PASCOLI L’IDEOLOGIA POLITICA

PASCOLI L’IDEOLOGIA POLITICA

–  Il socialismo pascoliano è umanitario e utopico,  aborre la lotta di classe propugnata dalle teorie marxiste e affida alla poesia la missione di diffondere l’amore e la fratellanza.

– Pascoli, come tanti altri giovani del suo ceto, trasformava in rabbia e in impulsi ribelli contro la società l’emarginazione di cui era vittima; egli sentiva soprattutto gravare su di sé il peso di un’ingiustizia immedicabile, dell’uccisione del padre, lo smembramento della famiglia, i lutti, la povertà: tutto ciò gli sembrava l’effetto di un meccanismo sociale perverso contro cui è necessario lottare.

– L’adesione al socialismo fu “più di cuore che di mente”; la sua militanza attiva nel movimento si scontrò presto con la repressione: arrestato rimase alcuni mesi in carcere; questa terribile esperienza lo portò ad abbandonare ogni forma di militanza attiva; ciò è da collegarsi ad una crisi generale della sinistra: Pascoli rifiutava il socialismo marxista che si fondava sul concetto di “lotta di classe” e sull’inconciliabilità d’interessi fra capitale e lavoro.

– Pascoli aveva una visione molto pessimistica: era convinto che la vita umana non è che dolore e sofferenza, per questo gli uomini devono cessare di farsi del male fra loro e amarsi e soccorrersi a vicenda; la sofferenza, tuttavia, purifica ed eleva in quanto rende le creature moralmente superiori.

– Tra le classi non vi devono essere odi e conflitti; ogni classe deve conservare la sua distinta fisionomia, la sua collocazione nella scala sociale, ma deve collaborare con le altre con spirito di solidarietà; il segreto dell’armonia sociale consiste nel fatto che ciascuno si contenti di ciò che ha.

– Il suo ideale di vita s’incarna nell’immagine del proprietario rurale, che coltiva la sua terra e guida con saggezza la sua famiglia.

– Fondamento dell’ideologia di Pascoli è la celebrazione del nucleo familiare, che si raccoglie entro la piccola proprietà; questo senso geloso della proprietà, del nido chiuso ed esclusivo, si allarga ad inglobare l’intera nazione: sono queste le radici del nazionalismo; egli sente con partecipazione il dramma dell’emigrazione: l’italiano che è costretto a lasciare la sua patria è come colui che è strappato dal suo nido; esistono nazioni ricche e potenti, “capitaliste”, e nazioni “proletarie”, povere, deboli ed oppresse (tra cui l’Italia): le nazioni povere hanno il diritto di cercare la soddisfazione dei loro bisogni, anche con la forza (in questo caso si tratta di guerra di difesa); celebra, quindi, la guerra di Libia come occasione di riscatto per l’Italia.

 IL PENSIERO

Pascoli ebbe una concezione dolorosa della vita, sulla quale influirono due fatti principali: la tragedia familiare e la crisi di fine ottocento.

La tragedia familiare colpì il poeta quando il 10 agosto del 1867 gli fu ucciso il padre. Alla morte del padre seguirono quella della madre, della sorella maggiore, Margherita, e dei fratelli Luigi e Giacomo. Questi lutti lasciarono nel suo animo un’impressione profonda e gli ispirarono il mito del “nido” familiare da ricostruire, del quale fanno parte i vivi e idealmente i morti, legati ai vivi dai fili di una misteriosa presenza. In una società sconvolta dalla violenza e in una condizione umana di dolore e di angoscia esistenziale, la casa è il rifugio nel quale i dolori e le ansie si placano.

L’altro elemento che influenzò il pensiero di Pascoli fu la crisi che si verificò verso la fine dell’Ottocento e travolse i suoi miti più celebrati, a cominciare dalla scienza liberatrice e dal mito del progresso. Pascoli, nonostante fosse un seguace delle dottrine positivistiche, non solo riconobbe l’impotenza della scienza nella risoluzione dei problemi umani e sociali, ma l’accusò anche di aver reso più infelice l’uomo, distruggendogli la fede in Dio e nell’immortalità dell’anima, che erano stati per secoli il suo conforto:

…tu sei fallita, o scienza: ed è bene: ma sii maledetta che hai rischiato di far fallire l’altra. La felicità tu non l’hai data e non la potevi dare: ebbene, se non hai distrutta, hai attenuata oscurata amareggiata quella che ci dava la fede…

Pertanto, perduta la fede nella forza liberatrice della scienza, Pascoli fa oggetto della sua meditazione proprio ciò che il Positivismo aveva rifiutato di indagare, il mondo che sta al di là della realtà fenomenica, il mondo dell’ignoto e dell’infinito, il problema dell’angoscia dell’uomo, del significato e del fine della vita.

