Quinto Orazio Flacco A Leucònoe Traduzione

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Quinto Orazio Flacco A Leucònoe Traduzione

Testo latino dell’ode.
 
Tu ne quaesieris (scire nefas) quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babylonios
temptaris numeros. Ut melius quicquid erit pati!
Seu pluris hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.
 

Traduzione di Enzo Mandruzzato.

“La Giornata”.
 
Non domandare tu mai
quando si chiuderà la tua
vita, la mia vita,
non tentare gli oroscopi d’oriente:
male è sapere, Leucònoe.
Meglio accettare quello che verrà,
gli altri inverni che Giove donerà
o se è l’ultimo, questo
che stanca il mare etrusco
e gli scogli di pomice leggera.
Ma sii saggia: e filtra vino,
e recidi la speranza
lontana, perché breve è il nostro
cammino, e ora, mentre
si parla, il tempo
è già in fuga, come se ci odiasse!
così cogli
la giornata, non credere al domani.
(tratta dal libro Orazio – Odi ed Epodi – Bur Editor – pagg. 98 – 99). 

Parafrasi della poesia.
 
Tu non chiedere (non è concesso sapere)
quale fine a me e quale fine a te
gli Dèi abbiano dato, o Leucònoe, e non
consultare i numeri babilonesi.
E’ meglio patire ciò che sarà.
Sia che Giove ci attribuirà molti altri inverni
o che questo sia l’ultimo,
inverno che fa infrangere le onde del mar tirreno
sugli scogli di pomice leggera,
tu, Leucònoe, sii saggia, versa il vino e recidi
ogni lunga speranza che oltrepassi
il breve spazio del tempo immediato.
Mentre parliamo esso, il tempo, è già fuggito.
Cogli il giorno e credi minimamente
nel futuro.

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