PARADISO CANTO 3 ANALISI

PARADISO CANTO 3 ANALISI

 PARADISO CANTO 3 ANALISI


Nel canto dedicato al cielo della Luna, trionfano i personaggi femminili: Beatrice, cui il poeta tributa un omaggio; Piccarda Donati; Costanza d’Altavilla. Le anime sono qui raggruppate non sulla base di una virtù, ma di un’imperfezione, per cui la loro intenzione buona, ma non eroica si traduce in una luce tenue e sfumata, tanto che D. le scambia per immagini riflesse.

Il canto è costruito secondo una struttura circolare: si apre con Dante. che guarda Beatrice per parlarle, definendola “sole d’amore”; prosegue con l’episodio centrale di Piccarda, che risponde con due discorsi calibrati alle domande del poeta; si conclude con un’altra coppia (Piccarda-Costanza) e con D. che torna ad osservare Beatrice, stavolta “sole di verità”.

Il narratore anticipa il contenuto della visione, sostenendo di esserne rimasto commosso: questa prolessi crea un clima di attesa che si dissolve nelle immagini domestiche della riflessione ottica. La suggestione di queste immagini non sta solo nell’effetto semplice e raffinato che esse producono, ma anche nei temi che l’acqua e lo specchio mettono in evidenza: metamorfosi (accenno a Narciso, vv. 17-8), abbondanza di vita, purificazione sono elementi culturali e temi antropologici che entrano nel Paradiso proprio grazie a queste raffigurazioni.

L’incontro con Piccarda chiude la triade dei fratelli Donati, impostata da Purg. XXIV, dove Forese informava D. del trionfo tra i beati della sorella e profetizzava la morte violenta e la dannazione di Corso, capo dei guelfi Neri. Il poeta non la riconosce subito, come succede con Forese: nel Purgatorio per via della magrezza dei golosi, qui a causa del pallore delle anime. Piccarda, giovane suora clarissa forzata al matrimonio con Rossellino della Tosa dal fratello Corso, podestà di Bologna (1283-1293), si ammala e muore poco dopo il rapimento; secondo una leggenda, sarebbe rimasta vergine per la lebbra.

Piccarda, passata allo stato ultraterreno, ha acquisito la sapienza teologica, per cui spiega a D. che le anime beate aderiscono completamente alla volontà di Dio e che dunque quelle del cielo della Luna, ultime nella gerarchia del Paradiso, non hanno nessun rammarico per la loro posizione.

Quando il poeta vuole conoscere i dettagli della vicenda di Piccarda, lo spirito parla della propria storia, evitando con delicatezza e distacco ogni precisazione realistica: pone la sua vita sotto l’egida di santa Chiara (celebrata come fondatrice dell’ordine), ricorda i rapitori con un eufemismo e senza rancore e affida a un’ambigua allusione finale la descrizione della sua vita dopo il rapimento.

Nella terzina che chiude l’episodio, torna l’immagine dell’acqua dei vv. 10ss. In quest’occasione, però, le acque tranquille diventano cupe e gli oggetti pesanti che vi scendono si perdono alla vista: l’immagine crea un effetto di dissolvenza con cui l’incontro si conclude.

Costanza conta per il parallelismo fra la propria vicenda e quella di Piccarda. Madre di Federico II, dannato (Inf. X) e nonna di Manfredi (salvato rocambolescamente, Purg. III), è pervasa dalla stessa ansia di spiritualità di Piccarda.