RIASSUNTO IMPERIALISMO E COLONIALISMO

RIASSUNTO IMPERIALISMO E COLONIALISMO

RIASSUNTO IMPERIALISMO E COLONIALISMO

FONTE:http://web.tiscali.it/scuolagora/


L’imperialismo è una strategia politica che ha lo scopo di estendere l’autorità di uno stato su parti di altri stati con metodi d’annessione e/o di mantenimento del potere, sia operando direttamente sul territorio, sia tramite mezzi indiretti di controllo della politica e/o dell’economia di altri stati. Il termine è usato talvolta per descrivere la politica di uno stato tesa al mantenimento di colonie e domini in terre lontane, anche se lo stato stesso non si considera un impero.

Con Colonialismo si intende l’estensione della sovranità di una nazione su territori e popoli all’esterno dei suoi confini, spesso per facilitare il dominio economico sulle risorse, il lavoro e il mercato di questi ultimi. Il termine indica anche l’insieme di convinzioni usate per legittimare o promuovere questo sistema, in particolare il credo che i valori etici e culturali dei colonizzatori siano superiori a quelli dei colonizzati.

Nel mondo attuale è netta ed evidente la divisione tra paesi ricchi e paesi poveri. Oggi nel mondo esistono, schematizzando, tre tipi di paesi caratterizzati dalla differente economia:

  • paesi “sottosviluppati” (paesi poveri ad economia tradizionale)
  • paesi industrializzati
  • paesi in via di sviluppo e di industrializzazione (per es. la Cina, l’India e il Brasile); in questi paesi l’industrializzazione può seguire ritmi elevatissimi, come accade in questi giorni in Cina.

Questa profonda divisione si è formata dopo la Rivoluzione Industriale, quando il divario tra paesi ricchi e poveri si ampliato enormemente.

Per comprendere meglio i concetti di imperialismo e colonialismo è utile far riferimento a delle nozioni sulle caratteristiche del sistema industriale nel libero mercato. L’economia industriale, per evitare o ridurre gli effetti di crisi di sovrapproduzione, deve poter contare su lunghe fasi di espansione economica in sempre più vasti mercati. Storicamente una fase di depressione economica si è avuta nel 1873 (La grande depressione); proprio in questo periodo le nazioni industrializzate, per fronteggiare la crisi, ricorsero a due strumenti politico economici: l’ampliamento del mercato interno con la conquista di nuovi territori (colonie) e una politica protezionista.

Il protezionismo è una politica economica che vuole proteggere la produzione nazionale con l’imposizione di dazi sulle merci in entrata. Protezionismo e colonialismo sono stati strumenti politici ed economici usati dalle potenze industriali quasi contemporaneamente.

La fondazione di colonie è stata una pratica antichissima, ricordiamo le colonie fenicie e greche nell’antichità e nell’età moderna la colonizzazione delle Americhe da parte degli europei. Tuttavia il colonialismo contemporaneo, conseguente alla rivoluzione industriale, ha caratteristiche proprie. Prima di tutto fu un fenomeno rapidissimo: pochi decenni (a differenza dei secoli che occorsero per la colonizzazione delle Americhe); in secondo luogo ebbe uno sviluppo planetario. In terzo luogo, gli stati seguirono un modello di conquista militare, mentre prima la colonizzazione veniva attraverso la penetrazione economica.

Sicuramente la conquista dei territori veniva accuratamente pianificata.

La colonizzazione è stata un fenomeno storico imponente, ma come è stata giustificata dalle potenze europee?

E’ chiaro che le ragioni principali erano economiche, ma il colonialismo venne giustificato con la necessità di portare il progresso, la civiltà e persino la religione cristiane in popolazioni giudicate arretrate e inferiori;(in alcuni casi si trattava di vero e proprio razzismo).

Oltre a queste ragioni vi sono state anche motivazioni politiche; in primo luogo di politica estera: perché la conquista di nuove colonie dava prestigio internazionale, particolarmente alle nuove potenze “ultime arrivate” come Italia e Germania, che videro nel colonialismo un modo per affermare la propria “politica di potenza”. Ma non mancarono motivazioni di politica interna, ovvero le guerre coloniali scaricavano all’esterno le tensioni sociali e guadagnavano alle classi dirigenti il consenso delle masse popolari. Inoltre, una grande spinta alle guerre coloniali venne dal sempre più spinto Nazionalismo, che da dottrina politica rivoluzionaria si era trasformata in dottrina imperialista.

La spartizione coloniale del mondo

La “grande spartizione” dell’Africa iniziò negli anni settanta del Ottocento. Allora non più del 10

  • del territorio apparteneva a potenze europee, trent’anni più tardi il territorio conquistato dalle potenze europee costituiva il 90% dell’Africa.

