di una piantagione di cotone, una professione che non lo appassiona, ma che potrebbe portarlo in breve tempo alla ricchezza. Da qui parte per l’Africa con altri proprietari di piantagioni per procurarsi degli schiavi. È questo il viaggio che lo porta al naufragio in un’isola deserta, unico superstite di una tempesta. La seconda parte del libro è scritta sotto forma di diario di viaggio nel quale Robinson scrive della sua vita nell’isola e di come sia riuscito, grazie alla sua forza e intelligenza, a superare in qualche modo le difficoltà della sua situazione, compreso il ben noto incontro con i cannibali. Dopo aver attraversato i vari stadi dell’economia umana tra cui caccia, raccolta, agricoltura, allevamento e artigianato, egli riesce addirittura a procurarsi un servo che chiamerà Venerdì. La terza e ultima parte del libro narra della fuga dall’isola e del ritorno di Robinson in Inghilterra insieme al suo fido Venerdì. Al suo riavvicinamento alla civiltà Robinson si ritrova molto più ricco di quando era partito, ma decide di continuare la sua vita senza ricchezze, e, ritrovatosi solo alla morte della moglie, si rimette in viaggio sulla nave del nipote.
Il protagonista del romanzo è Robinson Crusoe, personaggio intelligente, ostinato, amante dell’avventura e dotato di buona inventiva e senso pratico. Il suo carattere non è esplicitato, ma si può intuire dagli atteggiamenti e dal comportamento, attraverso una narrazione che non si allontana mai dal protagonista e ne delinea ogni suo gesto. Dopo il suo arrivo sull’isola, Robinson subisce una vera e propria evoluzione. Inizia a soddisfare i suoi bisogni grazie a vari stratagemmi dettati dalla sua intelligenza, e riesce a sopravvivere riuscendo a trovare anche la comodità. Se prima il protagonista piangeva stoltamente la sua condizione, dopo arriverà a ringraziare Dio per averlo salvato dalla morte certa a cui sono andati incontro tutti gli altri marinai, e riconosce che la sua condizione è derivata solo dalle sue colpe. Anche la sua religione cambierà quando, in un momento di malattia, Robinson inizierà a pregare e a leggere le Bibbia. Alla fine del romanzo tuttavia ancora una volta prevarranno quegli istinti giovanili che la prima volta avevano fatto scappare Robinson di casa: il protagonista, dopo essere riuscito a tornare in patria, a sposarsi e ad avere dei figli, decide ancora una volta di tornare in mare, dimostrando di non essere cambiato e di non avere imparato nulla dalle sue disavventure. Il suo aspetto fisico viene descritto da lui stesso dopo alcuni anni di permanenza sull’isola, fatto che lo renderà particolarmente spaventoso e sgradevole alla vista. “Mi fermavo sovente a guardarmi, e non potevo esimermi dal sorridere all’idea di circolare per le strade dello Yorkshire vestito ed equipaggiato in quella maniera… se una persona qualsiasi, in Inghilterra, avesse mai incontrato un uomo del mio aspetto, o ne sarebbe stato impaurito, o si sarebbe sbellicato dalle risa”. Di Robinson emergono anche alcune caratteristiche dovute all’abitudine: non si dimentica mai, per esempio, neppure nelle circostanze più drammatiche, di tenere in ordine i propri conti, elaborando sovente tabelle per valutare i pro e i contro della sua situazione. Spesso non appare neppure come un eroe, perché è lui stesso che confessa di avere paura: egli è solo un uomo comune, un marinaio tenace alle prese con i bisogni elementari della vita in una situazione di completo isolamento dal mondo civile. Sono molto importanti i mutamenti psicologici che si vanno maturando nell’intimo di Robinson, a contatto di tante disavventure e in una circostanza così favorevole alla meditazione “Che cosa sono questa terra, questo mare di cui ho visto tanta parte? Da dove è nata? E chi sono io? Che cosa sono tutti gli altri esseri viventi, selvaggi e domestici, umani e bestiali? Da dove veniamo? Certo tutti noi siamo frutto di qualche arcano Potere, che ha creato la terra e il mare, l’aria e il cielo. E chi è mai questo Potere”. Nasce in lui un nuovo senso della vita, un più profondo significato del destino in rapporto a ciò che è temporaneo e ciò che è eterno. “Solo in quel momento fui indotto a meditare seriamente sul passo che avevo compiuto e sulla giustizia celeste che si abbatteva su di me per aver con tanta scelleratezza abbandonato la casa paterna e trascurato il mio dovere”. È la personificazione di tutti i ragazzi che amano costruirsi una capanna, scegliersi un rifugio gelosamente personale, la loro isola deserta, di cui si sentono, proprio come Robinson, i padroni assoluti (sicuramente è questo il motivo per cui Robinson ha avuto tanto successo anche tra i giovani).
