POETICA DI IGNAZIO SILONE

POETICA DI IGNAZIO SILONE

Scrivere ha significato per me assoluta necessità di testimoniare, bisogno inderogabile di liberarmi da un’ossessione.
Lo scrivere diventa per questa via, nella ricerca di una ragione e di una giustificazione al nostro agire, anche la liberazione da un’ossessione e, insieme, testimonianza di una verità acquisita attraverso l’esperienza di vita.

Silone non ha sistemato la sua poetica in un coerente disegno di ragionamenti filosofici, ma ha chiarito la sua concezione dell’arte e annunciato i criteri informatori della sua opera di scrittori in una serie di osservazioni occasionali, premesse ad alcuni romanzi e drammi, o esposte in saggi, articoli, discorsi, interviste.
I problemi affrontati in questi documenti si possono indicare sommariamente nei seguenti:
il rapporto letteratura-politica o, più ampiamente, arte-società, e quindi l’impegno dello scrittore e, strettamente collegata con esso, la sua funzione: il rapporto moralità-arte.
Silone vuole farci intendere questo: in lui la vocazione di scrittore si identifica con la vocazione sociale-politica, ma egli è ben lungi dal pretendere che anche per gli altri i due fatti vengano a coincidere. Silone afferma la totale libertà dell’individuo:
Non credo raccomandabile indurre altri scrittori, che spontaneamente non se la sentono, ad attenersi al medesimo criterio. Ogni scrittore deve esprimersi con la sua voce: non deve parlare o cantare in falsetto.

E’ dunque affermata l’autonomia dell’arte, condizione indispensabile per l’autenticità e validità dell’opera letteraria, così com’è proclamato il dovere che ha una società verso i suoi artisti di rispettarne la sincerità. Silone invita lo scrittore a un esame di coscienza, a cercare in sé i motivi di fondo del nichilismo della nostra epoca, nella quale l’intelligenza viene separata dalla morale, a mettere in discussione se stesso. Solo così lo scrittore potrà riprendere nelle società quella funzione di guida che ha spesso tradito, avido di popolarità e di successo, e che consiste nell’illuminare l’opinione pubblica sulle questioni da esso studiate e approfondite. Silone è convinto che la letteratura ha una sua dignità e potenza che deve conservare, e lo può soltanto a patto di non servire altra causa che quella della verità.
Per questa via è anche risolto, d’istinto, il problema del rapporto moralità-poesia, che si ristabilisce fra i due valori un circuito che pare interrotto da tanta letteratura contemporanea. E di natura sostanzialmente morale sono i termini stessi con cui Silone imposta e conduce tutto il suo discorso teorico: si parla di “dovere”, “dovere morale” dello scrittore, e non di “obbligo”, e si qualifica “umile e coraggioso” il servizio della verità. La letteratura, l’arte, come la cultura, sono pertanto ricollegate alla loro vera radice: l’eticità dell’artista.

Illuminante a questo proposito è un passo del saggio “La scelta dei Compagni”:
La parola intellettuale io l’uso in senso preciso: indico così tutti coloro che contribuiscono alla formazione di una coscienza critica in seno alla loro epoca.
L’oggetto dell’arte si può facilmente ricavare dalle proposizioni precedenti: ciò che lo scrittore sente con sincerità e con passione e conosce a fondo: il mondo dei suoi interessi, problemi, sentimenti. Per quanto lo riguarda personalmente, Silone dice:

la sola realtà che veramente mi ha sempre interessato è la condizione dell’uomo nell’ingranaggio del mondo attuale, in qualunque sua latitudine o meridiano. E naturalmente mi sento, ovunque, dalla parte dell’uomo e non dell’ingranaggio. Se i miei personaggi sono più sovente contadini poveri, intellettuali e preti inquieti, burocrati di opposti apparati e se si muovono in un paesaggio arido, ciò non accade per la mia predilezione di un certo colore locale. Questa è la realtà che meglio conosco: la porto, per così dire, in me stesso, e in essa la condizione umana del nostro tempo mi appare più spoglia, quasi a nudo.
Al centro dell’interesse siloniano è l’uomo nel suo rapporto con gli altri: rapporto difficile, spesso tragico, ma che coinvolge la nostra responsabilità di uomini d’oggi. Questo rapporto è studiato preferibilmente nell’ambiente che l’autore ha più familiare, in una “contrada” a lui “ben nota”: la sua terra d’origine; ed è riflesso nelle situazioni dei personaggi dei romanzi e nelle reazioni del protagonista, in cui l’autore trasfonde tanta parte di sé e che rimane sostanzialmente lo stesso anche sotto nomi diversi e con quelle modifiche che il variare delle situazioni comporta e l’evolversi dello spirito dello scrittore impone.
Il bisogno di capire, di rendermi conto, di confrontare il senso dell’azione, in cui mi trovavo impegnato, con i motivi iniziali dell’adesione al movimento, si è impossessato interamente di me e non m’ha dato tregua e pace. E se la mia opera letteraria ha un senso in ultima analisi, è proprio in ciò: a un certo momento scrivere ha significato per me assoluta necessità di testimoniare, bisogno inderogabile di liberarmi da un’ossessione.
Lo scrivere diventa per questa via, nella ricerca di una ragione e di una giustificazione al nostro agire, anche la liberazione da un’ossessione e, insieme, testimonianza di una verità acquisita attraverso l’esperienza di vita.

