RIASSUNTO CANTO 1 2 3 INFERNO

RIASSUNTO CANTO 1 2 3 INFERNO

RIASSUNTO CANTO 1 2 3 INFERNO


Canto I

Il Canto I è generalmente considerato il proemio generale al poema e il secondo della sola prima cantica. I primi due canti ci danno agli antecedenti e le ragioni del grande viaggio ultraterreno.
Per comprendere bene il primo canto non bisogna tentare di riprodurre nella nostra fantasia immagini naturalistiche poiché la concretezza espressiva è una necessità costante dell’espressione poetica dantesca. Il poeta parte da un versetto del profeta Isaia; l’identificazione della vita come un’immensa selva era nella tradizione letterario-religiosa; Dante stesso vi aveva attinto precedentemente nel Convivio. Si tratta di una selva nella quale, se non ben guidati, si perde la strada. Il fatto che Dante, nel collocare il suo viaggio a 35 anni segua il profeta Isaia è certo significativo perché con ciò Dante poneva immediatamente il suo poema su un livello altissimo, ne dichiarava subito il carattere di alta edificazione religiosa. Il poema non narra la grande avventura di un singolo; il singolo che parla in persona propria vuole impersonare tutti gli uomini: il suo smarrimento e il suo viaggio non si hanno nel corso della propria esistenza, bensì nella vita di tutti.
Il 1300 è un anno cruciale per Dante, per Firenze, per l’umanità. È l’anno del suo priorato, culmine della sua carriera politica, nel quale tuttavia il poeta riconosceva l’origine delle sue dolorose vicende;
una svolta nella sua vita: l’esilio del 1302 ne è solo una conseguenza. Proprio nella calendimaggio del 1300 le fazioni cittadine verranno al sangue: dunque, una data cruciale per Firenze. Infine, il 1300 è l’anno del primo giubileo, un’occasione che mai prima d’allora la cristianità nel suo complesso aveva goduto, di poter ottenere la remissione totale dei precedenti peccati. Un anno, dunque, in cui Dante giunge al colmo dell’età sua, di là del quale non vi è che la discesa verso la morte, e quindi gli si fa imperioso il bisogno di pensare al suo destino ultraterreno e in cui l’umanità può ricominciare per così dire daccapo e iniziare una nuova fase del vivere.
Appaiono già nel primo canto i personaggi principali del poema: Dante e Virgilio, Beatrice farà la sua prima apparizione nel canto II. Dante Virgilio non assumono ancora la loro umanità di personaggi: sono sagome, segni morali e intellettuali-letterari. Veri personaggi si avranno solo nel canto V. Virgilio appare primariamente a Dante come un’ombra di qualcuno che “per lungo silenzio parea fioco”, verso che sembra non possa essere disgiunto da un verso d’una canzone compresa nella Vita Nuova: “Donna pietosa”. Il fantasma Virgilio si fissa poi in linee precise: è il poeta-maestro, maestro di stile e di umana sapienza. Ha qui le sue prime espressioni quell’esaltazione convinta di Virgilio che costituirà uno dei motivi ricorrenti dell’opera. Punto di riferimento letterario,Virgilio qui non è ancora personaggio: basti paragonare i versi 125-126 in cui egli dichiara la sua condizione di pagano e quindi la sua impossibilità di salire al cielo, con la malinconia umana con cui questa condizione e impossibilità sono dichiarate altrove soprattutto nel Purgatorio, per cogliere la differenza tra segno culturale e personaggio.

1-12: Dante si ritrova, a metà del cammino della vita, in una selva oscura. L’orrore di essa, selvaggia, irta, intricata di pruni, rinnova il timore al solo pensarvi. Né il poeta si è accorto di esservi entrato, perché il suo animo era assopito e intorpidito.
La selva è la vita peccaminosa, dominata dai sensi, nella quale il poeta ad un tratto si rende conto di esservi entrato ma in cui non si era accorto di entrare perché il suo animo era come intorpidito dal peccato. Non si deve dimenticare però che in Dante, accanto al motivo autobiografico, sta un’implicazione di natura politico-religiosa. Quindi, per il personaggio Dante la selva significa un momento di traviamento spirituale da cui lo libereranno la considerazione delle gravi conseguenze del peccato (Inferno) e, attraverso l’espiazione (Purgatorio), la speranza dell’eterna beatitudine (Paradiso). Allo stesso tempo per l’umanità di cui Dante è simbolo, la selva è lo stato di disordine e di decadenza causata dalla corruzione della Chiesa, dalla vacanza dell’impero e della confusione dei due poteri: temporale e spirituale.

