RIASSUNTO PRIMO RINASCIMENTO

RIASSUNTO PRIMO RINASCIMENTO


-COORDINATE STORICO – POLITICHE

Gli anni intorno alla prima metà dal XIV secolo, segnano la crisi, in Italia, della società comunale. A questa situazione non è esterna la peste che colpisce tutta l’Europa, che porta alla decimazione della popolazione, a carestie e al crollo demografico; questa situazione colpisce l’economia di scambio su cui era fondata la società comunale, e porta allo sviluppo di una nuova organizzazione politica.
La seconda metà del secolo è segnata da lotte sociali, e da rivolte popolari, che portano al concentramento del potere in mano a poche persone; simultaneamente, in campo economico, il gran numero di produttori di beni, artigiani, e commercianti, è sostituito da un gruppo più limitato di imprese familiari. Queste divengono le principali alleate dei nuovi padroni della città, i signori, anche se a volte sono proprio loro a detenere il potere, così come avvenne a Firenze, in mano, dal 1434, alla potente famiglia dei de’ Medici.
Il passaggio da comune a signoria, non porta ad una maggiore unità territoriale, anzi la prima metà del ‘400 è segnata da una costante conflittualità. Tra i principali protagonisti vi sono: Milano, sotto il dominio della famiglia dei Visconti, Firenze, con i de’ Medici, la repubblica marinara Venezia, lo Stato Pontificio e il regno di Napoli. La situazione peggiorerà quando Francesco Sforza, nuovo signore di Milano, si allea con i fiorentini contro Venezia e Napoli. Il conflitto si chiude nel 1454 con la pace di Lodi.
Nel medesimo periodo, in Inghilterra, Francia e Spagna, si ha la formazione e il consolidamento delle monarchie nazionali. La Spagna in pochi ani diviene una potenza europea grazie all’unificazione dei due regni della penisola con il matrimonio tra Ferdinando d’Aragona e Isabella di Pastiglia (1469) prima e poi con la scoperta e lo sfruttamento delle terre d’oltre oceano, ed infine con l’assunzione della carica imperiale da parte di Carlo V d’Asburgo (1519), che riunisce nelle sue mani i domini assurgici nell’Europa centro – orientale, i Paesi Bassi, la Spagna e in seguito, in Italia, il ducato di Milano e il Regno di Napoli.
Nel 1494 Ludovico il Moro chiede aiuto al re di Francia Carlo VIII, con lo scopo di essere riconosciuto signore di Milano. Con questa mossa, finisce il precario equilibrio creato con la pace di Lodi, già messo a dura prova dalla morte, nel 1492, di Lorenzo il Magnifico, infatti per più di cinquant’anni l’Italia divenne lo scopo delle mire espansionistiche e delle lotte tra la corona francese e quella asburgica, questa situazione finirà solo nel 1559 con la pace di Catyeau – Cambrèsis.
Anche la Chiesa rimane segnata dagli sconvolgimenti di questi anni, la fine della residenza avignonese porta allo “scisma d’Occidente” che travaglierà dal 1378 al 1417 circa la società ecclesiastica. Con la fine dello scisma, la Chiesa si inserirà nei conflitti politici italiani. Alessandro Vi Borgia, salito al pontificato nel 1492, opera per consolidare il prestigio politico e territoriale del papato. Il suo successore Giulio II Della Rovere, impugnerà personalmente la spada per combattere, mentre Leone X e Clemente VII, i due papi della famiglia Medici, si legano strettamente ai suoi alleati francesi.
Una delle più gravi conseguenze della lotta fra francese e imperiali fu il “sacco” di Roma nel 1527, quando Carlo V lasciò che i suoi sottoposti saccheggiassero la città.
La Riforma di Martin Lutero associa ai diversi motivi di dissesto teologico proprio la critica all’evoluzione in senso temporale del potere papale, che ha reso la Santa Sede una potenza politica. Ancora prima a questo movimento del XV secolo, si era svolta la predicazione del riformatore inglese Jhon Wycliffe, mentre in Boemia si era sviluppato il movimento inspirato da Jus Hus. Da parte sua Erasmo da Rotterdam condivide l’esigenza luterana di un profondo ripensamento della religiosità, ma non aderisce alla Riforma perché vede agire in essa un irrigidimento dottrinale speculare a quello cattolico.
Nella riforma protestante confluiscono molteplici ragioni di malcontento e di dissenso teologico. Il punto principale sta nel tentativo di risolvere una questione sostanziale della dottrina cristiana della salvezza, cioè il rapporto tra la fede e le opere. Secondo Lutero, la fede p grazia divina e fondamento della salvezza, e soltanto il sacrificio di Cristo riveste un’efficacia redentrice e salvifica. La mancanza di fede non può perciò trovare compenso in tutte quelle opere che la Chiesa giudica efficaci ai fini della salvezza.
Con la predicazione luterana trovano nuovo slancio le rivendicazioni di autonomia dei principi tedeschi, cosicché in pochi anni non solo si compie una definitiva rottura della cristianità, ma viene ridisegnata la carta politica dell’Europa. La pace di Augusta (1555) pone fine alle lotte tra Carlo V e i principi del suo impero, e sancisce che gli abitanti dei diversi stati tedeschi debbano uniformarsi alla confessione dei rispettivi principi.
Altro importante avvenimento del XV secolo è la scoperta dell’America nel 1492, senza il cui sfruttamento il re di Spagna, Carlo d’Asburgo, non avrebbe potuto finanziare le costose guerre europee.
La scoperta del Nuovo Mondo contribuisce a spostare l’asse dei commerci e della politica europea verso l’Atlantico, e accentua il progressivo tramonto degli stati italiani, e della Repubblica veneziana.
La fine dell’impero di Carlo V e delle guerre d’Italia si sovrappone al sorgere del movimento di Controriforma con il quale la chiesa cattolica reagisce alla Riforma luterana.