Perché avvenne questa colonizzazione? Le motivazioni sono state economiche e politiche. Politicamente trovarono sfogo in Africa i conflitti imperialisti tra le potenze industriali europee. Economicamente il colonialismo permetteva l’ampliamento dei mercati e lo sfruttamento di

materie prime. Nel 1878 ci fu il Congresso di Berlino: le potenze europee si divisero l’Africa

Settentrionale. Nel’ 1885 nella Conferenza di Berlino: si stabilì la spartizione delle aree coloniali “vuote” tra le potenze europee. Non più controllo economico ma militare, il contrasto tra le potenze nelle aree extraeuropee funzionò da valvola di sfogo delle tensioni europee e ritardò di fatto lo scoppio di una guerra in Europa.

Non mancarono comunque conflitti fra potenze nel corso della spartizione, per esempio lo scontro di Fashoda tra Francia e Gran Bretagna. Le nazioni europee maggiormente coinvolte nella conquista coloniale sono state: Inghilterra, Francia, Germania. Potenze minori con interessi coloniali sono state: Italia, Spagna, Portogallo e Olanda. La conquista dell’Africa non è stata molto difficile per gli europei, diversamente da quanto accadde per l’Asia.

L’espansione Imperialistica in Asia.

In Asia, a differenza dell’Africa, esistevano civiltà dalla cultura millenaria e paesi che solo un secolo prima erano in grado di far fronte militarmente all’Europa. Queste antiche civiltà erano quella della Cina e quella dell’India, per non parlare dell’Indocina. La penetrazione occidentale fu dunque più difficoltosa. L’Inghilterra completò la sottomissione dell’India, già iniziata dalla Compagnia delle Indie nel Settecento, poi combatté per la Birmania, Malesia, Borneo. La Francia si concentrò sull’Indocina.

Ma in Asia ci furono episodi di colonialismo da parte degli USA che conquistarono le Filippine. Gli USA attuarono una politica imperialistica indiretta nei confronti dell’America centrale e del Sud america.

In Asia ci fu un imperialismo da parte della prima grande potenze industriale asiatica: il Giappone. Il Giappone si interesso della Corea e conquistò Taiwan.

La fine del “celeste impero” della Cina.

L’imperialismo europeo portò alla fine dell’impero millenario cinese. La Cina era un paese governato da un imperatore e da una casta di funzionari, i mandarini, gelosa dei propri privilegi. Circa il 90 % della popolazione (che ammontava a 430 milioni di abitanti) era composta da poveri contadini.

Con la prima guerra dell’oppio (1839-42) si fa iniziare l’era dell’imperialismo europeo in Cina che porterà l’Impero cinese a diventare una semi-colonia delle potenze straniere. La diffusione dell’oppio, che veniva commerciato dagli inglesi, era diventato una piaga sociale e il governo cinese finì per proibirne il commercio, questa proibizione scatenò la guerra con la Gran Bretagna. La guerra vide la sconfitta delle truppe cinesi da parte degli inglesi, grazie alla superiorità tecnologica di questi ultimi e allo stato di corruzione e declino della dinastia Qing (o Manciù ) e la conseguente imposizione di condizioni favorevoli agli inglesi nei rapporti con la Cina con il trattato di Nanchino. In seguito ci fu la seconda guerra dell’oppio, combattuta da Gran Bretagna e Francia, che portò, dopo la sconfitta cinese, alla politica dei trattati ineguali. A cavallo dell’Ottocento e del Novecento la Cina era formalmente indipendente, ma di fatto controllata economicamente dagli occidentali. La popolazione cinese reagì alla conquista occidentale con rivolte xenofobe (rivolta dei boxer) contro gli occidentali. Ma gli intellettuali cinesi più vicini alla cultura occidentale compresero che era necessario modernizzare il paese e rovesciare l’agonizzante dinastia imperiale. Nacque il Kuomintang , il “partito del popolo”, con un programma politico che prevedeva l’autonomia nazionale, la democrazia politica, l’uguaglianza sociale. Nel 1911 un moto rivoluzionario organizzato dal Kuomintang portò alla deposizione dell’imperatore e alla proclamazione della repubblica cinese.

La struttura sociale del Giappone ottocentesco.

Il Giappone nell’Ottocento aveva ancora una struttura sociale e politica di tipo feudale. Inoltre, perseguiva una politica di isolamento rispetto all’occidente. L’imperatore giapponese era allora una figura essenzialmente simbolica, mentre il potere veniva esercitato dallo Shogun, il governatore militare e dai grandi feudatari , proprietari terrieri.

La riforma Meiji: modernizzazione e sviluppo industriale.

Nel 1853 gli Stati Uniti imposero al Giappone dei “trattati ineguali” per aprire il Giappone al commercio occidentale. La classe dirigente giapponese seppe reagire all’aggressione occidentale.

La guerra Boshin del 1867-1868 condusse all’abdicazione dello shogunato e alla restaurazione

Meiji, instaurando un governo centrato intorno all’imperatore. Il Giappone adottò numerose

istituzioni occidentali, inclusi un parlamento, sistema legale e esercito moderno, scolarizzazione

di massa e un sistema fiscale basato sulla moneta. Il Giappone fu industrializzato con

l’intervento massiccio dello stato. Insomma, in breve tempo il Giappone entrò nell’era

industriale, conoscendo un destino diverso di quello coloniale subito da altri paesi asiatici.


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