13-30: Il poeta, giunto al limite della selva, scorge un colle la cui cima è illuminata dal sole. Come il naufrago che, scampato dal pericolo, si volge al mare da cui è riuscito a salvarsi, Dante volge lo sguardo verso la selva rimasta alle sue spalle e dopo un breve riposo per rinfrancare le forze, riprende il cammino verso l’erta del colle.

31-60: Proprio mentre Dante inizia la salita, gli si presenta davanti la lonza che gli sbarra il cammino, animale dai costumi sessuali liberi, simbolo della lussuria. Il momento favorevole dell’ora e della stagione (la mattina dell’equinozio di primavera) sembra ridare momentaneamente al poeta la speranza di raggiungere la sommità del colle, speranza che svanisce del tutto all’apparizione di un leone (simbolo della superbia) che avanza minaccioso e di una lupa magra e affamata (simbolo della cupidigia). Questa anzi, movendo contro Dante, lo ricaccia poco a poco nella selva.

61-99: Mentre retrocede verso la selva, Dante vede una figura umana alla quale si rivolge chiedendo aiuto, anche se non sa distinguere se si tratta di un’ombra o di un uomo vivo. L’ombra risponde di essere già stato uomo un tempo e, rivelandosi per Virgilio, invita il poeta a salire il colle, principio di ogni completa felicità. All’udire ciò, Dante risponde con umiltà esaltando Virgilio come onore e lume degli altri puliti, come autore e maestro suo in nome della sua fedeltà di discepolo per aiutarlo e di liberarlo dal pericolo della lupa. Il pianto accompagna la disperata richiesta e Virgilio, ricuorandolo, esorta Dante ad incamminarsi per una via diversa perché la lupa è così pericolosa da impedire non solo il cammino, ma da uccidere anche lui che si trova sulla sua strada.

100-111: Proseguendo il suo discorso,Virgilio dichiara che l’opera nefasta della lupa continuerà ancora sulla terra finché non giungerà un veltro (il salvatore) a liberare il mondo dalla sua presenza.
Con linguaggio oscuro come si addice alle profezie, il veltro è designato per mezzo di alcune caratteristiche: non si ciberà né di terra né di peltro (metallo), ma sarà nutrito solo di sapienza, di amore e di virtù e la sua nascita avverrà “tra feltro e feltro “; questo verso può avere diverse interpretazioni:
-umiltà di origini;
-provenienza da un ordine religioso;
-elezione democratica per mezzo di votazioni poiché di feltro erano foderate le urne in cui si deponevano i voti per l’elezione dei magistrati.
Sarà salvezza dell’Italia, per la quale sono morti i primi eroi cantati da Virgilio e caccerà finalmente nell’Inferno la lupa, che da quello era uscita.

112-136: Virgilio spiega a Dante come unica via di salvezza sia il viaggio attraverso l’Inferno, il Purgatorio e si offre di guidarlo. Se poi vorrà salire al regno dei beati egli non lascerà ad un’anima più degna, perché Dio non ne concede a lui, pagano, l’entrata. Dante accetta la proposta, dichiarandosi pronto a seguirlo per i regni dell’oltretomba: dopodiché i due si incamminano.

