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Preghiera alla madre umberto saba

Preghiera alla madre umberto saba

Madre che ho fatto

soffrire

(cantava un merlo alla finestra, il giorno

abbassava, sì acuta era la pena

che morte a entrambi io m’invocavo)

madre

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ieri in tomba obliata, oggi rinata

presenza,

che dal fondo dilaga quasi vena

d’acqua, cui dura forza reprimeva,

e una mano le toglie abile o incauta

l’impedimento;

presaga gioia io sento

il tuo ritorno, madre mia che ho fatto,

come un buon figlio amoroso, soffrire.

Pacificata in me ripeti antichi

moniti vani. E il tuo soggiorno un verde

giardino io penso, ove con te riprendere

può a conversare l’anima fanciulla,

inebbriarsi del tuo mesto viso,

sì che l’ali vi perda come al lume

una farfalla. E’ un sogno,

un mesto sogno; ed io lo so. Ma giungere

vorrei dove sei giunta, entrare dove

tu sei entrata

– ho tanta

gioia e tanta stanchezza!-

farmi, o madre,

come una macchia dalla terra nata,

che in sé la terra riassorbe ed annulla.

UMBERTO SABA

(Da “Cuor Morituro”)

Commento

La madre, morta da anni e quasi dimenticata dal poeta, riacquista dentro di lui uno spazio significativo grazie alle cure psicoanalitiche. Egli rievoca l’angoscia dei primi anni adolescenziali riferendosi a momenti tesi del difficile rapporto tra madre e figlio. L’aver fatto soffrire la madre poi non implica l’esser stato cattivo o privo di amore per lei, e anzi, nella prospettiva della matura saggezza, pare al poeta un effetto inevitabile del rapporto madre-figlio, quasi, addirittura, una conseguenza dello stesso vincolo d’amore. Il recupero nella memoria della figura della madre comporta un bisogno profondo di ricongiungersi a lei, di ritrovare l’unità madre-figlio perduta nel corso della vita adulta. Questo desiderio coincide, ora che la madre è morta, con un bisogno (o una minaccia) di annullamento: ricongiungersi alla madre significa infatti rimettere a lei il potere di revocare al figlio quella vita che ella stessa gli ha dato mettendolo al mondo. Perciò nella similitudine finale la madre è implicitamente paragonata alla “terra” che ha prodotto una “macchia”(la vita del figlio) e che la riassorbe in se stessa annullandola nella morte.

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