POLIDORO

POLIDORO

POLIDORO


Virgilio appartiene a quella cerchia di autori che hanno lasciato un segno indelebile nella storia della letteratura mondiale. La perfezione stilistica dei suoi versi e la profondità dei temi in essi contenuti hanno entusiasmato il lettore dall’antichità fino ad oggi, portandolo ad assorbire l’eleganza della poesia Virgiliana e ad orecchiare in un certo senso le espressioni più raffinate che in essa compaiono. Di tale assorbimento abbiamo testimonianza ogniqualvolta incorriamo, nella letteratura posteriore a Virgilio, in episodi, espressioni, temi che attingono direttamente dalle opere di Virgilio.
Spesso infatti gli autori sono portati (quasi come tributo al grande poeta di Andes) ad inserire nelle proprie produzioni elementi di chiara matrice Virgiliana.
Questi elementi stimolano la mente del lettore, che è indotto a creare in parallelismo tra quanto sta leggendo e Virgilio, e nello stesso tempo vanno ad impreziosire l’opera in cui compaiono. Essi possono consistere nel riproporre un episodio (ad esempio, appare evidente la somiglianza tra la vicenda di Eurialo e Niso e quella dei mori Cloridano e Medoro, nel XVIII canto del Furioso), oppure nella ripresa di un’espressione particolarmente significativa (“infandum, regina, iubes renovare dolorem” diventa per Dante “Tu vuoi ch’io rinnovi/disperato dolor che il cor mi preme” Inf. XXXIII, vv. 4-5), le parole con cui Ugolino dà incipit al suo mesto racconto), oppure ancora in una chiara citazione (a questo proposito ci pare opportuno riportare l’ esilarante siparietto elaborato da D’Annunzio nel suo Piacere, in cui si fanno proposte per un motto da incidere sopra un astuccio da tabacco):

– Chi mi trova un motto? – esclamò l’antica amante di Carlo da Souza – lo voglio latino.
– Io – disse Andrea Sperelli – Eccolo: “Sempre parata”.
– No.
– “Diu sempre fortiter”
– Che vuol dire?
– E che t’ importa di saperlo? Basta che sia latino. Eccone un altro, magnifico: “Non timeo dona ferentes”
– Mi piace poco. Non mi è nuovo….

Insomma, le citazioni virgiliane sono talmente varie e diffuse che sarebbe impossibile risalire a ciascuna di esse e darne una valida interpretazione, tuttavia esistono riprese di Virgilio dal significato particolarmente profondo sulle quali è opportuno spendere qualche parola.

POLIDORO E PIER DELLE VIGNE

Si possono riscontrare parecchie analogie fra l’inizio del III libro dell’Eneide e il canto XIII dell’Inferno. Già tra i primi versi di quest’ultimo troviamo un rimando alla mitologia e al mondo classico, con la presentazione delle Arpie, mostri mitologici, che attraverso la profezia delle mense cacciarono Enea e i Troiani dalle isole Strofadi (“Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,/ che cacciar delle Strofadi i Troiani / con tristo annunzio di futuro danno”). La selva dei suicidi è infatti rappresentata un vero e proprio locus horridus; sui rami contorti nidificano le Arpie. Dante stesso ci presenta una contrapposizione tra quello che potrebbe essere un locus amoenus e questa selva:
“ Non frondi verdi, ma di color fosco;
Non rami schietti, ma nodosi e involti;
Non pomi v’eran, ma stecchi con tosco;
Non han sì aspri sterpi né sì folti
Quelle fiere selvagge che in odio hanno
Tra Cecina e Corneto i luoghi colti” 