Durante il suo soggiorno sull’isola, una delle privazioni di cui Robinson soffre maggiormente, è quella della compagnia dei suoi simili. Questo problema è felicemente risolto dalla comparsa del buon selvaggio Venerdì, che dal momento in cui viene salvato dal protagonista, si pone sotto la sua protezione divenendo suo fedele allievo e servitore. “Era un uomo aitante, di bell’aspetto e membra robuste e perfezionate… a mio parere doveva avere circa ventisei anni. La sua espressione non era torva e feroce, ma al contrario appariva bonaria; e nondimeno il suo volto appariva marcatamente virile, pur recando in sé una fisionomia dolce e mite, soprattutto quando sorrideva”. Per dare risalto a questo personaggio l’autore lo descrive in un modo diverso da tutti gli altri, quasi a rendere evidente la funzione di “punto di svolta” che questi determina nei confronti della vita di Robinson. Infatti Defoe si allontana dal suo stile descrittivo e dona a Venerdì ampie capacità riflessive, facendolo diventare il simbolo della religione, della sorte, della curiosità, e degli effetti che questi elementi hanno sull’uomo. Il personaggio diventa essenziale a far riemergere alcuni valori che stavano scomparendo nella società del tempo, come la religione e l’affetto per la propria patria e per la famiglia. “Mai un uomo ebbe un servo fedele, schietto e affezionato quanto lo fu Venerdì… per prima cosa gli spiegai che il suo nome sarebbe stato Venerdì, perché Venerdì era appunto il giorno in cui gli avevo salvato la vita”. L’occasione di poter istruire ed educare alla religione Cristiana un umile selvaggio è motivo di una nuova intima riflessione e soddisfazione per Robinson: egli riuscirà a fargli quasi dimenticare il cannibalismo e la sua vecchia religione, e a trasmettergli una nuova cultura.
Altri personaggi secondari sono Xury, il padre di Robinson, il capitano Inglese e il capitano portoghese che salvò il protagonista durante il suo primo naufragio.
I luoghi in cui si trova Robinson nel corso delle sue avventure sono sempre citati, dalle città inglesi di Hull e Londra, ai luoghi più lontani come il Brasile, il Marocco e la Guinea. La storia è ambientata principalmente sull’isola deserta in cui vive il protagonista per circa ventotto anni, che può essere vista simbolicamente come un luogo in cui, lontani da ogni comodità (e anche da ogni difetto) della società, bisogna adattarsi a vivere solo con le proprie forze.
Sono presenti nel romanzo anche numerosi passaggi descrittivi, soprattutto nel momento in cui Robinson, ritrovatosi solo in un’isola sconosciuta, inizia ad esplorarla e cerca di capire com’è fatta sia via mare sia via terra, riportando minuziosamente ogni particolare nel suo diario.
L’ambiente sociale di Robinson è quello della “middle class” o “classe media”, qui presentata come classe migliore a cui un uomo di quel tempo potrebbe appartenere, non essendo esposta alle miserie e alle difficoltà delle classi inferiori, e allo stesso tempo essendo distante dai vizi dell’aristocrazia, come la superbia e la vita di lusso. “Le amicizie e tutti gli svaghi e i piaceri desiderabili erano i doni celesti riservati alla condizione media della vita”. Robinson decide di partire alla ricerca della sua identità, e per questo rifiuta la vita promessagli dal padre. Questa volontà, alla fine, culminerà con l’isolamento totale del protagonista, e al suo rientro in Inghilterra, col ritorno alla classe media da lui precedentemente rifiutata “ahimè! non era certo il caso di stupirsi di un mio sbaglio, posto che non avevo mai fatto niente di giusto in vita mia. Dovevo tirare avanti, non c’era altra scelta; mi ero cacciato in un’impresa idiosincratica alla mia natura, totalmente all’opposto del genere di vita che mi attraeva e per il quale avevo abbandonato la casa di mio padre, incurante dei suoi buoni consigli; anzi, mi stavo portando a livello di quella società media, lo strato superiore del ceto inferiore, che mio padre mi aveva additato; tanto valeva che fossi rimasto a casa senza affannarmi in giro per il mondo come avevo fatto. E spesso ero indotto a pensare che avrei potuto fare lo stesso lavoro in Inghilterra, tranquillamente, circondato dai miei amici, senza andarmene a cinquemila miglia di distanza, fra stranieri e selvaggi, in una terra desolata, così lontano da non poter ricevere la minima notizia da qualsiasi luogo di questo mondo in cui si conservasse un pallido ricordo di me”.