I CETI SOCIALI E INTELLETTUALI

La crisi dell’organizzazione del comune porta alla progressiva perdita di importanza della figura del mercante, che durante l’epoca comunale era stata determinante. Il mercato estendendosi a livello continentale, tende a divenire un campo sempre più rischioso per i piccoli e medi investitori, e gli affari più importanti si concentrano nelle mani di pochi operatori economici che riescono a controllare le diverse fasi delle transazioni commerciali. Si manifesta invece il fenomeno di ritorno alla terra, e che consiste nella tendenza di molti agiati borghesi a investire in proprietà terriere, per poi aspirare all’acquisizione di titoli nobiliari.
Nell’età rinascimentale l’estrazione sociale degli intellettuali è assai differenziata, comprende infatti persone appartenenti alla nobiltà come alla classe mercantile ma anche alle lazzi umili. Entrare in uno dei vari ordini religiosi continua ad essere una delle soluzioni più usate, per avere un riconoscimento sociale, sia dai cadetti di famiglie nobili, sia da coloro che avevano il problema della sussistenza economica.
L’estrazione sociale è indifferente tra gli intellettuali, gli umanisti non si sentono interpreti e portavoci di determinati ceti sociali, bensì alfieri di valori generali e metastorici.
Una differenza ideologica tra gi umanisti si avverte in relazione al contesto politico nel quale operano e al modo in cui si rapportano a esso. A Venezia e Firenze ha luogo quello che chiamiamo “umanesimo cittadino”; qui l’attività degli umanisti collega l’impegno colturale a quello civile. Nel resto dell’Italia si ha invece un “umanesimo cortigiano”, gli intellettuali non sono rivestiti di responsabilità civili, cosa che poteva avvenire invece a Firenze, e conducono la vita dei cortigiani, cioè vengono stipendiati dal signore per svolgere il ruolo di letterati di corte.