Anche in Virgilio troviamo un accenno, rapido ma significativo, dell’ ostilità dell’ ambiente nella descrizione del mirto: “Forte fuit iuxta tumulus, quo cornea summo / virgulta et densis hastilibus horrida myrtus”. In Virgilio come in Dante percepiamo l’idea di un ambiente intricato e contorto, sia attraverso la descrizione sia attraverso l’uso di determinate figure retoriche. Si noti ad esempio l’allitterazione della consonante “r” nei versi dell’Eneide sopra riportati, che conferisce al tutto un’impronta di asprezza, oltre a varie ipallagi (crudeles terras, litus avarum), iperbati, metonimie (austros) e inarcature, che esprimono la solennità e l’orrore del momento. L’addensarsi delle figure retoriche in Dante è ancora più giustificato, dal momento che il poeta si propone di imitare nella stesura di questo canto l’ars dictandi di Pier delle Vigne, notaio alla corte di Federico II di Svevia (vedi a titolo d’esempio il poliptoto del verso 72: “Ingiusto fece contra me giusto” ).
Certo, vanno considerate anche delle sostanziali differenze nella presentazione dei 2 personaggi”.
Dante, che pure condivide con Piero la situazione di intellettuale di corte (non dobbiamo infatti dimenticare le sue esperienze a contatto con la realtà signorile del centro nord), condanna il suicida. Pier delle Vigne viene visto come una sorte di anti-Pietro. L’apostolo Pietro, che con la sua santità ha fatto fruttificare la vigna della Chiesa è contrapposto a Pier delle Vigne, che, pur essendo stato un uomo giusto, si è reso ingiusto contro se stesso,violando la legge naturale e divina. 
Altro richiamo alla figura dell’apostolo (Pietro è spesso rappresentato con le chiavi del Paradiso in mano) si ha nell’immagine delle chiavi del cuore di Federico II:
“Io son colui che tenni ambo le chiavi 
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi
che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi.”
Pier delle Vigne è insomma un uomo che avrebbe potuto dare ottimi frutti, per il suo valore e la sua equità, ma ha peccato di violenza contro se stesso. Il suo peccato è talmente orrendo che dopo il Giudizio Universale egli non potrà riprendere il proprio corpo: esso penderà dal pruno. Al contrario, Polidoro è un giovane innocente, ucciso per l’avidità del suo ospite, Polinestore, che, così facendo, si macchia di un delitto doppiamente grave: Polidoro non è infatti solo suo ospite, ma anche suo parente. Egli non ha alcuna colpa, è solo una vittima dell’esecrabile fame dell’oro, tanto detestata da Virgilio.
Se vogliamo dare una lettura etica dei due episodi, possiamo leggere chiara la condanna degli autori oltre che della violenza contro se stesso di Pier delle Vigne, di due grandi mali che affliggono da sempre il mondo.
Vediamo in Dante la deprecazione dell’invidia, che ha indotto il giusto Pier delle Vigne al suicidio:
“La meretrice, che mai dall’ospizio
di Cesare non tolse gli occhi putti,
morte comune e delle corti vizio,

infiammò contra me gli animi tutti;
e gli infiammati infiammar sì Augusto,
che i lieti onor tornano in tristi lutti.”

Parallelamente Virgilio condanna l’avidità, per la quale Polinestore uccide Polidoro:
“ ILLE, UT OPES FRACTAE TEUCRUM ET FORTUNA RECESSIT,
RES AGAMMENONIAS VICTRICIAQUE ARAM SECUTUS
FAS OMNE ABRUMPIT : POLIDORUM OBTRUNCAT ET AURO 
VI POTITUR. QUID NON MORTALIA PECTORA COGIS, 
AURI SACRA FAMES! POSTQUAM PAVOR OSSA RELIQUIT, 
DELECTOS POPULI AD PROCERES PRIMUMQUE PARENTEM
MONSTRA DEUM REFERO ET QUAE SIT SENTENTIA POSCO.”

Perciò, sia Dante che Virgilio condannano l’avidità e condotte di vita estremizzate, indicandoci l’Aristotelica via di mezzo come miglior scelta per una vita fruttuosa che non si riduca in rami “nodosi e ‘nvolti;
non pomi v’eran, ma stecchi con tosco”.

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