Canto II

I primi nove versi del canto contengono la protasi della prima cantica, cioè la dichiarazione dell’argomento, cui segue l’invocazione alle Muse perché aiutino Dante nella difficile impresa poetica. Tradizione era l’invocazione alle Muse, ma eccezionale il caso d’un poeta che invochi accanto a esse il suo stesso ingegno chiamandolo “alto” e la sua “mente” cioè la sua memoria aggiungendo che “non erra” e che avrà ora modo di mostrare la sua “nobilitate”. Ciò non è una vanteria: l’argomento è così alto, la missione così difficile che Dio doveva dare all’uomo scelto come suo tramite doti eccezionali e questi ne ha coscienza. Il lettore sappia subito che il messaggio che leggerà viene direttamente da Dio.
Sulla singolarità della sua missione il poeta aveva insistito nella prima terzina: è il tramonto, tutti gli esseri riposano, lui solo in tutto il mondo si accinge alla dura battaglia.
La protasi costituisce dunque una parentesi nella narrazione. Questa, dal primo canto, continua oltre la parentesi nel secondo. Il discorso del primo canto ha nel secondo il suo necessario sviluppo. Fatto il proponimento di seguire Virgilio, iniziato il cammino, il pellegrino esita. Si affaccia un tema principe dell’opera: l’uomo, per essere veramente tale, per distinguersi dei bruti, deve mirare costantemente alla sua elevazione morale e intellettuale, ma deve essere conscio che può avanzare solo fino a quel punto che Dio ha segnato se non vuole cadere nel peccato di Lucifero e di Adamo. Nel secondo canto si pone alle fondamenta di tutto l’edificio del poema il contrasto tra slancio umano e remora religiosa. Dante nel suo impulso magnanimo si era subito mosso dietro Virgilio, ma poi il dubbio lo assale e Virgilio rimprovera poiché egli sa quale sia la profonda ragione religiosa della “viltà” e si affretta a dirgli che Dio gli consente di trapassare il segno: tre donne celesti (Maria, Lucia, Beatrice) glielo hanno ottenuto e Virgilio é il loro mandatario. Affidandosi a lui, Dante non si affida solo alla ragione umana che potrebbe anche essere “folle”, ma alla ragione mossa dalla grazia.
Nel corso del racconto, descrivendo molte volte la meraviglia delle anime per la sua presenza da vivo del regno dei morti, Dante insiste proprio sul fatto che è la grazia divina a volere il suo viaggio, ad autorizzare il suo ardimento. Il secondo canto lega strettamente il poema alle rime giovanili della Vita Nuova. Colei che lascia il suo scanno in Paradiso per scendere nel Limbo e persuadere Virgilio al soccorso di Dante è la Beatrice esaltata in quegli scritti, ciò che la fa muovere è l’amore.
Si è detto che nel primo canto Dante Virgilio erano segni intellettuali e non ancora veri e propri personaggi e che Beatrice qui é anch’essa sfumata, ma per un’altra ragione: ella è infatti tuffata in pieno nel clima di un’esperienza poetica giovanile, quella stilnovistica, che trascende la biografia. Già i primi versi avevano dato al canto un avvio in questa direzione; poi i motivi stilnovistici infittiscono e Virgilio descrive Beatrice e le parla come gli stilnovisti avevano descritto le loro donne e si erano ad esse rivolti. Beatrice persuade Virgilio con l’ausilio della sua bellezza terrena e ultraterrena insieme, con cui aveva mosso al bene Dante. Questa immagine preannuncia una grandiosa figurazione di Beatrice nel Paradiso terrestre e in tutto Paradiso. Beatrice è spinta da un amore stilnovistico che tende a spogliarsi dalla “passione”, a divenire puro slancio dell’anima verso il bene cioè amore-virtù. Beatrice nel poema impersona sia la teologia ma anche questo Amore che spinge a conquistare la propria superiore umanità.
——————-
1-9: Sta scendendo la sera e mentre l’oscurità dell’aria porta quiete riposo tutti gli esseri sulla terra, solo Dante si accinge alla grande impresa: nella fatica materiale e nella “pietà” spirituali che il viaggio comporta è indicata la materia della cantica. Dante invoca perciò le Muse e l’aiuto del suo ingegno: così la sua memoria potrà dar prova della propria capacità.

10-42: Dopo l’invocazione, la narrazione riprende. Dante, preoccupato, si rivolge a Virgilio dicendogli: “Enea, secondo il tuo racconto, scese ancora vivo nell’Averno; ma se Dio gli concesse questa grazia eccezionale pensando agli effetti che dovevano derivare da lui, il suo viaggio è più che giustificato. Nell’oltretomba andò pure San Paolo ma anche tale evento é giustificato dall’esigenza di portare argomenti alla fede, principio di salvezza. Io non sono né Enea né Paolo e ritengo che le mie forze non siano adeguate a tanta impresa”.

43-75: Alle parole di Dante, piene di sconforto e di dubbio, Virgilio risponde rimproverandolo per questa viltà che allontana spesso l’uomo dal ben operare. Per toglierli ogni dubbio, gli narra come, mentre si trovava nel Limbo, si sia presentata a lui una donna dagli occhi luminosi e belli invitandolo con soavi parole ad accorrere in aiuto di Dante dichiarando di essere Beatrice e di essere scesa dal cielo spinta da Amore.

