RICERCA SULLA CIVILTA MAYA

RICERCA SULLA CIVILTA MAYA

RICERCA SULLA CIVILTA MAYA


Il territorio abitato dalla popolazione maya si estendeva, da nord a sud, attraverso la
penisola messicana dello Yucatan, il Belize, il Guatemala, El Salvador, l’Honduras e
non vide mai la costituzione di una forma statale unitaria, sempre ostacolata da un
frazionamento politico paragonabile a quello delle città-stato sumere, greche o
etrusche. A capo della gerarchia politica e sociale di ogni centro si trovava il re
sacerdote, che, come credevano anche gli Aztechi, discendeva direttamente dagli dei
e, in quanto conservava nel corpo l’essenza degli antenati sovrannaturali, doveva
spargere il proprio sangue in riti particolari che garantissero la conservazione
dell’ordine naturale. Secondo la più recente periodizzazione della civiltà, i Maya
vissero il loro periodo aureo tra 300 e 900 d.C.: quando entrano in contatto con i primi
esploratori spagnoli, verso il 1517, da tempo ogni loro centro, chiuso nella propria
singolarità e autonomia, sta coltivando una lenta decadenza. Non avendo mai
seriamente costituito una minaccia per i nuovi arrivati, a causa della frammentazione
politica che impedì una qualsiasi ipotesi di resistenza al nemico europeo, i Maya fin
dall’inizio si offrirono più come oggetto di conoscenza e studio che come ostacolo da
rimuovere e riuscirono così ad attraversare i secoli relativamente indenni, prima
irregimentati nel Vicereame della Nuova Spagna, poi inglobati nel Messico, infine
sparsi tra i confini delle attuali nazioni precedentemente elencate, conservando fino ai
nostri giorni gli elementi fondamentali della propria cultura.
Gli Spagnoli ovviamente esercitarono anche in questi territori l’opera di repressione
volta a sovrapporre la cultura cattolica alla tradizione indigena, bruciando idoli,
proibendo riti e cerimonie e perseguitandone i promotori, ma non poche volte sono
pervasi da vivo interesse per le forme di vita sociale che intendono debellare o
modificare. Notevole è, ad esempio, la figura di Diego de Landa, il primo vescovo
dello Yucatan, la cui Relacion de las cosas de Yucatan costituisce la fonte di
informazioni più completa che si abbia sui Maya del XVI secolo: uomo di chiesa e
inquisitore, Landa denuncia con il massimo vigore moltissime pratiche maya, tuttavia
il suo giudizio globale non è negativo. Spesso esprime ammirazione per quei maya
che mostrano di possedere virtù come il coraggio, la volontà, la moderazione, la
solidarietà. Non sono selvaggi – osserva – ma uomini civili che curano bene i campi,
piantano alberi, costrruiscono belle case e città di un bianco abbagliante.
Accanto e in opposizione all’opinione di Juan Gines de Sepulveda che sosteneva la
piena legittimità di una cultura superiore a imporsi su una inferiore e il conseguente
diritto di assoggettare anche con la forza gli indigeni, che non meritavano la
condizione di uomini liberi, si stagliava la figura del domenicano Bartolomé de Las
Casas, figlio di un marinaio della flotta di Colombo, che per tutta la vita si batté per il
riconoscimento ai nativi dello status di uomini liberi.
Questa disposizione parzialmente favorevole degli europei verso gli indigeni maya,
unita alla volontà maya di accogliere i conquistatori spesso sostenendoli
nell’operazione di progressivo controllo del territorio, trasformò subito il complesso
della popolazione nativa da potenziale nemica a terreno di esplorazione per studiosi
che avventurieri che iniziarono a inoltrarsi nella foresta tropicale alla ricerca degli
antichi insediamenti di Chichén Itzà, Uxmal, Palenque, Copàn. Solo nel corso
dell’ottocento, grazie alla progressione dell’indagine scientifica, si conseguono due
fondamentali successi: il ritrovamento di tre manoscritti in cui un anonimo indigeno
esperto dell’alfabeto latino aveva trascritto nel XVI secolo il Popol Vuh, il “Libro del
Consiglio”, che insieme svolgeva la triplice funzione di libro della creazione, racconto
mitico e storia del popolo maya; la decifrazione del sistema di scrittura maya, ancora
in corso d’opera, che si serviva al tempo stesso di pittogrammi, ideogrammi e segni
sillabici e che, per la sua complessità, ha richiesto innumerevoli tentativi. Uno dei
problemi principali che si trovano ad affrontare i decifratori è che i Maya potevano
scrivere ogni parola del loro linguaggio in uno dei tre sistemi o intrecciando insieme
diversi criteri, senza che per questo se ne alterasse il significato. Un esempio classico
è il termine giaguaro, usato spesso per la formazione di nomi propri di re come Scudo
Giaguaro o Uccello Giaguaro: lo scriba poteva scegliere di scriverlo con il sistema
fonetico e in questo caso disegnava un glifo composto dalle tre sillabe BA-LA-MA
(fig. 1); oppure poteva decidere di usare il sistema pittografico e disegnare la testa di
un giaguaro (fig. 2) o anche la sua intera figura; una ulteriore possibilità consisteva
nell’usare un sistema misto sillabico-pittografico collocando l’immagine della testa del
giaguaro al posto del segno per la sillaba centrale -LA- nella sequenza BA-LA-MA
(fig. 3)


La lettura dei testi incisi sugli edifici pubblici ha consentito una più approfondita
conoscenza delle pratiche maya. Si è così compreso che anche per iMaya lo sviluppo
del tempo era articolato per cicli, il cui perpetuamento doveva essere garantito da
sacrifici umani di prigionieri, schiavi e soprattutto bambini orfani o illegittimi,
comprati per questo scopo. Si è riusciti ad attribuire l’appropriata funzione a un luogo
racchiuso tra due edifici paralleli e una piattaforma a elle, posto al centro del sistema
di piramidi a Copàn: si tratta dello sferisterio, il campo dedicato al gioco rituale del
pallone. Quest’ultimo è solo uno degli aspetti culturali che si sono conservati fino ad
oggi e la cui continuazione è stata consentita dalla forte coscienza etnica che il popolo
maya è riuscito a preservare. In questa coscienza di popolo che vuole mantenere la
propria identità risiede la spiegazione di alcuni fenomeni del novecento come la
repressione che il governo dittatoriale del Guatemala ha condotto fino alla metà degli
anni ’90 contro la minoranza etnica indigena di origini maya e, soprattutto, l’inizio
della rivolta contro il governo centrale di Città del Messico, avvenuta nel 1994, e
guidata e sostenuta dai discendenti maya: quello che in principio sembrava essere
l’esplosione improvvisa ed effimera di sparuti gruppi di contadini oppressi si è
lentamente trasformata e istituzionalizzata attraverso la formazione di un governo
autonomo e indipendente che attualmente controlla la selva Lacandona e quasi tutta la
regione del Chiapas, uno degli stati della federazione del Messico, che si estende
proprio nella regione che conserva i resti dei principali centri maya. I contadini,
guidati da generali indios sconosciuti e da un bianco spagnolo, probabilmente un ex
professore universitario di economia di Città del Messico conosciuto con il nome di
subcomandante Marcos, agiscono in difesa dei propri diritti sulla terra dall’una parte
contro il latifondo dei proprietari messicani di origine spagnola, dall’altra contro lo
sfruttamento da parte del governo centrale dei beni del territorio, in una lotta che si è
spesso rivestita dei tratti della difesa etnica della propria cultura contro quello che è
tornato a esser sentito come il conquistatore spagnolo.