Non c’è dubbio che, nell’isolamento e nello stato d’animo che spinsero il primo Silone narratore a raccontare i fatti dolorosi della sua terra e a centrare nel suo modo di raccontare una protesta morale e civile, gli strumenti linguistici che gli si presentavano erano quelli della grande stagione del naturalismo e del verismo meridionale, l’eredità di Verga, di De Roberto, ed anche di scrittori << minori >> come Capuana, o la Deledda, ma forse pure di una narrativa europea tradotta, forse Zola, forse Maupassant, forse Hamsun, forse Gorkij, ed è ben certo che egli non sia stato nemmeno scalfito, a quell’epoca, dal lavoro di approfondimento critico, di ricerca spirituale, di riscoperta della parola e dei suoi valori essenziali che è il retaggio più positivo della letteratura italiana tra le due guerre.
<< E’ mancata a Silone- scrive Claudio Varese in un saggio raccolto in Cultura letteraria contemporanea ( Pisa 1951 )- la esperienza di una letteratura di ricerca, di una indagine formale strettamente legata alla ricerca morale: un approfondimento linguistico sarebbe stato contemporaneamente chiarimento morale e concettuale di motivi, che invece rimangono sulla pagina incerti >>.
Tuttavia lo stesso Varese avverte che lo scrittore raggiunge meglio una sua forza rappresentativa quando entra nel mondo e nel linguaggio dei suoi cafoni, e li riassume, e li raccoglie: << L’ironia, il grottesco, la beffa, sono tra le forme più felici, ispirate e riprese direttamente molto spesso, dalla fantasia, dai miti e dalla vita dei paesani della Marsica, e ne continuano e approfondiscono il senso amaro e duro della realtà >>.
Dunque, anche dove interviene l’ironia, il grottesco, la beffa, non sempre la narrativa di Silone punta nella sola direzione del bozzettismo paesano tradizionale, come sosteneva il Cecchi, né le stesse opere dell’esilio, Fontamara, Vino e pane, Il seme sotto la neve, potevano avere come unica ragione di popolarità presso gli stranieri il fatto che quei romanzi spiegavano loro il fascismo e l’antifascismo << in termini di folclore >>.
Nella prefazione a Fontamara Silone afferma l’estraneità della lingua italiana dalla vita dei << cafoni >> della Marsica: << A nessuno venga in mente che i fontamaresi parlino l’italiano.
Ma poiché lo scrittore sa di non avere altro mezzo per rivelare << la verità sui fatti di Fontamara >>, così egli cerca di sforzarsi di tradurre alla meglio nella lingua imparata quello che egli vuole che tutti sappiano. Egli aggiunge:

Tuttavia se la lingua è presa in prestito, la maniera di raccontare, a me sembra, è nostra. E’ un arte fontamarese. E’ quella stessa appresa da ragazzo, seduto sulla soglia di casa, o vicino al camino, nelle lunghe notti di veglia, o accanto al telaio, seguendo il ritmo del pedale, ascoltando le antiche storie. Non c’è alcuna differenza tra questa arte del raccontare, tra questa arte di mettere una parola dopo l’altra, una riga dopo l’altra, una frase dopo l’altra, una figura dopo l’altra, di spiegare una cosa per volta, senza allusioni, senza sottintesi, chiamando pane il pane e vino il vino, e l’antica arte di tessere, l’antica arte di mettere un filo dopo l’altro, un colore dopo l’altro, pulitamente, ordinatamente, insistentemente, chiaramente. Prima si vede il gambo della rosa, poi il calice della rosa, poi la corolla; ma fin dal principio, ognuno capisce che si tratta di una rosa. Per questo i nostri prodotti appaiono agli uomini della città cose ingenue, rozze. Ma abbiamo noi mai cercato di venderli in città? Abbiamo noi chiesto ai cittadini di raccontare i fatti loro a modo nostro ? non l’abbiamo mai chiesto.
Si lasci dunque ad ognuno il diritto di raccontare i fatti suoi a modo suo.
E’ chiaro che qui Silone non teorizza una sua arte dello scrivere, né afferma una poetica generale, ma, come s’è detto, imposta un problema tipicamente meridionale, quello dell’espressione di una società contadina vissuta fuori dal contesto della storia che si trova ora nella necessità di entrare nella storia, e quindi di ritrovare gli elementi di una coscienza civile, che non sia più quella imposta da colore che detengono, col potere, le chiavi della storia, ma il frutto di un comune rapporto. E non è certo senza significato che questa prefazione sia stata scritta a Davos, in Svizzera, nel 1930, quando i problemi linguistici affrontati non facevano ancora parte del dibattito della cultura letteraria italiana.
Essa prova, comunque, come Silone all’inizio stesso del suo lavoro di scrittore, sia tutt’altro che insensibile a questo problema, e ci sorprende, in ogni modo, che egli possa essere restato fuori dal dibattito linguistico successivamente al suo ritorno in Italia, tanto più che proprio su questo problema s’inserisce il tema fondamentale della narrativa siloniana, quello del mondo contadino meridionale che prende coscienza di se stesso e della propria funzione storica attraverso la protesta dei cafoni di Fontamara vilipesi e traditi, di cui lo scrittore si fa obbiettivamente ma appassionatamente l’interprete. La narrativa di Silone, da Fontamara a Vino e pane a Una manciata di more, sia pure con diverse prospettive di sviluppo di ogni singola vicenda, si richiama sempre a questa presa di coscienza che è l’acquisto della parola come scoperta della qualità umana in ogni singolo personaggio e del proprio simile, la scoperta di una società in cui l’uomo non può più fare a meno della parola e della protesta per esistere.
Lo stesso << laico evangelismo >> che pervaderebbe, secondo Cecchi la narrativa di Silone, risponde a questa esigenza che è insita nella stessa ispirazione dello scrittore.