PARAFRASI LA CAPRA

PARAFRASI LA CAPRA

Parafrasi La capra – Canzoniere – Casa e campagna
La poesia “La capra” è raccolta nel Canzoniere e più precisamente nella sezione “Casa e campagna”. Questa poesia è stata scritta dal poeta, partendo dal dolore delle sue vicende personali, per meditare sul destino di dolore che incombe su tutti gli esseri viventi, uomini e animali, condannati alla sofferenza. La poesia si apre con il verso “Ho parlato a una capra”, azione insolita, ma il poeta la rende naturalissima, come se fosse un’azione del tutto normale parlare con una capra. Nelle strofe successive Saba ci presenta la condizione di solitudine e di prigionia della capra, usando gli aggettivi: sola e legata. La coppa di parole usate dal poeta “legata, bagnata” manifesta la condizione della capra, ma è anche la condizione di disagio di tutti gli esseri viventi. Il belato della capra non è dovuto alla fame, visto che l’attributo “sazie d’erba” sembrerebbe indicate che almeno i bisogni materiali sono stati soddisfatti, ma l’essere sazia, mostra una condizione di noia e fastidi, ma non di soddisfazione. Il belare della capra, che da prima è imitato per scherzo dal poeta, poi è riconosciuto come fraterno, perchè in quel verso è percepita la voce del dolore universale di tutti gli esseri viventi, infatti il poeta per sottolineare l’universalità del lamento usa la coppia di parole “fraterno, eterno”. Con la strofa “In una capra dal viso semita”, il poeta osservando la barbetta che copre il muso della capra, gli richiama l’immagine di un volto ebraico, cui anche il poeta appartiene. Attraverso il simbolo della capra Saba scopre così quella condizione d’infelicità che colpisce, non solo tutti gli uomini, ma ogni creatura. In questa poesia Saba, tratta il tema dell’uguaglianza dell’uomo con le altre creature. Il poeta con questa poesia ha voluto esprimere in modo oggettivo la propria pessimistica concezione della vita. Partendo dalla consapevolezza dell’esistenza di un dolore universale che accomuna tutti gli esseri viventi, il pensiero di Saba è opposto a quello leopardiano, dove la natura è colpevolizzata, in Saba invece è esaltata.

Una pensosa tristezza domina in questa poesia che scopre nel fondo degli esseri , siano essi uomini o animali, motivi di eterna sofferenza, quella che rende tutti fratelli perché a tutti comune.Da ciò l’autore trae ragione di meditazione e di umanissima intesa in un senso cosmico del dolore . Il poeta ha parlato ad una capra incontrata prigioniera e belante nel prato. Quel lamento lo ha convinto che nella povera bestiola gemeva un dolore simile al suo e di cui egli ha inteso alla fine il messaggio, perché il dolore è universale ed ha una sua voce per tutti e per ciascuno.
La prima strofa ha un carattere descrittivo : la capra viene mostrata in una situazione che , pur non essendo disperata , è comunque di profondo disagio (è legata e bagnata dalla pioggia).
Nella seconda strofa si sviluppa la narrazione. Il poeta risponde per scherzo, poi sulla base di una motivazione profonda e riflessa :il belato della capra esprime un dolore universale, un ” mal di vivere” che è lo stesso per tutti gli esseri viventi. La risposta del poeta ,quindi, non ci pare più ridicola ma seria e rivelatrice di una sua condizione universale.
La terza strofa ha un carattere sentenziale e mette esplicitamente in rapporto i due termini “male e vita” arrivando a considerazioni tipiche del Leopardi ” a me la vita è male”.

Le tre strofe sono tra loro collegate tramite riprese variate : “belava / quell’uguale belato” tra la prima e la seconda ; “in una capra solitaria /in una capra dal viso semita” tra la seconda e la terza. Saba non imposta il discorso attraverso una similitudine ( il mio dolore è come quello di una capra) , bensì attraverso un immaginario dialogo.Alla base della poesia c’è una concezione dell’esistenza di tipo quasi religioso : uomini e animali partecipano di un’unica vita, quella universale , di un’unica realtà, quella divina, senonchè questa vita e questa realtà sono dominate dalla sofferenza, dal dolore.

METRO: versi liberi raggruppati in tre strofe di lunghezza diseguale.

In questa breve poesia Saba esprime in modo oggettivo, cioè senza erompere in lamenti e gridi suscitati da dolorose vicende private, la propria pessimistica concezione della vita, che ricorda sia il pessimismo cosmico leopardiano sia il montaliano “male di vivere”.
Lo spunto alla meditazione sul dolore e sul male è infatti offerto da una capra solitaria, colta in un momento di disagio (“sazia” sì, ma “legata” e “bagnata dalla pioggia”), alla quale il poeta si sente vicino perché accomunato ad essa, come a tutti gli altri esseri viventi, da un’identica ed eterna legge di dolore. Perciò la risposta del poeta (dapprima scherzosa) a “quell’uguale belato” non sembra più ridicola o buffa (come al primo verso), ma profondamente seria e partecipe.
Nella strofa finale, dopo il progressivo allargamento d’orizzonte dall’animale all’umano, la dimensione del dolore si estende all’universale. E l’anafora finale lega in modo indissolubile i due termini “male ” “vita”, con una considerazione che può dirsi ancor più pessimistica di quella espressa da Leopardi nel Canto notturno: “a me la vita è male” (v. 104).

Analizziamo ora, in dettaglio, la lirica.
v. 1 “Ho parlato a una capra”: inizio forzato ed insieme naturalissimo. In effetti parlare a una capra è un’azione a dir poco insolita; eppure la semplicità e l’immediatezza dell’enunciato fa sembrare il fatto del tutto ovvio. Per questo il lettore è, insieme, attratto e incuriosito, sorpreso e divertito.
v. 2 “uguale”: sempre uguale a se stesso, cioè uniforme e monotono.
v. 3 “fraterno”: simile, affine.
v. 4 “celia”: scherzo.
v. 5 “il dolore… non varia”: il dolore è uguale per tutte le creature (è indubbiamente l’affermazione centrale della poesia.
v. 6 “sentiva”: sentivo (come al v. 12).
v. 7 “viso semita”: il muso della capra, incorniciato dalla barbetta, ricorda al poeta i tratti tipici di un volto ebraico. La critica ritiene che qui Saba alluda alla condizione di sofferenza e persecuzione degli ebrei; ma il poeta ha negato questa allusione, sostenendo che si tratta di “un verso prevalentemente visivo… Un colpo di pollice impresso nella creta per modellare una figura”.
v. 8 “querelarsi”: lamentarsi.
v. 9 “ogni… vita”: la ripresa anaforica serve ad accomunare i termini “male” e “vita” (nel senso di “essere vivente”), sottolineando la sconsolata visione dell’esistenza espressa dal poeta.

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