RIASSUNTO CANTO IX POLIFEMO

RIASSUNTO CANTO IX POLIFEMO

Giungemmo alla terra dei Ciclopi, che vivono in grotte profonde, o sulle cime dei monti. Davanti alle loro terre v’è un’isola: là arrivarono le mie dodici navi, là prendemmo terra e cacciammo capre selvatiche. Il giorno seguente andai con la mia nave alla terra ferma, perché ero curioso di sapere qualcosa sui Ciclopi. Dal mare vidi una grande grotta, circondata da un recinto per le bestie: con dodici amici, portando doni per i Ciclopi ed anche un grosso otre colmo di buon vino, sbarcai in quel luogo bello e selvaggio. Non c’era nessuno. Entrammo nella grotta deserta.

Vi erano molti formaggi di latte di capra, appena fatti; i miei compagni ne presero in abbondanza e volevano tornarsene alle navi col loro bottino, ma io insistetti per restare e conoscere chi abitava quella grotta. Cosi restammo e mangiammo quando udimmo un grande tonfo: era il ciclope che era arrivato. Spinse nella grotta il gregge, poi con un macigno enorme serrò l’uscita. Era un gigante, peloso, irto e con nel mezzo della fronte, sopra il naso, un unico occhio. Vedendoci ci domando chi fossimo, facendomi avanti gli risposi di essere Greci, venuti li per caso chiedendo ospitalità. Per tutta risposta, il ciclope stese la mano, agguanto due uomini, li sfracellò contro il suolo e li divorò! Ci nascondemmo in un antro della grotta e passammo così la notte.

All’alba si destò, allungò ancora la mano, catturò, sfracellò e mangiò altri due dei miei e lo stesso fece alla sera, quando tornò nella grotta che aveva chiuso uscendo portando al pascolo le sue pecore. Allora mi feci avanti con l’otre di vino dicendo “Ora che hai mangiato, ciclope, bevi ”. Bevve tre volte e, non essendo abituato a vino tanto forte si ubriacò presto, barcollando chiese qual era il mio nome. Risposi di chiamarmi Nessuno. Senza farci tante domande appuntimmo un tronco lasciato nella caverna, sulla brace del fuoco che avevo attizzato arroventammo la punta. Così conficcammo il tronco dalla punta ardente nell’unico occhio chiuso del ciclope. Il ciclope urlando e gemendo cominciò a chiamare altri ciclopi gridando che Nessuno lo stava uccidendo. Prendendolo per pazzo e ubriaco gli altri ciclopi lo lasciarono senza entrare nella grotta. All’alba il gregge cominciò a belare per uscire come al solito e Polifemo, tolta la pietra si mise a tastare tutto il gregge per impedire che io e i miei uomini uscissimo. Mi venne un’idea: feci legare a tre a tre i montoni e ogni uomo si attaccò alla lunga lana di quello in mezzo, io mi avvinghiai al vello di un enorme ariete. Così ci avviammo all’uscita. Il gigante tastava la groppa di ogni bestia, ma non il ventre, in tal modo uscimmo. Quando fummo abbastanza lontani gli gridai di essere stato io, Ulisse, figlio di Laerte, ad averlo accecato. Scaraventando macigni in mare cercando di colpirci Polifemo urlò a Nettuno, suo Padre, di ascoltarlo. Chiedendogli di punirmi per quello che avevo fatto non lasciandomi tornare nella mia terra.