PALOMAR di Italo Calvino

PALOMAR di Italo Calvino


Non è un romanzo storico, ma “filosofico”. Si presentano diverse situazioni che hanno come protagonista il signor Palomar, in vacanza, in città,oppure in silenziosa riflessione su vari fatti.
La storia non ha una trama “legata” da una successione di episodi, ma presenta capitoli “tematici”, ognuno dei quali, all’interno delle tre grandi divisioni esposte, ci presenta Palomar ad affrontare un particolare problema.
Alla fine del volume, prima dell’indice, l’autore pone una nota esplicativa, una specie di ricetta di cui si è servito per accostare i vari testi che risultano così allineati secondo uno schema di proporzioni. Essa ci spiega il senso dei numeri accostati ai capitoli e agli intertitoli nell’indice.

Le cifre 1, 2, 3, che numerano i titoli dell’indice, siano esse in prima, seconda o terza posizione, non hanno solo un valore ordinale ma corrispondono a tre aree tematiche, a tre tipi di esperienze e di interrogazione che, proporzionati in varia misura, sono presenti in ogni parte del libro.
Gli 1 corrispondono generalmente a un’esperienza visiva, che ha quasi sempre per oggetto forme della natura: il testo tende a configurarsi come una descrizione.
Nei 2 sono presenti elementi antropologici, culturali in senso lato, e l’esperienza coinvolge, oltre ai dati visivi, anche il linguaggio, i significati, i simboli. Il testo tende a svilupparsi in un racconto.
I 3 rendono conto di esperienze di tipo più speculativo, riguardanti il cosmo, il tempo, l’infinito, i rapporti tra l’io e il mondo, le dimensioni della mente. Dall’ambito della descrizione e del racconto si passa a quello della meditazione.
L’indice ripartisce queste proporzioni secondo un modello combinatorio estremamente regolare e compiuto. Tale ricetta risponde innanzitutto al piacere dell’autore per il gioco matematico. Che di fatto i testi riescano a seguire con giudizio queste regole di contenuto è tutto da dimostrare, basti pensare a come il testo indicizzato 1.1.1 (Lettura di un’onda), cioè quello che più di tutti dovrebbe essere strettamente limitato all’esperienza visiva, comporti invece già riflessioni estreme su questioni speculative come quella sul concetto d’infinita complessità della realtà.
I 27 testi sono divisi secondo una disposizione matematica di 3 elementi a 3 a 3.

Palomar  è il nome di una località dove si trova un importante osservatorio astronomico: in effetti in tutto il libro è presentato come l’OSSERVATORE del mondo, nella disperata ricerca di dargli un ordine e di capirlo con chiarezza.

VEDERE E CAPIRE LE COSE
Palomar è  l’uomo moderno, l’uomo della società di massa, sprofondato nella solitudine e ormai privo di qualunque certezza, verità, chiave di lettura: più si affanna a capire il mondo più si accorge che esso gli sfugge, è incomprensibile, come se fosse ormai “un meccanismo inceppato”. E’ un “uomo frenetico che vive in un mondo congestionato”, e proprio per questo vorrebbe tenere sotto controllo le sue sensazioni, per esempio limitarsi a ciò che vede, come se vedere il mondo fosse il modo più giusto per capirlo.
Ma le stesse sensazioni sono inaffidabili e la sua inquietudine lo porta talvolta a pensare che “sei qui ma potresti non esserci, in un mondo che potrebbe non esserci ma c’è”
PALOMAR E GLI ALTRI
Palomar non riesce mai a dire la cosa giusta al momento giusto, è sempre a disagio verso gli altri.
“Apre gli occhi: vie piene di gente che ha fretta e si fa largo a gomitate, senza guardarsi in faccia, tra le mura spigolose s scrostate”. La gente che lo circonda è tutta “a nervi tesi, preoccupata di ciò che ha  e ciò che non ha”, ma alla fine tra tutti loro è lui che si sente l’estraneo, l’escluso. E’ condannato perciò a vivere in uno stato di ansia e inquietudine che gli rende a volte impossibile non solo capire il suo prossimo ma anche comunicare con la moglie(in fondo, “nessuno può capire nessuno”) o esprimere ciò che veramente vuole quando va a fare la spesa: “Comincia a impelagarsi in un garbuglio di malintesi, vacillazioni, compromessi, atti mancati; le questioni più futili diventano angoscianti, le più gravi si appiattiscono, ogni cosa che lui dice o fa risulta maldestra, stonata, irresoluta”

Neanche la scienza, in cui tutti oggi credono, gli da’ certezza: “di ciò che sa diffida”, e persino quando cerca di osservare il cielo con una mappa delle stelle non riesce a raggiungere certezza sulle costellazioni, a riconoscerle. In altri episodi, quando per esempio sulla spiaggia emergono cumuli di spazzatura, è proprio con essa che Palomar si identifica, sentendosi “relitto tra i relitti, cadavere rotolato sulle spiagge-immondezzaio dei continenti-cimiteri”.
Nelle sue osservazioni del mondo Palomar spesso capovolge il punto di vista, o il risultato che credeva di raggiungere. Nel buio dello spazio lampeggia all’improvviso una piccola luce e lui non sa più se è una stella che emerge dagli abissi del cielo o la luce di un aereo che passa. Altre volte, mentre osserva gli uccelli nel cielo di Roma, “cerca di pensare com’è il mondo visto dai volatili”, per i quali la vera città è solo quella fatta di tetti e vista dall’alto, e conclude che “Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto”
ARMONIA E DISARMONIA
P. si rende conto che il mondo è caotico e che abbiamo perduto l’armonia. L’unica “via d’uscita dallo sgomento di vivere” gli sembra quella di aggrapparsi alle cose: “l’investire se stesso nelle cose, il riconoscersi nei segni, il trasformare il mondo in un insieme di simboli”: per questo gli sembra che anche il gorilla albino, visto allo zoo, si aggrappi al copertone d’auto da cui non si stacca mai come se fosse “un simbolo” che può assumere tutti i significati; e quando P. sbaglia a comprare una pantofola dapprima pensa che questo errore sia una “disgregazione” nell’ordine delle cose, poi però crede che potrebbe aver rimediato un errore precedente, pescando una pantofola spaiata in un mucchio dove l’errore era già stato commesso da un altro prima di lui”. Quindi: ciò che sembra disordine può riparare l’ordine e viceversa.
COME FINISCE? P. decide a un certo punto di non interagire più col mondo, di far finta di esser morto, per vedere come il mondo va avanti senza di lui, MA POI….

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