PROMESSI SPOSI RIASSUNTO CAPITOLO 9

PROMESSI SPOSI RIASSUNTO CAPITOLO 9


I fuggiaschi sull’altra riva. – I tre fuggiaschi, giunti sull’altra riva, resero tristemente grazie al barcaiolo, che ritirò la mano, quasi con ribrezzo, quando Renzo cercò di fargli sdrucciolare una parte dei denari che si trovava indosso, e che avrebbe voluto regalare a don Abbondio, dopo che questo, suo malgrado, avesse celebrato le nozze. Il baroccio era lì pronto, il conduttore li fece salire, diede una voce alla bestia, e si mosse.

Arrivo a Monza. – I nostri viaggiatori arrivarono a Monza, poco dopo il levar del sole; il barocciaio entrò in un’osteria e fece assegnar loro una stanza; Renzo tentò di fargli ricevere del denaro, ma inutilmente. Fecero colazione come permetteva la penuria dei temi, i mezzi scarsi e il poco appetito, mentre passava ad essi per la mente il banchetto che due giorni prima aspettavano di fare. Renzo avrebbe voluto fermarsi lì, almeno tutto quel giorno; ma il padre aveva raccomandato alle donne di mandarlo subito per la sua strada, e il giovane a malincuore si risolvette di partire.

Agnese e Lucia al convento dei cappuccini. – Agnese e Lucia si avviarono col barocciaio al convento dei cappuccini. Il barocciaio fece chiamare il padre guardiano e gli consegnò la lettera di padre Cristoforo. Il padre guardiano, nel leggerla, faceva di tanto in tanto atti di sorpresa e di indignazione; e, alzando gli occhi dal foglio, li fissava sulle donne con una certa espressione di pietà e d’interesse. Finito ch’ebbe di leggere, disse che le avrebbe accompagnate dalla «Signora», che sola avrebbe potuto prendersi quell’impegno, e invitò le donne a seguirlo, ma ad alcuni passi di distanza, per evitare le chiacchiere della gente.

Le donne domandarono allora al barocciaio chi fosse la signora, ed appresero che era una monaca, ma non una monaca come le altre, perché figlia del più grande signore di Monza, onde poteva far alto e basso nel monastero, e, quando prendeva un impegno, le riusciva anche di spuntarlo.

Giunti al monastero, il padre guardiano pregò il barocciaio che tra un paio d’ore tornasse da lui a prendere la risposta per il padre Cristoforo; poi, dopo aver fatto entrare la madre e la figlia nelle camere della fattoressa, andò solo a chiedere la grazia. Trascorso qualche tempo, ricomparve giulivo, diede qualche avvertimento alle donne sul modo di portarsi con la signora, e le accompagnò nel parlatorio, dove videro, dietro una grata di ferro, una monaca ritta, che poteva mostrare venticinque anni.

Le due donne alla presenza della Monaca di Monza. – L’aspetto della monaca faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita, e quasi scomposta. La fronte si raggrinziva spesso, come per una contrazione dolorosa; gli occhi neri si fissavano talora in viso alle persone con un’investigazione superba; le gote pallidissime sembravano come alterate da una lenta estenuazione: le labbra, appena tinte d’un roseo sbiadito, avevano moti subitanei, vivi, pieni di espressione e di mistero. Anche il modo di vestire annunziava una monaca singolare, poiché la vita era attillata con una certa cura secolaresca, e dalla benda usciva su una tempia una ciocchettina di neri capelli.

Il guardiano presentò le due donne, e spiegò alla signora che Lucia era stata costretta a partire di nascosto dal suo paese per sfuggire a un cavaliere prepotente, e che aveva bisogno per qualche tempo di un asilo sicuro. Allora la signora fece accostare Lucia, e le domandò, con una cert’aria di dubbio maligno, se quel cavaliere era un persecutore odioso; ma la povera ragazza balbettò appena qualche parola senza avere il coraggio di proseguire. Agnese si credette autorizzata a venirle in aiuto, ma la signora la interruppe bruscamente, biasimandola di parlare senza essere interrogata. Lucia confermò il racconto della madre, e la signora disse di crederle, ma che si riservava il piacere di sentirla da solo a solo. Poi aggiunse che, essendosi maritata l’ultima figlia della fattoressa, le due donne avrebbero potuto occupare la camera lasciata in libertà da quella e supplire a quei pochi servizi che faceva lei: licenziò Agnese, accomiatò il guardiano, e ritenne Lucia, cui fece strani discorsi.

Storia della Monaca di Monza. – La signora era l’ultima figlia del principe ***, gran gentiluomo milanese, che, per l’alta opinione che aveva del suo titolo, temeva che le sue sostanze fossero appena sufficienti, anzi scarse, a sostenere il decoro. Aveva perciò destinato al chiostro tutti i cadetti dell’uno e dell’altro sesso, per lasciare intatta la sostanza al primogenito, destinato a continuar la famiglia. Quando nacque la nostra infelice, il principe, volendo darle un nome che risvegliasse immediatamente l’idea del chiostro, la chiamò Gertrude. Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le diedero in mano; poi santini che rappresentavano monache. Quando i genitori e il fratello primogenito solevano lodare l’aspetto prosperoso della fanciullona, le dicevano: «Ce madre badessa!». Se qualche volta la Gertrude trascorreva a qualche atto un po’ arrogante e imperioso, le si diceva: «Queste maniere non ti convengono: quando sarai madre badessa, allora comanderai a bacchetta, farai alto e basso».

