RICERCA LA RIVOLUZIONE FRANCESE

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Le forze di una rivoluzione borghese

Mano a mano che si viene a formare lo Stato Assoluto (XVI-XVII secolo), il potere della borghesia (Terzo Stato)
aumenta a discapito dei nobili e del clero (da sempre privilegiati anche nell’esenzione dalle tasse), giacché il sovrano ha
bisogno dei capitali per gestire le enormi spese della mossa accentratrice amministrativa e militare. Tuttavia la borghesia
non ha ancora alcun potere politico. Dal canto suo l’aristocrazia reagisce alla progressiva perdita dei privilegi cercando di
riconquistare le cariche ufficiali e le funzioni amministrative ma, non più pienamente appoggiata dal re, contribuisce ad
instaurare un clima di tensione. Il dissesto finanziario, legato alla guerra combattuta al fianco dei coloni d’oltreoceano
insorti contro l’Inghilterra, e un’ondata di carestie contribuirono al malessere delle masse.
Luigi XVI, salito al trono nel 1774, trova una situazione finanziaria in grave deficit che, a fronte delle enormi spese
per mantenere la corte e gran parte della nobiltà, non riusciva ad assicurarsi un gettito sufficiente. La crisi economica si
aggrava per le conseguenze della perdita delle colonie americane (guerra dei Sette anni, 1763) e per le spese sostenute
nell’appoggio in funzione antibritannica della rivoluzione americana (1776-1781).
Gli stessi ideali dei coloni americani espressi nella dichiarazione d’indipendenza e ancor più il diffondersi delle idee
illuministiche avvalorano l’esigenza della borghesia di trovare un adeguato ruolo politico nella gestione dello Stato, dalla
quale era sostanzialmente esclusa.


La monarchia costituzionale (1789-1792)

La convocazione degli Stati Generali il 5 maggio 1789 (l’assemblea dei tre ordini non più convocati dal 1614, per la
volontà dei sovrani di Francia di sottrarsi ad ogni controllo, ed ora richiamata sotto la pressione della nobiltà) vide il Terzo
Stato proclamarsi Assemblea nazionale ed arrogarsi il compito di dare alla Francia un nuovo ordinamento costituzionale
(contro le aspettative degli aristocratici e in risposta alla ostinazione dei due Ordini privilegiati a non votare per testa, ma
per Ordine). Il forzato cedimento di fronte alla fermezza del Terzo Stato, trasformò gli Stati Generali in Assemblea
nazionale costituente (9 luglio 1789), assemblea di deputati con diritto di voto individuale, segnando la fine
dell’assolutismo. La prima affermazione del fenomeno rivoluzionario non rovesciò completamente il sistema politico, ma, rimanendo
all’interno di un sistema monarchico, promosse l’adozione di un Parlamento e di una Carta Costituzionale, come già era
avvenuto un secolo prima in Inghilterra con il passaggio alla monarchia costituzionale. Di fatto il re tramava con gli altri Stati europei per impadronirsi nuovamente del controllo assoluto, ma alle spalle dei deputati del Terzo Stato c’era un popolo in rivolta, come dimostrò scendendo in piazza a Parigi il 14 luglio e finendo col prendere d’assalto la Bastiglia, che non sarebbe rimasto inerte di fronte ad un colpo di stato restauratore da parte della corte.
L’attività del nuovo ordinamento si concentrò in materia economica sull’abolizione dei privilegi feudali e
l’incameramento dei beni del clero mentre, a difesa del nuovo consiglio municipale (la Comune), dove vennero sostituiti i
nobili con amministratori del ceto borghese, venne armata una Guardia nazionale, il cui comando fu affidato al marchese
La Fayette, un aristocratico passato alla Rivoluzione. Ma prima di dare inizio ai lavori, l’Assemblea formulò una solenne
Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, che segnava la fine dell’Antico Regime, e nel 1791 promulgò la
Costituzione. Ispirandosi alle idee di Montesquieu sulla separazione dei poteri, mantenne per sé il potere legislativo,
mentre affidò quello giudiziario ai giudici (non più di nomina regia, ma eletti dalle assemblee locali) e quello esecutivo al
re. Fin qui le classi inferiori non ebbero alcun ruolo né vantaggio dalla Rivoluzione, che si rivelava prerogativa
borghese nella limitazione per censo del diritto di voto e nella assegnazione delle cariche amministrative, e iniziò a farsi
strada il malcontento del popolo minuto (Sanculotti), incoraggiato anche dalla fuga di Luigi XVI il 22 giugno 1791, che
assestò un colpo decisivo al prestigio della monarchia. Anche l’equilibrio monarchico-costituzionale veniva compromesso
e le forze borghesi furono costrette a sedare i movimenti popolari (Strage del Campo di Marte, 17 luglio 1791) che con
rinnovato slancio si proponevano di imprimere alla Rivoluzione un taglio estremista.
L’idea di una guerra preventiva cominciò a farsi strada tra le forze restauratrici internazionali e venne dichiarata il
20 aprile 1792, iniziando a segnare le prime vittorie sulle sbandate truppe rivoluzionarie. Dopo che le armate dei
Sanculotti riuscirono a respingere la coalizione delle potenze assolute a Valmy il 20 settembre del 1792, la guerra di
difesa si tramutò, grazie alla ritrovata fiducia nella Rivoluzione, in guerra di espansione, che mirava ad intervenire a
sostegno dei gruppi europei filofrancesi e ad estendere i confini della Francia ai cosiddetti confini naturali (le Alpi e il
Reno).