I CARATTERI ESSENZIALI DEL RINASCIMENTO

Durante il Cinquecento, le attenzioni artistico – letterarie, hanno una visione più razionale, opposta alla visione trascendentale del medioevo; oggetto di studio e di rappresentazione diventano la natura e l’uomo nella sua dimensione terrena, nella sua attività mondana.
Il rinascimento sviluppa l’idea della centralità dell’uomo nel mondo, e riconsidera tutti gli aspetti della sua libera e creativa capacità progettuale, con la fiducia che egli possa essere artefice del proprio destino. La cultura umanistico – rinascimentale oppone alla visione medievale, una visione antropocentrica, ossia la celebrazione della dignità dell’uomo nella sua vita terrena, che comporta un rinnovato senso di impegno mondano, non solo culturale ma anche civile e politico.
I testi antichi diventano oggetto del fervore degli studi umanistici: autori pagani della classicità greca e latina vengono riletti come interpreti di ciò che è proprio dell’uomo. Questo studio stimola anche la rinascita delle arti figurative. Che è fondata su una diversa percezione e rappresentazione di spazi e volumi.
Un altro fenomeno assai importante è la rinascita degli studi della lingua greca.
Un ruolo centrale viene occupato anche dall’aristotelismo rinascimentale; il dibattito sull’immortalità dell’anima trova protagonista Pietro Pomponazzi, che si schiera per un’interpretazione non ortodossa dell’aristotelismo, nega cos’ l’immortalità dell’anima umana e sostiene la subordinazione dell’uomo a un determinismo di stampo naturalistico e razionale. Le sue opere sono condannate e bruciate.
La riflessione di alcuni intellettuali di questa età esprime la consapevolezza dei limiti della ragione e dell’azione umana, cioè un certo scetticismo nei confronti della relazione privilegiata tra l’uomo e un mondo retto dall’ordine divine.


L’UMANESIMO

La riscoperta del mondo classico è un elemento portante del contesto culturale e ideologico dell’età rinascimentale. Infatti il tratto fondamentale dell’umanesimo risiede nell’amore per le “humanae litterae”, cioè per la lettura in base a nuovi metodi di tipo filologico dei testi dell’antica cultura greca e latina, nell’idealizzazione della classicità.
La filologia rispecchia tutti i caratteri fondamentali dell’umanesimo. I testi antichi vengono studiati in chiave storico – archeologica, con il fine di ricondurli al loro significato originario.
L’atteggiamento umanistico nei confronti delle opere del passato è molto diverso da quello medievale, ha chiara la percezione della differenza che separa il mondo classico al presente. È presente la consapevolezza che si tratta di epoche storiche radicalmente diverse tra loro, per questo insieme al culto della parola troviamo lo studio della storia delle tradizioni, dell’arte antica. In questo contesto, Lorenzo Valla conduce i più alti risultati, dimostrando come falso il documento attestante la “donazione di Costantino”. La sua valutazione si basò su un’indagine linguistico – etimologica e stilistica.
Si deve ricordare inoltre che i termini “umanesimo” e “rinascimento” sono originari dell’Ottocento. L’umanesimo e il rinascimento non vanno considerati due momenti distinti, e non sono comprensibili a prescindere l’uno dall’altro. L’umanesimo non costituisce il momento iniziale del rinascimento, ma piuttosto la sua più alta e consapevole manifestazione.


I CENTRI DI PRODUZIONE E DIFFUSIONE DELLA CULTURA

Questo cambiamento radicale nella politica cittadina induce le famiglie salite al potere a dare prestigio al loro dominio circondandosi di artisti e intellettuali. Il modello rimane Firenze, sia per la magnificenza della sua letteratura, sia per il numero e l’importanza degli intellettuali, sia per il primato culturale della città non subisce traumi nel passaggio da comune a signoria.
Venezia è un’altra grande città italiana; qui non esiste una corte legata a una famiglia, l’attività culturale si organizza in modo policentrico intorno al mecenatismo di alcune casate patrizie. Importante è anche l’apporto dei centri culturali dell’entroterra, in particolare dell’Università di Padova. Nella città è di primario rilievo l’attività delle numerose stamperie che pubblicano numerose opere.
Tra gli altri centri culturali del nord, rilevante è il ruolo del ducato di Milano, prima con i Visconti poi con gli Sforza, che danno lo sviluppo a una letteratura di tipo cortigiano. A Roma, presso la corte papale ma anche presse le più importanti ed influenti famigli nobiliari.
I punti di contatto tra queste diverse realtà sono dati dal fatto che le grandi discussioni culturali del rinascimento riguardano argomenti e valori prettamente letterari e artistici.
L’accademia quattrocentesche nascono come libere associazioni di dotti umanisti, riuniti dal bisogno di confronto intellettuale su comuni interessi, riuniti dal bisogno di confronto i8ntellettuale su comuni interessi culturali. Esse servono all’esigenza di far circolare le nuove idee e svolgono un’importante funzione pedagogica. Nel Cinquecento iniziano a trasformarsi in istituzioni sostenute dal potere politico o ecclesiastico. La più famosa è l’Accademia Platonica fondata da Mirsilo Ficino sotto il patrocinio di Cosimo il Vecchi. Ficino è il principale promotore del neoplatonismo rinascimentale, che diviene un dottrina che fonde diverse tradizioni di pensiero all’insegna di una concezione del mondo come una totalità ordinata gerarchicamente e pervasa dall’amore divino.
Tra i mezzi che favoriscono la produzione e la diffusione culturale va segnalata la formazione di nuove biblioteche laiche, cioè collocate alle corti o a singoli umanisti e aristocratici colti. Gli umanisti si scambiavano informazioni sulle diverse biblioteche, e viaggiavano anche per studiare i rari codici e incunaboli di cui queste sono venute in possesso.