76-126: Virgilio chiede a Beatrice come, beata, non tema di scindere nell’Inferno. Ella spiega allora che, fatta da Dio in modo tale da non essere toccata dalla miseria di quel luogo, è scesa, su invito di Santa Lucia, a sua volta sollecitata dalla Madonna che ha provato compassione della misera condizione di Dante. Con uno sguardo pieno di lacrime, conclude la sua richiesta e Virgilio dichiara di essersi subito accinto al compito affidatogli. Invita perciò Dante a riprendere coraggio, visto che tre donne benedette lo proteggono dal cielo.

127-142: Come i fiori, chiusi durante la notte, riprendono vigore con i primi raggi del sole, così Dante si rinfranca alle parole di Virgilio rivolge un ringraziamento a Beatrice per la sua bontà e a Virgilio per la pronta ubbidienza a lei. Si dichiara forte e pronto al viaggio. I due poeti riprendono il cammino.

Canto III

Solo ora Dante affronta la descrizione dell’oltretomba. Tutto il canto è condotto sulla falsariga di Virgilio: dall’esortazione a lasciare prima di entrare nell’Inferno ogni esitazione e debolezza d’animo, alla stessa concezione d’un vestibolo infernale; senza dire del grande episodio dell’Acheronte che si può dire ricalcato sul testo del poeta latino. Tre sono i nuclei essenziali del canto:
1. la porta infernale;
2. la descrizione della sterminata massa dei pusillanimi, dei loro lamenti, della loro pena;
3. il passaggio dell’Acheronte

Dante immagina che la porta dell’Inferno rechi sulla sommità un’iscrizione come la recavano a suo tempo molte città. Ciò che Dante, ancora vivo non riesce a comprendere appieno è proprio il concetto di “eternità”, questa possibilità assoluta di sperare. La vita umana è essenzialmente cambiamento e quindi speranza. Neli uomini che soffrono in terra pene, vige sempre la speranza che esse possano, sia pure in un futuro lontano, diminuire, cambiare o cessare magari con la morte. Non così nei dannati: quel che rende le loro per assolutamente diverse dalle terrene è la condanna irremissibile a lasciare ogni speranza. Neppure la morte può segnare la fine di esse. Sulla terra, l’alternarsi di luce ombra, l’avvicendarsi delle stagioni danno all’uomo la sensazione della tregua, la certezza della ripresa della vita dopo ogni pausa. Qui lo stesso tempo è abolito: l’aura è sempre nera. Dante non può afferrare interamente questo concetto: lo intravede e ciò basta per spaventarlo. Ha pertanto dinanzi alla porta ancora un istante di esitazione, di pusillanimità: di nuovo si crede impari all’impresa, dubita di poter penetrare nell’Inferno; onde Virgilio gli rammenta la necessità di affrontare con coraggio l’ignoto.
Un vortice di lamenti investe il viaggiatore subito oltre la porta: sono i pusillanimi confinati qui, nel vestibolo dell’Inferno. Nella pena che immagina per i vili, Dante applica per la prima volta la legge generale del contrappasso: la pena corrisponde per somiglianza o opposizione al peccato che la origina. Essi sono costretti a correre nudi dietro una bandiera, loro che non ne ebbero alcuna, punti a sangue da mosconi e vespe e dei vermi raccolgono ai loro piedi lacrime e sangue. Per Dante, spiacente e amaro più della sofferenza è lo svilimento. Già questa scelta mostra quali sia la reazione dell’uomo Dante di fronte a chi non sa assumersi le proprie responsabilità, come lui seppe fare.
Il pellegrino che all’affacciarsi al vestibolo, al primo urto dei lamenti dei suoi abitatori, aveva pianto, ora prova solo disprezzo. I vili non hanno lasciato di sé nel mondo alcuna fama; nell’oltretomba Dio non li degna della sua misericordia e neppure della sua giustizia, li rilega ai margini anche nell’Inferno. A essi il poeta mescola gli angeli “neutrali” coloro che non seguirono Lucifero nella sua ribellione, ma neppure presero posizione per Dio: anche essi sono indegni sia del cielo sia dell’Inferno. Pur avendo conosciuto qualcuno nella turba infinita dei vivi, il poeta degna naturalmente di nominarlo; c’è solo un riferimento a Celestino V, il papa la cui abdicazione aveva aperto l’accesso al pontificato di
Bonifacio VIII, l’assertore della supremazia papale sull’imperatore, per Dante esempio supremo della cupidigia, male del mondo. Colui che aveva tentato di estendere il dominio della Chiesa su Firenze ed era stato responsabile dell’esilio di Dante.
L’ultima parte del canto narra l’affollarsi delle anime da ogni paese sulle rive dell’Acheronte; l’arrivo del traghettatore Caronte, il “cruccio” di questo nel vedere tra i morti un vivo, il suo placarsi quando Virgilio gli dirà che ciò è voluto dal cielo, la disperazione e le maledizioni dei dannati e il loro imbarco. Infine la terra trema, balena una luce vermiglia e Dante cade in un profondo sonno. Quando Siviglia sarà di là del Acheronte. Quest’ultima parte è tra le più celebri del poema. Dante ci dona particolare i rispettivi potenti, ma sono darsi che impegnano più una fantasia letteraria che la coscienza del poeta. Questi non ancora acquistato la padronanza piena della sua nuova materia, procede non per dividere, ma per masse; sia potenza pittorica e plastica ma non l’impegno di uno scavo psicologico profondo. In effetti, i personaggi a tutto tondo si avranno solo cominciare il canto V: ancora se gli intellettuali, pur i nomi-emblemi sono quasi tutte le numerose persone menzionata il canto quarto. Si direbbe che Dante nel cominciare il suo poema pensasse una descrizione per categorie di peccatori e di pene e solo in un secondo tempo egli abbia puntato, oltre che sulle “masse”, su personaggi singoli, che nella loro pienezza della loro individuale e irripetibile umanità, potessero tuttavia porsi come esemplari della categoria di cui fanno parte.

