ORLANDO FURIOSO PROEMIO CANTO I 1-4

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ORLANDO FURIOSO PROEMIO CANTO I 1-4

Proemio

Nata pochi dì inanzi era una gara
tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo,
che entrambi avean per la bellezza rara
d’amoroso disio l’animo caldo.
Carlo, che non avea tal lite cara,
che gli rendea l’aiuto lor men saldo,
questa donzella, che la causa n’era,
tolse, e diè in mano al duca di Bavera;

PARAFARSI

Io racconto le donne, i cavalieri, le battaglie, gli amori, i gesti amorosi [‚cortesie‛] e le imprese eroiche che accaddero nel tempo in cui i saraceni d’Africa oltrepassarono il mare [Mediterraneo] e portarono devastazione [‚nocquer tanto‛] in Francia, seguendo l’ira e il furore giovanile del loro re Agramante, che si era vantato di vendicare la morte di Troiano, suo padre, uccidendo il re Carlo, sovrano del Sacro Romano Impero.


Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
che per amor venne in furore e matto,
d’uom che sì saggio era stimato prima;
se da colei che tal quasi m’ha fatto,
che ‘l poco ingegno ad or ad or mi lima,
me ne sarà però tanto concesso,
che mi basti a finir quanto ho promesso.

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PARAFRASI

Allo stesso tempo [‚in un medesmo tratto‛], rac-conterò a proposito di Orlando qualcosa che non è mai stato detto prima, né in prosa né in poesia [‚in versi‛]: che egli per amore diventò matto furioso, lui che prima era considerato un uomo tanto saggio. [Questo racconterò] se dalla donna che mi ha reso quasi pazzo come Orlando [‚che tal quasi mi ha fatto‛], e che giorno dopo giorno [‚ad or ad or‛] consuma la mia già limitata intelligenza, mi sarà concesso di conservare quel tanto di intelligenza necessaria a completare il racconto che ho promesso.


Piacciavi, generosa Erculea prole,
ornamento e splendor del secol nostro,
Ippolito, aggradir questo che vuole
e darvi sol può l’umil servo vostro.
Quel ch’io vi debbo, posso di parole
pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
né che poco io vi dia da imputar sono,
che quanto io posso dar, tutto vi dono.

PARAFRASI

O Ippolito [d’Este], generoso figlio di Ercole, vanto e splendore del nostro tempo, degnati di gradire [‚piac-ciavi< aggradir‛] questo dono, il solo che il vostro umile servo [cioè Ariosto stesso] vuole e può darti. Il mio debito nei tuoi confronti, posso pagarlo solo con le mie parole e con i miei scritti [‚opera d’inchiostro‛]; ma non mi si può accusare [‚imputar‛] di darti poco, visto che tutto ciò che posso darti io te lo dono.


Voi sentirete fra i più degni eroi,
che nominar con laude m’apparecchio,
ricordar quel Ruggier, che fu di voi
e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
L’alto valore e’ chiari gesti suoi
vi farò udir, se voi mi date orecchio,
e vostri alti pensieri cedino un poco,
sì che tra lor miei versi abbiano loco.

PARAFRASI

Tra i più nobili eroi che mi preparo [‚m’apparec-chio‛] a nominare ed esaltare [‚nominar con lau-de‛], sentirai ricordare quel Ruggiero che fu il progenitore [‚il ceppo vecchio‛] tuo e dei tuoi celebri antenati [‚avi‛]. Ti parlerò del suo grande coraggio e delle sue imprese [‚chiari gesti‛], se mi darai ascolto: i tuoi pensieri più importanti si facciano da parte, affinché i miei versi trovino spazio [‚loco‛] in mezzo a loro.

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