IL RUOLO DELLA STAMPA

Una novità di grandissima rilevanza nella modalità della produzione libraria è l’invenzione della stampa a caratteri mobili da parte del tedesco Johann Gutemberg. Con essa la riproduzione dei testi diviene più veloce ed economica, la prima opera a stampa è un’edizione latina della Bibbia del 1455. La tecnica si affermerà dagli inizi del Cinquecento in tutta Europa.
La stampa svolse sicuramente uno strumento essenziale per la Riforma luterana, consente infatti di superare le sedi accademiche ed ecclesiastiche; rende inoltre accessibile al maggior numero di fedeli la possibilità di leggere la Bibbia.
Con il diffondersi della stampa, nasce una nuova figura nella vita cittadina, quella dell’editore. A Venezia opera l’editore – umanista Aldo Manuzio, che insieme ai classici latini, pubblica opere volgari della tradizione trecentesca toscana, ma anche di altri ambiti culturali, e sostiene il genere letterario del trattato amoroso.
La diffusione della stampa aumenta anche il numero di lettori, ma modifica anche le modalità e le occasione della lettura. Con i libri a stampa la lettura diviene tendenzialmente individuale e privata, l’autore si trova ascrivere per un pubblico sempre più per un mercato librario in teoria esteso a tutti coloro che sanno leggere e possono permettersi di acquistare libri. La stampa trasforma il rapporto dei lettori con l’opera, e influenza in più modi gli autori, la lingua e le caratteristiche dei generi letterari.


LA QUESTIONE DELLA LINGUA

La riscoperta della cultura latina induce gli umanisti a individuare nella letteratura latina modelli insuperabili di perfezione, e preferire il latino. Un grande numero di studiosi riconosce in Cicerone il modello perfetto per lo stile retorico e linguistico; altri invece, tra i primi vi è Lorenzo Valla, riconoscono in Quintiliano questo modello.
Il latino non si impone per il suo stretto legame con la classicità, ma anche perché solo il volgare toscano è l’unico ad aver raggiunto un riconosciuto pretigio letterario, per questo motivo solo a Firenze sopravvive una letteratura in volgare, che è quindi assente nel resto dell’Italia.
Leon Battista Alberti contribuisce alla nascita dell’umanesimo volgare; scrive infatti un trattato in quattro libri Della Famiglia, e le Regole della lingua volgare, e bandisce a Firenze nel 1441, il “Certame coronario”, una gara di poeti in volgare. È significativa anche la cosiddetta Raccolta aragonese (1476), un manoscritto contenente un’antologia della poesia volgare, dalla scuola siciliana ai contemporanei, che Morendo de’ Medici dona a Federica d’Aragona.
Nel Cinquecento il volgare si afferma come lingua di comunicazione letteraria; sorge però un nuovo problema: è necessario stabilirne un modelle dai caratteri definiti, che possa superare la varietà regionali, che costituisca una lingua omogenea. Da qui si possono dedurre tre posizioni:
1- Quella del veneziano Pietro Bembo che nelle Prose della volgar lingua sostiene una lingua letteraria fissata sui canoni rappresentati da Tetrarca (in poesia) e da Boccaccia (in prosa). Con Petrarca e boccaccia si instaura infatti nella letteratura volgare una nuova tradizione all’altezza di quella latina. Bembo esclude Dante, poiché ritiene che il suo registro linguistico appaia troppo disponibile ad accogliere elementi disparati, dialettali e popolari. Questa proposta ha un notevole successo ed è alla base di quella lirica cinquecentesca chiamata “petrarchismo”
2- Altra proposta è quella cortigiane. I suoi fautori sono Gian Giorgio Trissino e Baldassarre Castiglione; propongono di costituire una lingua letteraria che riassuma gli elementi più significativi delle lingue parlate nelle varie corti italiane. La proposta esprime una maggiore interiezione tra la scrittura e la lingua parlata.
3- La terza posizione è quella fiorentina, sostenuta anche da Macchiavelli. Questa sostiene la superiorità del fiorentino sugli altri dialetti. La sua realizzazione avrebbe richiesto che Firenze conservasse l’egemonia culturale e politica che aveva esercitato nei due secoli precedenti.