Il periodo storico è esplicitato fin dall’inizio della storia e fa riferimento alla seconda metà del 1600 “Io nacqui nel 1632 nella città di York”. Anche quando è sull’isola Robinson tiene il conto dei giorni e degli anni, mediante delle tacche che soleva fare in un asse di legno. Egli nota anche delle strane coincidenze nelle date importanti della sua storia, come il giorno del suo naufragio e quello della sua liberazione: questo è un abile stratagemma adottato da Defoe per introdurre l’argomento della predestinazione, legato al tema religioso. Sono presenti anche alcuni cenni storici riguardanti l’epoca di Robinson: il cannibalismo, il commercio degli schiavi e l’acquisizione di importanza del settore mercantile all’interno della società seicentesca. La parola “cannibale” è la corruzione di un popolo dell’america meridionale, i Caribi o Cannibi, che viene citato da Venerdì. Questa popolazione era dedita ai riti basati su veri e propri banchetti di carne umana, che contrariamente a quanto si crede, non erano dovuti a necessità alimentari, ma era spesso legata a cerimonie religiose o magiche ispirate alla credenza di poter acquistare, mangiandone la carne, anche le qualità dell’individuo defunto. “non riuscirei mai ad eprimere l’orrore della mia mente nel vedere la spiaggia cosparsa di teschi, di ossa di mani e di piedi e di altre parti del corpo umano”“Gli chiesi se le persone del suo popolo andassero in qualche luogo, dopo morte. Rispose di sì, che andavano da Benamuchi. E allora domandai se ci andavano anche quelle che venivano mangiate. E di nuovo mi rispose affermativamente”.
Per quanto riguarda il commercio degli schiavi, nel libro è citato per la prima volta quando Robinson viene catturato dai turchi e portato a Salè. Nel 1600 il commercio degli schiavi non era reputato importante in Inghilterra, ma acquisì rilievo solo nel 1700, quando venne accettato come economicamente indispensabile. Le piantagioni di cotone delle colonie generavano enormi ricchezze e grande progresso economico per la Madre Patria. Gli schiavi africani in particolare divennero molto importanti quando gli inglesi realizzarono che potevano rispondere alla richiesta di manodopera del Nuovo Mondo. Le deboli voci contro lo sfruttamento degli schiavi neri rimasero casi isolati fino alla fine del XIII secolo, a causa del fenomeno divenuto ormai insostituibile. Defoe può essere considerato un portavoce pro schiavismo: Robinson non si pone scrupoli nel partecipare a un viaggio per portare schiavi neri dall’Africa al Brasile. “Espressero la loro intenzione per un viaggio alla Guinea, che tutti al pari di me erano proprietari di piantagioni e di nulla avevano urgente bisogno quanto di servi…tanto valeva compiere un unico viaggio, trasportare abusivamente i negri in Brasile e spartirseli tra le varie piantagioni”. Inoltre egli crede sicuramente nell’inferiorità culturale delle popolazioni tribali e nei loro legami infantili con i superiori europei, che devono chiamare “padroni” (è questa infatti la prima parola che Robinson insegna a Venerdì).
Il ritmo della narrazione non è né incalzante, né eccessivamente lento, tuttavia a volte l’autore ripete più volte le stesse cose, rallentando o addirittura bloccando la narrazione in alcuni punti. La narrazione presenta un susseguirsi di sequenze narrative e riflessive, con frequenti sommari ed ellissi. Le digressioni sono poco frequenti, perché tutta la storia è vista con gli occhi del protagonista, e raramente si allontana dalla sua figura. Il narratore è chiaramente interno e si impersona nello stesso Robinson Crusoe, che racconta le sue avventure talvolta intervenendo con commenti e giudizi. È importante notare che il punto di vista del protagonista coincide con quello dell’autore, che senza temere le critiche si è fatto rappresentante di una nuova classe sociale emergente che voleva vedersi ritratta nella letteratura: l’ambiziosa classe media.
