ORLANDO FURIOSO ARIOSTO

ORLANDO FURIOSO ARIOSTO

Giacono Pontara

L’ORLANDO FURIOSO

CANTO IX – L’ARCHIBUGIO

In uno dei suoi viaggi Orlando riesce ad attraversare un fiume grazie alla donzella Olimpia, che in cambio gli chiede di aiutarla. Ella gli racconta di aver promesso a suo padre di fidanzarsi con Bireno, ma quest’ultimo era andato in guerra; anche Arbante, figlio del re di Frisa, chiedeva la sua mano.  Il re di Frisa aveva sterminato la famiglia della fanciulla con l’archibugio ed ella, costretta a sposare Arbante, lo uccise nella prima notte di nozze e scappò in barca. Ma il re di Frisa, che aveva imprigionato Bireno, gli aveva intimato di far catturare la sua promessa, altrimenti lo avrebbe ucciso, pena la morte.

Così Olimpia parla a Orlando e gli chiede di aiutarla nel suo progetto: si consegnerà al re di Frisa per liberare l’amato Bireno, secondo le condizioni pattuite. Orlando le promette che  farà più del dovuto, salvando lei e il suo amato.

28 Oltre che sia robusto, e sì possente,
che pochi pari a nostra età ritruova,
e sì astuto in mal far, ch’altrui niente
la possanza, l’ardir, l’ingegno giova;
porta alcun’arme che l’antica gente
non vide mai, né fuor ch’a lui, la nuova:
un ferro bugio, lungo da dua braccia,
dentro a cui polve ed una palla caccia.

29 Col fuoco dietro ove la canna è chiusa,
tocca un spiraglio che si vede a pena;
a guisa che toccare il medico usa
dove è bisogno d’allacciar la vena:
onde vien con tal suon la palla esclusa,
che si può dir che tuona e che balena;
né men che soglia il fulmine ove passa,
ciò che tocca, arde, abatte, apre e fracassa.

Frattanto Orlando chiede al re di Frisa di sfidarlo in combattimento

70 Rotta la lancia, quella spada strinse,
quella che mai non fu menata in fallo;
e ad ogni colpo, o taglio o punta, estinse
quando uomo a piedi, e quando uomo a cavallo:
dove toccò, sempre in vermiglio tinse
l’azzurro, il verde, il bianco, il nero, il giallo.
Duolsi Cimosco che la canna e il fuoco
seco or non ha, quando v’avrian più loco.
[…]
74…Sta Cimosco alla posta, acciò non passi
senza pagargli il fio l’audace conte:
tosto ch’appare, allo spiraglio tocca
col fuoco il ferro, e quel subito scocca.

75 Dietro lampeggia a guisa di baleno,
dinanzi scoppia, e manda in aria il tuono.
Trieman le mura, e sotto i piè il terreno;
il ciel ribomba al paventoso suono.
L’ardente stral, che spezza e venir meno
fa ciò ch’incontra, e dà a nessun perdono,
sibila e stride; ma, come è il desire
di quel brutto assassin, non va a ferire.

76 O sia la fretta, o sia la troppa voglia
d’uccider quel baron, ch’errar lo faccia;
o sia che il cor, tremando come foglia,
faccia insieme tremare e mani e braccia;
o la bontà divina che non voglia
che ’l suo fedel campion sì tosto giaccia:
quel colpo al ventre del destrier si torse;
lo cacciò in terra, onde mai più non sorse.

77 Cade a terra il cavallo e il cavalliero:
la preme l’un, la tocca l’altro a pena;
che si leva sì destro e sì leggiero,
come cresciuto gli sia possa e lena.
Quale il libico Anteo sempre più fiero
surger solea da la percossa arena,
tal surger parve, e che la forza, quando
toccò il terren, si radoppiasse a Orlando.
[…]
80 e quel che non avea potuto prima
fare a cavallo, or farà essendo a piede.
Lo seguita sì ratto, ch’ogni stima
di chi nol vide, ogni credenza eccede.
Lo giunse in poca strada; ed alla cima
de l’elmo alza la spada, e sì lo fiede,
che gli parte la testa fin al collo,
e in terra il manda a dar l’ultimo crollo.