A sei anni è rinchiusa nel monastero di Monza. – A sei anni Gertrude fu collocata, per educazione e ancor più per istradamento alla vocazione impostale, nel monastero dove l’abbiamo veduta, perché il padre, essendo il feudatario di Monza, pensò che lì sua figlia sarebbe stata trattata con quelle distinzioni e con quelle finezze che potessero più allettarla a scegliere quel monastero per la sua perpetua dimora. Né s’ingannava, poiché la badessa e alcune monache corrisposero pienamente elle intenzioni che il principe aveva lasciato trasparire. Gertrude, appena entrata nel monastero, fu chiamata la signorina e fu fatta oggetto di attenzioni e di premure di ogni genere.

Ma Gertrude non era la sola ragazza in quel monastero. Tra le sue compagne ve n’erano alcune che sapevano di essere destinate al matrimonio, e perciò, mentre Gertrude, nutrita nelle idee della sua superiorità, parlava magnificamente dei suoi destini futuri di badessa, quelle contrapponevano le immagini varie e luccicanti di nozze, di pranzi, di conversazioni, di festini, di villeggiatura, di vestiti, di carrozze. Queste immagini cagionarono nel cervello di Gertrude quel brulichio che produrrebbe un gran paniere di fiori appena colti, messi davanti ad un alveare. Essa rispondeva che, alla fin dei conti, nessuno avrebbe potuto costringerla a farsi monaca senza il suo consenso e che anche lei poteva maritarsi.

La supplica al vicario delle monache. – Era legge che una giovane non potesse venire accettata monaca, prima d’essere stata esaminata da un ecclesiastico, chiamato il vicario delle monache, affinché fosse certo che si chiudeva nel monastero di sua libera scelta; e questo esame non poteva aver luogo se non un anno dopo che essa avesse esposto a quel vicario il suo desiderio con una supplica in iscritto. Quelle monache che avevano preso il tristo incarico di far che Gertrude si obbligasse per sempre, colsero un momento propizio per farle sottoscrivere una tal supplica, dicendole che si trattava (come si trattava di fatto) di una pura formalità. Con tutto ciò, la supplica non era forse ancor giunta al suo destino, che Gertrude s’era pentita di averla sottoscritta.

Il mese fuori dal monastero e la lettera al padre. – C’era poi un’altra legge, che una giovane non fosse ammessa a quell’esame della vocazione, se non dopo aver dimorato almeno un mese fuori dal monastero, dove era stata in educazione. Anche Gertrude, trascorso l’anno da che la supplica era stata mandata, doveva essere levata dal monastero e condotta nella casa paterna, per rimanervi quel mese e far tutti i passi necessari al compimento dell’opera che aveva di fatto cominciata. Ma la giovane aveva tutt’altro in testa, e, in tali angustie, risolvette di aprirsi con una delle sue compagne, che le suggerì d’informare con una lettera il padre della sua nuova risoluzione. Ma Gertrude aspettò invano una risposta. Se non che, alcuni giorni dopo, la badessa la fece venire nella sua cella, e, con un contegno di mistero, le accennò oscuramente a una gran collera del principe per un fallo che essa doveva aver commesso, lasciandole però intendere che, portandosi bene, poteva sperare che tutto sarebbe dimenticato.

Venne finalmente il giorno tanto temuto e bramato, nel quale Gertrude dovette lasciare il monastero per ritornare temporaneamente nel palazzo paterno. I giorni passavano senza che il padre né altri le parlasse della supplica, né della ritrattazione. I parenti erano seri, tristi, burberi con lei, senza mai dire il perché. Si vedeva solamente che la riguardavano come una rea, come un’indegna. Se implorava un po’ d’amore, si sentiva subito toccare, in maniera indiretta ma chiara, quel tasto della scelta dello stato; le si faceva copertamente sentire che c’era un mezzo per riacquistare l’affetto della famiglia.

Lo sciagurato biglietto al paggio. – Ma Gertrude si accorse che, mentre dalla servitù era trattata con noncuranza, accompagnata da un leggero ossequio di formalità, un paggio le portava un rispetto e sentiva per lei una compassione di un genere particolare. Essa mostrò un non so che di nuovo nelle sue maniere, così che le furono tenuti gli occhi addosso più che mai. Una mattina fu sorpresa da una cameriera, mentre stava piegando alla sfuggita una carta, sulla quale avrebbe fatto meglio a non scrivere nulla. La carta rimase nelle mani della donna, e da queste passò in quelle del principe, che, dopo poche ma terribili parole, le intimò di star chiusa in quella camera sotto la guardia della cameriera che aveva fatto la scoperta, e le minacciò un altro castigo oscuro, indeterminato, e quindi più spaventoso. Il paggio fu subito sfrattato, e fu minacciato anche lui di qualcosa di terribile se avesse osato parlare dell’accaduto.

Gertrude implora il perdono del padre. – Gertrude rimase col batticuore, con la vergogna, col rimorso, col terrore dell’avvenire, e con la sola compagnia di quella donna che era stata cagione della sua disgrazia. Il solo castello, nel quale poteva immaginare un rifugio tranquillo e onorevole, e che non fosse in aria, era il monastero, quando si fosse risolta di entrarvi per sempre. Dopo quattro o cinque giorni di prigionia, essa, stuccata e invelenita all’eccesso per un dispetto della guardiana, sentì il bisogno prepotente di vedere altri visi, di sentire altre parole, di essere trattata diversamente. Allora riprese quella penna fatale, scrisse al padre una lettera piena d’entusiasmo e d’abbattimento, d’afflizione e di speranza, implorando il perdono, e mostrandosi indeterminatamente pronta a tutto ciò che potesse piacere a chi doveva accordarlo.