Egli però conclude che tutto il mistero nell’universo è che gli uomini sono creature fragili ed effimere, soggette al dolore e alla morte, vittime di un destino oscuro ed imperscrutabile. Pertanto esorta gli uomini a bandire, nei loro rapporti, l’egoismo, la violenza, la guerra, ad unirsi e ad amarsi come fratelli nell’ambito della famiglia, della nazione e dell’umanità. Soltanto con la solidarietà e la comprensione reciproca gli uomini possono vincere il male e il destino di dolore che incombe su di essi.

La condizione umana è rappresentata simbolicamente dal Pascoli nella poesia I due fanciulli, in cui si parla di due fratellini, che, dopo essersi picchiati, messi a letto dalla madre, nel buio che li avvolge, simbolo del mistero, dimenticano l’odio che li aveva divisi e aizzati l’uno contro l’altro, e si abbracciano trovando l’uno nell’altro un senso di conforto e di protezione, cosicché la madre, quando torna nella stanza, li vede dormire l’uno accanto all’altro e rincalza il letto con un sorriso.

I DUE FANCIULLI

Questo componimento testimonia un aspetto importante del Pascoli poeta: la sua vocazione “narrativa”, che si esprime in testi che egli stesso definì «poemetti» e, in maniera più articolata e ambiziosa, nei Poemi conviviali. 
Sul piano formale merita attenzione l’uso della terzina dantesca: Pascoli nella sua produzione dà prova di una grande disponibilità a utilizzare tutte le forme metriche della tradizione, anche le forme più “chiuse” e più rigidamente strutturate, com’è il caso appunto della terzina. Ma all’interno di questa scelta egli introduce la sua novità, la sua specificità: in questo consiste il suo sperimentalismo, in questo egli è, secondo la felice definizione dei Contini, «un rivoluzionario nella tradizione». Si veda qui, ad esempio, come la solida struttura della terzina venga per così dire insidiata e frantumata dalla frequenza delle cesure (v. 1; 4; 39; 42, ecc.) e degli enjambements (vv. 1-2; 2-3; 7-8, ecc.) dovuti al fatto che l’andamento sintattico (logos) non coincide con la misura metrica (melos): si creano così misure metriche nuove, inedite, all’interno dell’endecasillabo.

Il componimento ci sembra di particolare interesse perché esprime con chiarezza, nella sua struttura narrativa di exemplum o di apologo, un caposaldo dell’ideologia pascoliana, cioè la sua aspirazione a un rapporto di pace e d’amore fra gli esseri umani, il suo vagheggiamento di un mondo fatto di fratelli (è significativo che il vocativo Uomini del v. 39 diventi alla strofe seguente fratelli; legati, l’uno e l’altro termine, dalla collocazione chiastica di pace). Alla base di questa conclusione – o meglio, di questa aspirazione – c’erano parecchie cose: la sua personale esperienza dei frutti della violenza, la paura del mondo contemporaneo con il progressivo accentuarsi della competitività, ecc.
Qui questa aspirazione alla fraternità e alla pace sociale nasce da una sorta di smarrimento cosmico: nulla sappiamo del destino dell’uomo (vv. 34-35: ombra… silenzi cupi), povera ed effimera cosa è, in una prospettiva di eternità, la sua vicenda (vv. 36-38). Siamo di fronte a un umanitarismo, a un solidarismo che prescinde dalle risposte che a questi problemi fornisce la religione. In una lettera a padre Semeria, cui dedicò questo componimento, Pascoli scrive: «Io penso molto all’oscuro problema che resta… oscuro. La fiaccola che lo rischiara è in mano della nostra sorella grande Morte! Oh! sarebbe pur dolce cosa il credere che di là fosse abitato! Ma io sento che le religioni, compresa la più pura di tutte, la cristiana, sono per così dire, Tolemaiche. Copernico, Galileo le hanno scosse».