1-21: I due poeti sono davanti alla porta dell’inferno. Dante elegge su di essa una terribile iscrizione che, dichiarando l’eternità del luogo, ammonisce chi entra a lasciare ogni speranza. Queste parole turbano poeta, ma Virgilio rinfranca esortandolo a lasciare ogni dubbio, ogni viltà. Preso per mano, non introduce nel regno dei morti.

22-69: Appena entrato nell’inferno Dante è colpito da sospiri pianti e lamenti; diverse lingue, tabelle spaventose, parole, urla, colpi di mani per potenti, turbinano in un tumulto che costringe il poeta alle lacrime. Chiesta Virgilio che sono quelle genti che si lamentano, viene sapere che sono le anime dei pusillanimità, respinte dallo stesso inferno dalla loro vita senza scopo. A queste sono mischiati gli angeli neutrali, che atteso l’esito della lotta tra Dio Lucifero. I ceri e cacciarono, l’inferno di respingere. Virgilio sdegnosamente invita il poeta a passare oltre. Dante scorge tra questi spiriti l’ombra di colui che fece un gran rifiuto, passa e non nomina neppure. Osserva la loro piena: sono costretti a correre eternamente dietro l’insegna, punti da parte mosconi, mentre il sangue, che riga loro il volto, e le lacrime cadono a terra, raccolte da schifosi vermi.

70-120: Dante guarda più oltre e vede sulla riva di un fiume, l’ Acheronte, una grande moltitudine di anime che appaiono, per quanto consente l’oscurità, desiderosa di passare all’altra riva. Dante richiede ragione Virgilio che rimane però aspirazione al momento in cui saranno sulle rive del Acheronte. Improvvisamente appare sul fiume una barca condotta da un vecchio nocchiero che rivolge le anime minacce terribili. Poi, voltosi a Dante, gli ordina di ritornare indietro perché di lì non potrà passare. È il demonio Caronte, che Virgilio invita a non crucciarsi perché il viaggio di Dante è voluto da Dio. Intanto le anime, gridando e bestemmiando, si affrettano a salire sulla barca, mentre Caronte le percuote con il remo; ma prima che quelle siano giunte all’altra riva, su questa se ne raduna una nuova schiera.

121-136: Con dolcezza Virgilio spiega Dante che attraverso Acheronte non può passare anima non dannata, perciò le parole di Caronte diventano ben chiare. Appena terminato questo discorso, un bagliore improvviso squarcia le tenebre preceduto da un terremoto pauroso per cui Dante perde i sensi.