Il linguaggio utilizzato si adatta proprio a questa classe media, alle volte spingendosi alla terminologia tecnica soprattutto della navigazione. Le descrizioni si concentrano nelle qualità primarie degli oggetti, specialmente la resistenza, il numero, l’utilità, piuttosto che su quelle secondarie quali il colore e la bellezza. A volte sono presenti alcune imprecisioni, per esempio l’inspiegabile comparsa delle foche, decisamente impossibile considerata la latitudine in cui si trova Robinson “mi hanno sorpreso e quasi spaventato due o tre foche, che si sono tuffate in mare senza capire bene di che razza di animali si trattasse”.
Sono state date numerose interpretazioni riguardo al messaggio che l’autore ha voluto trasmettere, probabilmente non ne prevale uno in particolare, ma un insieme complesso ed articolato.
Il primo messaggio e forse il più evidente è quello religioso, poiché l’autore racconta delle usanze tipiche del puritanesimo: Robinson dunque diventa un saggio sulla via della redenzione dal peccato e sulla predestinazione. La visione puritana è molto semplice in quanto per questa dottrina l’uomo deve salvarsi dal peccato originale sulla Terra, riguadagnando il paradiso attraverso il suo lavoro, l’autostima, e la pratica privata. L’isola i cui Robinson ha fatto naufragio è inizialmente vista come “l’isola della Disperazione”. “Né vedevo di fronte a me alcuna prospettiva se non quella di morire di fame o di morire sbranato dalle belve feroci”. Ma gradualmente, attraverso la sua intelligenza e il duro lavoro, il protagonista a trasforma passo a passo in un Paradiso in cui proprio egli è il capo. Come nella credenza puritana, inoltre, la religione di Robinson è molto diversa da quella della Chiesa Romana: egli non chiede a Dio la salvezza, ma cerca di ottenerla solo col suo lavoro. L’eroe infatti, legge la Bibbia ogni giorno per trovare conforto e approvazione, e scrive le sue esperienze in ordine su un diario, credendo fermamente che ogni cosa che gli accade sia volontà divina: Dio è la prima causa di tutto, e lui non può fare niente se non attenersi a ciò che lui vuole. In tutto il racconto è presente il pentimento di Robinson per le sue azioni e i suoi peccati. “Una mattina che ero molto triste, aprii la Bibbia a queste parole: ‘Io non ti lascerò e non ti abbandonerò mai’; subito pensai che quelle parole erano per me… ‘Ebbene’, mi dissi, ‘se Dio non mi abbandona, che male può farmi e che importa che tutto il mondo mi abbandoni, visto che, d’altra parte, se possedessi tutto il mondo e perdessi il favore e la grazia di Dio non ci sarebbe confronto nella perdita?’”. Robinson crede profondamente a queste parole, e nei suoi momenti difficili si stringe ad esse, come se gli venissero ogni volta sussurrate all’orecchio, e le adatta alla sua situazione trasformandole sempre in un messaggio di Dio che lo invita ad andare avanti con tenacia, con la quale può rimediare alle azioni imprudenti compiute nel suo passato “Mi guardai bene dal dolermi della mia condizione vedendo in essa un castigo del Cielo, o il segno della mano di Dio levata contro di me”. La credenza nella Provvidenza è senza dubbio la più cara a Robinson Crusoe. “La storia è raccontata con accenti sobri e sereni,e con l’intendimento religioso di sfruttare le circostanze così come gli uomini savi se ne servono sempre, sempre cioè per istruire gli altri mediante questo esempio, e per giustificare ed esaltare la saggezza della Provvidenza nelle più svariate congiunture della vita, comunque possano verificarsi” La Providenza è il destino, il fato, contro il quale l’uomo non può porre rimedio: il protagonista crede che questa sia infallibile, come le misteriose mani di Dio che gestiscono come vogliono le vite degli uomini “Invero, noi non valutiamo mai la realtà della nostra condizione fino al momento in cui ci viene illustrata da una congiuntura diametralmente opposta, né sappiamo valutare i beni di cui godiamo fino a quando ci vengono a mancare”. Nel romanzo compaiono numerosissimi richiami alla provvidenza, per esempio quando, svariate volte, Robinson riceve avvertimenti e profezie che lo portano sempre nelle peggiori situazioni. “Quest’ultima parte del discorso si sarebbe rivelata profetica più di quando mio padre stesso, immagino, non avesse mai pensato”.