Grande Terrore (1793-1794)

Il sistema monarchico fu il giorno stesso di Valmy definitivamente sostituito dalla nuova Assemblea costituente
(Convenzione nazionale), che rispecchiava la frattura tra borghesia moderata (Girondini) e i gruppi radicali (Montagna), e
proclamò la “Repubblica una e indivisibile”, simbolicamente ratificata dall’inizio del calendario rivoluzionario (22 settembre
1792) con i nuovi nomi dei mesi (vendemmiaio, brumaio, frimaio, nevoso, piovoso, ventoso, germinale, floreale, pratile,
messidoro, termidoro, fruttidoro).
L’eliminazione fisica dell’ultimo punto di riferimento delle forze restauratrici, il re Luigi XVI (21 gennaio 1793),
aumentò la preoccupazione delle potenze europee, al fianco delle quali si schierò anche l’Inghilterra. Nella neorepubblica
la necessità di riorganizzarsi per affrontare l’impatto, comportò una forte sterzata verso posizioni più estreme e
l’espulsione dei Girondini il 2 giugno 1973.
La repubblica di Robespierre elaborò la nuova Costituzione dell’anno I, e impiegò il terrore (1793-1794) del
Tribunale rivoluzionario per eliminare gli avversari politici e le forze moderate, rappresentate da generali filo-monarchici e
dal clero nell’insurrezione della Vandea, tentando nel contempo di laicizzare una Francia che per tradizione si rifaceva al
Cristianesimo, fondando una sorta di religiosità civile.


Il Direttorio (1794-1799)

La dittatura di Robespierre era giustificata dalla necessità della difesa nazionale, ma quando il pericolo
controrivoluzionario fu scongiurato dalle vittorie su tutti i fronti, il Grande Terrore non fu più tollerato e le forze borghesi,
preoccupate per sé stesse e le loro ricchezze, congiurarono per imprigionare il tiranno (9 termidoro III anno – 27 luglio
1794), che fu sommariamente ghigliottinato il giorno successivo.
Con il ghigliottinamento di Robespierre si aprì una nuova stagione fortunata per i moderati (termidoriani), con
l’adozione della Costituzione dell’anno III, caratterizzata dal Direttorio, il collegio che guidò il governo dal 1794 al colpo di
stato di Napoleone (18 brumaio VIII anno – 9 novembre 1799).
Si sviluppò in questi anni il tentativo di espansione all’esterno del fenomeno rivoluzionario e le vicende belliche
acquistarono una rilevanza sotto la stella nascente di Napoleone, le cui doti strategiche vennero alla luce nella campagna
d’Italia del 1796.


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