LA PRODUZIONE LETTERARIA

La letteratura umanistica si basa sul principio dell’imitazione, sull’idea che la creazione letterari debba avere come referenti e termini di paragone autori ritenuti classici. Nel Cinquecento rimane vivo il dibattito teorico sull’imitazione, ma viene ora applicato anche all’individuazione di modelli letterari in volgare.
Il trattato è uno dei generi più diffusi nella letteratura umanistica. È caratterizzato da uno stringente impianto logico e argomentativi, il trattato ha una struttura razionale che si associa alla perizia retorica e alla vocazione pedagogica dell’umanismo. Il trattato ha una forma flessibile, adatta ad affrontare molteplici questioni non da un punto di vista assoluto dogmatico, ma aperto ad una discussione a più voci. L’umanesimo quattrocentesco crea trattati di carattere filosofico e storico – filologico, mentre nel Cinquecento si afferma una trattatistica più specifica.
Gli umanisti del primo periodo tendono a prediligere la produzione in prosa, ma accanto a questa incontriamo una cospicua produzione in versi. Si tratta di una produzione sia in latino sia in volgare. Lo stesso Lorenzo il Magnifico è autore di componimenti poetici di genere molto diverso, dai sonetti alla poesia comica. La lirica prodotta invece presso la corte aragonese si muove tra la produzione in latino di Giovanni Pontano e la difficile ricerca di un modello linguistico svincolato dai dialettismi napoletani.
In questo ambiente, si può notare la lirica di alcune poetesse; la loro estrazione sociale è di norma nobiliare, ma alcune di loro sono cortigiane che conquistano una considerazione sociale con la loro attività artistica e che riescono a fare delle loro case luoghi di incontro culturale.
Con il Cinquecento, viene anche ripresa la letteratura cavalleresca tipica del periodo feudale; ciò è testimoniato da tre grandi poemi: il Morgane di Pulci, l’Orlando Innamorato di Boiardo, l’Orlando furioso di Ariosto; questi autori ricercano una certa perfezione classica, ciò non avviene in altri autori che invece parodizzano la tradizione cavalleresca, come testimonia l’opera di Teofilo Folengo Baldus.
Con l’umanesimo viene anche riscoperto il teatro latino. Nel Quattrocento vengono di frequente rappresentate, in lingua tradizionale o in traduzione, commedie latine, ma la produzione di nuove opere è limitata e rimane assai legata ai modelli classici. Nel Cinquecento si riprende a scrivere soprattutto commedie in volgare rappresentate in occasioni particolari della vita di corte. La corte diviene così lo spazio privilegiato delle rappresentazioni teatrali, nascono così anche i primi teatri. Dal punto di vista letterario, le commedie del primo Cinquecento segnano un rinnovamento sia nei temi che nel linguaggio. I personaggi derivano sempre dalla commedia classica e dalla tradizione novellistica, ma superano questi modelli per un’ originale ricerca linguistica e per l’approfondimento psicologico dei personaggi.

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