              […]
90 E COSÌ, POI CHE FUOR DE LA MAREA
NEL PIÙ PROFONDO MAR SI VIDE USCITO,
SÌ CHE SEGNO LONTAN NON SI VEDEA
DEL DESTRO PIÙ NÉ DEL SINISTRO LITO;
LO TOLSE, E DISSE: – ACCIÒ PIÙ NON ISTEA
MAI CAVALLIER PER TE D’ESSER ARDITO,
NÉ QUANTO IL BUONO VAL, MAI PIÙ SI VANTI
IL RIO PER TE VALER, QUI GIÙ RIMANTI.

91  MALADETTO, O ABOMINOSO ORDIGNO,
CHE FABRICATO NEL TARTAREO FONDO
FOSTI PER MAN DI BELZEBÙ MALIGNO
CHE RUINAR PER TE DISEGNÒ IL MONDO,
ALL’INFERNO, ONDE USCISTI, TI RASIGNO. –
COSÌ DICENDO, LO GITTÒ IN PROFONDO.
IL VENTO INTANTO LE GONFIATE VELE
SPINGE ALLA VIA DE L’ISOLA CRUDELE.

NOTE

XXVII -3 ‘l re di Frisa: Cimosco.

           3-4 la qual…distante: la Frisia (Olanda settentrionale), secondo le parole di Olimpia, dista dal suo regno             tanto quanto è largo il fiume Reno nel punto in cui sbocca il amre.

             7  per il più degni: per mezzo dei cittadini più autorevoli. VIII -2 che pochi…ritruova: che nel nostro                   tempo trova pochi uomini pari a lui.

              5 alcun’arme: un’arma.

              6 né…nuova: e neppure la gente vide, tranne che in mano a lui.

              7 un ferro bugio: un ferro bucato, è l’archibugio (che in realtà venne usato solo nel sec. XIV); da due                  braccia: circa due braccia.

XXIX -1 Col fuoco: con la miccia accesa.

             3-4 a guisa…vena: come il medico comprime la vena prima di allacciarla.

             5 esclusa: espulsa.

LXXV 7-8 come è…ferir: non colpisce quello che il perfido avrebbe voluto colpire.

LXXVII -2 l’un: il cavallo.

                 5 Anteo: gigante mitico che acquistava forza ogni volta che toccava la terra.

LXXVIII -2 disserra: vibra.

                  3 un richiuso loco: una polveriera.

LXXX – 3-4: Lo seguita…eccede: lo insegue con tale velocità che supera quanto può pensare (ogni stima) o credere chi non lo vide.

XC – 5-8 Acciò…valer: affinché nessun cavaliere cessi d’essere coraggioso per opera tua e l’ignavo non si vanti di valer quanto vale il coraggioso.

XCI -2 tartareo fondo: inferno.

          5 ti rasingo: ti restituisco.

COMMENTO

Oggetto centrale della narrazione è l’archibugio, una delle prime armi da fuoco. Ariosto definisce questa nuova arma come «un ferro bugio, lungo da due braccia, dentro a cui polve  et una palla caccia. Col fuoco dietro ove è chiusa, tocca un spiraglio che si vede appena…onde vien con tal suon la palla esclusa, che si può dir che tuona e balena». L’archibugio rappresenta anche il progresso della tecnologia che gradualmente soppianta le armi dell’epoca. Ma secondo Ariosto non si prova alcuna gloria nel vincere con tale arma: essa infatti è simile all’arco, usato dalla gente che ha a cuore la propria vita e rinuncia alla gloria in battaglia. Odisseo è l’esempio di eroe che non vuole mischiarsi nella zuffa e non vuole essere ricordato per le sue gesta in battaglia, come invece preferiscono Ettore e Achille, i quali sperano di cadere in battaglia più di ogni altro tipo di morte. Ariosto biasima il progresso bellico che porterebbe fuori dal mondo di dame e cavaglieri, all’età moderna.

