PROMESSI SPOSI RIASSUNTO CAPITOLO 17

PROMESSI SPOSI RIASSUNTO CAPITOLO 17


Renzo nella notte verso l’Adda. – Le sciagurate parole del mercante avevano accresciuto a Renzo le opposte voglie di correre e di star nascosto. Pensava che chi sa quanti birri erano in campo per dargli la caccia, ma pensava pure che quelli che lo conoscevano erano due soli, e che il nome non lo portava scritto in fronte.

Dapprima, sebbene avesse lasciato Gorgonzola che scoccavano le ventiquattro, e le tenebre diminuissero sempre più i pericoli, prese contro voglia la via maestra; ma ben presto, quando vide aprirsi una straducola a mancina, vi entrò. Mentre andava, dialogava nella sua mente col mercante e immaginava di ricacciargli in gola tutte le spudorate invenzioni.

Dopo qualche tempo la paura di essere inseguito non gli diede ormai più fastidio, ma quante cose rendevano il viaggio molto più noioso! Le tenebre, la solitudine, la stanchezza, e una brezzolina sottile che non doveva essere affatto piacevole a chi si trovava ancora indosso gli abiti da sposo; e, soprattutto, quell’andare alla ventura, cercando un luogo di riposo e di sicurezza.

Quando s’abbatteva a passare per qualche paese, andava adagio adagio, guardando però se ci fosse qualche uscio aperto; ma non vide mai altro segno di gente desta, che qualche lumicino trasparente da qualche impannata. Nella strada fuor dell’abitato, si soffermava ogni tanto, e stava in orecchi per veder se sentiva quella benedetta voce dell’Adda, ma invano. Altre voci non sentiva che un mugolio di cani, che veniva da qualche cascina isolata.

L’Adda. – Arrivò finalmente dove la campagna coltivata moriva in una sodaglia sparsa di felci e di scope. Gli parve, se non indizio, almeno un certo quel argomento di fiume vicino, e s’inoltrò per quella, seguendo un sentiero che l’attraversava. A poco a poco si trovò tra macchie più altre, di pruni, di quercioli, di marruche. Andando ancora, sempre per lo stesso sentiero, s’accorse di entrare in un bosco. Provava un certo ribrezzo ad inoltrarvisi, ma lo vinse, e contro voglia andò avanti; ma più che s’inoltrava, più il ribrezzo cresceva, più ogni cosa gli dava fastidio. Gli alberi che vedeva in lontananza gli rappresentavano figure strane, deformi, mostruose; la brezza notturna gli batteva più rigida e maligna sulla fronte e sulle gote, e penetrava più acuta nelle ossa rotte dalla stanchezza. A un certo punto si fermò sui due piedi a deliberare se proseguire il cammino o tornare indietro per la strada già fatta a cercare un ricovero, anche un’osteria; quando, stando così fermo, sospeso il fruscio dei piedi nel fogliame, cominciò a sentire un mormorio d’acqua corrente. Era l’Adda! Fu il ritrovamento d’un amico, d’un fratello, d’un salvatore. E non esitò ad internarsi sempre più nel bosco, dietro all’amico rumore.

Arrivò in pochi momenti all’estremità del piano, sull’orlo d’una riva profonda; e guardando in giù tra le macchie, che tutta la rivestivano, vide l’acqua luccicare e correre, e, sull’altra riva, sopra un colle, una gran macchia biancastra, che gli parve dover essere una città, Bergamo sicuramente. Scese un po’ sul pendio, guardò giù se qualche barchetta si muovesse nel fiume, ma non vide né sentì nulla.

Renzo dorme in una capanna. – Renzo si mise allora a consultare tra sé, sul partito da prendere, poiché mancavano circa sei ore all’aurora. Gli venne in mente di aver veduto, in uno di quei campi più vicini alla sodaglia, una di quelle capanne coperte di paglia, costruite di tronchi e di rami, dove i contadini del milanese usano l’estate depositare il raccolto. La disegnò subito per suo albergo; ripassò il bosco, le macchie, la sodaglia, e vi entrò. Vide per terra un po’ di paglia, e pensò che anche lì una dormitina sarebbe ben saporita.