Un altro messaggio molto evidente è quello politico-economico. Crusoe è il perfetto modello di un colonialista: infatti, egli non crea nell’isola una società alternativa, ma una società molto simile al grande stato coloniale che al tempo era l’Inghilterra. Inoltre egli crede anche nell’inferiorità culturale e sociale dei nativi, e si dimostra largamente superiore a Venerdì, per esempio quando gli dimostra la falsità della sua religione e lo educa al Cristianesimo, ritenuta migliore di tutte le altre. In seguito Robinson assume il controllo totale dell’isola e di ogni persona che incontra, in modo che tutto quello che succede nel suo “regno” converga su di lui. Nemmeno tanti anni lontano dall’isola gli toglieranno questo diritto di proprietà: il personaggio narra che al suo ritorno alla colonia affida agli europei che aveva lasciato lì alcuni appezzamenti di terre, che però rimarranno per sempre sua proprietà.
Nella storia compaiono anche alcuni tratti tipici del capitalismo, caratteristica che la rende una evidente allegoria economica. Robinson infatti considera ogni cosa (o persona) che trova sull’isola oggetto di sua unica proprietà. Egli tende sempre ad accumulare i beni anche quando sa che non gli serviranno a niente “Di conseguenza, da quel denaro non traevo il minimo vantaggio, e se ne stava in un cassetto ad ammuffire, a causa dell’umidità che stagnava nella grotta durante la stagione delle piogge, e se quel cassetto fosse stato pieno di diamanti, sarebbe stata la stessa cosa, perché non avrebbero rivestito alcun valore per me, non sarebbero serviti a nulla”. Quando incontra Venerdì inoltre lo impiega subito come schiavo, nella sua casa, anch’essa dotata di una muraglia di legno per tenere lontano gli estranei che potrebbero appropriarsene. Quando egli si trova solo sull’isola, senza relazioni né con gli altri né con la sua famiglia, inizia a riflettere sulla natura del capitalismo, che si basa principalmente sull’interesse individuale. Altri elementi importanti del capitalismo sono le relazioni contrattuali stipulate dal protagonista prima di partire e anche al momento del suo ritorno all’isola (in questo modo egli assicura a sé il ritorno di tutte le sue proprietà), la rilevanza del motivo economico, la tendenza ad accumulare ogni cosa, la partenza alla ricerca di migliori opportunità economiche, l’utilitarismo, e il valore che Robinson dà al denaro, anche se sa che non lo utilizzerà. Il capitalismo è anche il peccato di Robinson e ciò che lo porterà alle più grandi disgrazie: è proprio questa continua tendenza a migliorarsi che lo spinge a fuggire di casa, a tentare nuove imprese e ad affrontare rischi molto alti.
Robinson Crusoe di Defoe è di gran lunga l’opera più rappresentativa di quella serena tradizionale fiducia inglese nei lumi della ragione, in quanto lo stesso Robinson parte sempre dall’osservazione della sua situazione, proseguendo poi nell’elaborazione di una lista di tutte le possibili soluzioni, in modo da poter scegliere sempre l’alternativa migliore. “Tutte le sventure vanno giudicate insieme col poco bene che recano in sé, e con i mali peggiori che le circondano…. Sia questo dunque l’insegnamento che si può trarre dall’aver sperimentato la più infelice condizione del mondo: che noi possiamo sempre cogliervi qualcosa cui attingere conforto, e che, nel bilancio del bene e del male, abbiamo il dovere di metterlo all’attivo del conto”. Questo procedimento perfettamente razionale tuttavia a volte viene a mancare mostrando anche i limiti dell’illuminismo, in particolare quando il personaggio si sente invincibile dopo aver conseguito un certo numero di successi, ed è spinto allora a compiere anche i gesti più irresponsabili con disinvolta sicurezza, “Con l’accrescersi della mia attività e della mia ricchezza, la mia testa cominciò a riempirsi di progetti e di ipotetiche imprese superiori alle mie possibilità: di quelli che non di rado portano alla catastrofe i più avveduti commercianti…e una volta di più io sarei stato lo strumento volontario della mia rovina” dimenticandosi magari delle conseguenze delle sue azioni. “L’uomo, cioè, non si vergogna di peccare, ma si vergogna di pentirsi; non si vergogna di commettere un’azione per la quale, e giustamente, verrà giudicato uno sprovveduto, ma si vergogna di recedere, comportandosi nell’unico modo idoneo a conferirgli reputazione di saggezza”.
Il libro diventa quindi un saggio ricco di messaggi per i lettori, senza perdere comunque il suo valore di racconto di avventura, forse il più famoso nella letteratura inglese.
“Gli eventi straordinari della vita di quest’uomo superano, a suo avviso, tutto ciò di cui si sia avuta mai notizia, ed è quasi impossibile che la vita di un singolo individuo possa presentare maggior varietà”.

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