Protagonista dell’episodio è Orlando, impegnato a offrire i suoi offici a Olimpia. Ancje in questo frangente Orlando non resta molto a riflettere, quando si tratta di aiutare una donzella in difficoltà. Egli però rappresenta anche la forza bruta tipica di un altro eroe della mitologia greca quale Eracle. Entrambi non studiano grandi un piani d’attacco, ma fanno affidamento quasi esclusivamente alla loro forza distruttrice.

CANTO XXXIV – Astolfo e gli Inferi

Astolfo viaggia in giro per il mondo fino ad arrivare in Etiopia, dove conosce il re del posto. Questi è molestato da creature infernali, come le arpie che gli rubano cibo e acqua. Astolfo insegue le arpie fino a giungere probabilmente alla sorgente del Nilo, presso la quale trova un un profondo baratro: l’ingresso agli Inferi. Incuriosito, vi entra e subito è avvolto da una fitta coltre di fumo. Da questa compare uno spirito  e Astolfo spiega che è sarà per volontà di Dio, se riuscirà a metter fine ai pericoli che escono da questo infelice antro: a Lui tutta la gloria attribuirà. Il prode però teme che questo fumo possa ucciderlo e scappa fuori dalla caverna; ne blocca e nasconde l’entrata in modo che sarà preclusa ai posteri. Quindi raggiunge la Luna e la visita, accompagnato da san Giovanni: sulla Luna si trova ciò che si perde per le proprie mancanze o a causa del tempo o della sorte. Fra gli oggetti andati perduti figura anche il senno di Orlando.

5 Astolfo si pensò d’entrarvi dentro,
e veder quei c’hanno perduto il giorno,
e penetrar la terra fin al centro,
e le bolge infernal cercare intorno.
– Di che debbo temer (dicea) s’io v’entro,
che mi posso aiutar sempre col corno?
Farò fuggir Plutone e Satanasso,
e ’l can trifauce leverò dal passo. –
[…]
7 Ma quando va più inanzi, più s’ingrossa
il fumo e la caligine, e gli pare
ch’andare inanzi più troppo non possa;
che sarà forza a dietro ritornare.
Ecco, non sa che sia, vede far mossa
da la volta di sopra, come fare
il cadavero appeso al vento suole,
che molti dì sia stato all’acqua e al sole.

8   Al fin con molto affanno e grave ambascia
esce de l’antro, e dietro il fumo lascia.
[…]
46 E perché del tornar la via sia tronca
a quelle bestie c’han sì ingorde l’epe,
raguna sassi, e molti arbori tronca,
che v’eran qual d’amomo e qual di pepe;
e come può, dinanzi alla spelonca
fabrica di sua man quasi una siepe:
e gli succede così ben quell’opra,
che più l’arpie non torneran di sopra.

ASTOLFO GIUNGE SULLA LUNA

60 Con accoglienza grata il cavalliero
fu dai santi alloggiato in una stanza;
fu provisto in un’altra al suo destriero
di buona biada, che gli fu a bastanza.
De’ frutti a lui del paradiso diero,
di tal sapor, ch’a suo giudicio, sanza
scusa non sono i duo primi parenti,
se per quei fur sì poco ubbidienti.