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Prima però di sdraiarsi su quel letto che la Provvidenza gli aveva preparato, vi si inginocchiò a ringraziarla di quel beneficio e di tutta l’assistenza che aveva avuta da essa in quella terribile giornata. Disse poi le sue solite devozioni, e, per di più, chiese perdono a Dio di non averle dette la sera innanzi; anzi, per dir le sue parole, di essere andato a dormire come un cane, e peggio.

Appena chiuse gli occhi, cominciò nella sua fantasia una andare a venire di gente, così affollato, così incessante, che addio sonno. Il mercante, il notaio, i birri, lo spadaio, l’oste, Ferrer, il vicario, la brigata dell’osteria, poi don Abbondio, poi don Rodrigo: tutta gente con cui Renzo aveva che dire. Tre sole immagini gli si presentarono non accompagnate da alcuna memoria amara, principalmente una treccia nera ed una barba bianca.

Renzo passa l’Adda. – Quando finalmente il martello di un orologio vicino, forse quello di Trezzo, ebbe battuto undici tocchi, cioè erano le cinque, si levò, disse le devozioni del mattino, uscì dalla capanna e prese il sentiero della sera avanti.

Il cielo prometteva una bella giornata: quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello, così splendido, così in pace. Renzo giunse sul ciglio della riva, vide una barchetta di pescatore, che veniva adagio, contr’acqua, e diede una voce leggera al pescatore. Questi, dopo aver guardato attentamente in giro, drizzò la prora e approdò presso Renzo, che saltò dentro la barca e pregò l’uomo che lo traghettasse sull’altra sponda. Poi, vedendo sul fondo della barca un altro remo, cominciò anch’egli a remare, mentre si accertava che quella macchia biancastra, che aveva veduto la notte prima, era Bergamo, e che la riva opposta apparteneva alla Repubblica di Venezia.

Nella Repubblica di Venezia. – Toccata terra, Renzo scese dalla barca e porse una berlina al pescatore, che, dopo aver dato nuovamente un’occhiata in giro, se la mise in tasca, augurò il buon viaggio e tornò indietro. Il giovane, dopo essersi fermato un momentino a contemplare la riva opposta, rimpiangendo le persone care che era stato costretto a lasciare, s’incamminò verso il paese dove abitava il cugino Bortolo Castagneti. Dal primo viandante, a cui si rivolse, seppe che gli rimanevano ancora nove miglia da fare.

Verso il paese del cugino Bortolo. – Quel viaggio non fu lieto, Renzo dovette accorgersi che troverebbe nel paese, in cui s’inoltrava, la penuria che aveva lasciata nel suo. Per tutta la strada incontrava a ogni passo poveri, che non erano poveri di mestiere, e mostravano la miseria più nel viso che nel vestiario. Quella vista, oltre la compassione e la malinconia, lo metteva anche in pensiero dei casi suoi.

Entrò in un’osteria a ristorarsi lo stomaco, e pagato che ebbe, gli rimase ancor qualche soldo, che diede in elemosina ad una famigliola, che accattava presso la porta dell’osteria.

L’incontro con Bortolo. – Arrivato al paese del cugino, distinse subito una casa alta alta, a più ordini di finestre lunghe lunghe, e, riconoscendo in essa un filatoio, entrò e chiese del cugino Bortolo Castagneti. Questi lo accolse con grandi dimostrazioni di affetto, e, quando apprese da Renzo la sua dolorosa storia, promise di interessarsi presso il padrone affinché, nonostante la scarsità di lavoro, lo assumesse nell’azienda. Il padrone gli voleva bene, perché doveva in gran parte a lui la propria fortuna; ed egli era il primo lavorante, anzi il factotum della filanda.

Bortolo raccomandò infine a Renzo di non offendersi se si fosse sentito chiamare baggiano, poiché questo appellativo i bergamaschi, senza intenzione di offesa, chiamavano i milanesi: per essi era come dare dell’illustrissimo a un cavaliere.

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