61 Poi ch’a natura il duca aventuroso
satisfece di quel che se le debbe,
come col cibo, così col riposo,
che tutti e tutti i commodi quivi ebbe;
lasciando già l’Aurora il vecchio sposo,
ch’ancor per lunga età mai non l’increbbe,
si vide incontra ne l’uscir del letto
il discipul da Dio tanto diletto;

62 che lo prese per mano, e seco scorse
di molte cose di silenzio degne:
e poi disse: – Figliuol, tu non sai forse
che in Francia accada, ancor che tu ne vegne.
Sappi che ’l vostro Orlando, perché torse
dal camin dritto le commesse insegne,
è punito da Dio, che più s’accende
contra chi egli ama più, quando s’offende.

63 Il vostro Orlando, a cui nascendo diede
somma possanza Dio con sommo ardire,
e fuor de l’uman uso gli concede
che ferro alcun non lo può mai ferire;
perché a difesa di sua santa fede
così voluto l’ha costituire,
come Sansone incontra a’ Filistei
costituì a difesa degli Ebrei:

64 renduto ha il vostro Orlando al suo Signore
di tanti benefici iniquo merto;
che quanto aver più lo dovea in favore,
n’è stato il fedel popul più deserto.
Sì accecato l’avea l’incesto amore
d’una pagana, ch’avea già sofferto
due volte e più venire empio e crudele,
per dar la morte al suo cugin fedele.

(…)

82 Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,
ch’egli già avea perduti, si converse;
che se non era interprete con lui,
non discernea le forme lor diverse.
Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non ferse;
io dico il senno: e n’era quivi un monte,
solo assai più che l’altre cose conte.

83 Era come un liquor suttile e molle,
atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
e si vedea raccolto in varie ampolle,
qual più, qual men capace, atte a quell’uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
signor d’Anglante era il gran senno infuso;
e fu da l’altre conosciuta, quando
avea scritto di fuor: Senno d’Orlando.

NOTE

VII -5 far mossa: muoversi, dondolare.

        8 che…sole: ridotto quasi allo scheletro per essere rimasto per torppo tempo esposto agli agenti atmosferici.

VIII -3 il duce: Astolfo.

XLVI -2 a quelle…epe: alle Arpie dal ventre tanto ingordo.

XLVIII – 3-4 che non…stima: che, con la vetta più alta, si pensa non essere tanto lontano dal cielo della luna.

LX -7 duo primi parenti: Adamo ed Eva.

LXII -6 le commesse insegne: le insegne di difensore della Chiesa.

LXIV – 3-4 che quanto…deserto: il popolo dei fedeli è stato abbandonato maggiormente da chi avrebbe dovuto difenderlo di più.

               5 incesto: impuro.

               6-7 avea già…venire: aveva già sopportato più volte il pensiero di diventare.

               8 cugin: Rinaldo.

LXXXIII -1 suttile e molle: leggero e sfuggente.

COMMENTO

In questo canto i punti cardine su cui verte la narrazione sono principalmente due: la chiusura dell’ingresso per gli Inferi e il viaggio sulla Luna.

Certo da quel fatidico momento non ci furono più mortali come Odisseo, Enea e altri che discesero nell’Oltretomba. Tuttavia permangono nella realtà dei luoghi allegorici che rappresentano gli Inferi: La ricerca del tempo perduto di Proust, l’ignoto del viaggio che si presenta in Moby Dick, i Lager nazisti anche raccontati da Levi in Se questo è un uomo, la guerra e la discesa nel proprio inconscio.

Sulla Luna invece Astolfo trova <<ciò che si perde o per nostro difetto o per colpa di tempo o di Fortuna: ciò che si perde qui, là si raguna…ciò che insomma qua giù perdesti mai, la su salendo ritrovar potrai.>>. Egli trovò anche ciò che gli apparteneva, ma che aveva perduto e san Giovanni gli concesse di prenderlo. Ma trova anche il senno di Orlando <<La più capace e piena ampolla, ov’era il senno che solea far savio il conte , Astolfo tolle; e non è sì leggiera,come stimò con l’altre essendo a monte.>>. Orlando infatti aveva perduto il suo senno per il suo innamoramento.

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