non recidere forbice quel volto

non recidere forbice quel volto

non recidere forbice quel volto figure retoriche analisi parafrasi e commento

di Eugenio Montale


Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.


Analisi testuale

Metro: due quartine, con tre endecasillabi e un settenario, in quarta sede nella prima, in terza nella seconda, secondo un tipico intreccio montaliano di simmetrie e asimmetrie. Rimano il primo e terzo verso della prima quartina; nessuna nella seconda al proprio interno; sennonché il secondo e il quarto sono in rima con quelli corrispondenti della prima, e tra 1 e 3 e 1 e 4, sempre nella seconda, c’è rima interna.
1. forbice: quella del potatore.
2. che…sfolla: che elimina la folla dei ricordi. Ma sfollare suggerisce anche un declassamento di essi a folla anonima, inconsistente, che si disperde; contro la quale si accampa quello d’amore.
3. in ascolto: il viso pare in attesa d’una parola che lo liberi dal pericolo di dissolvenza che minaccia anche lui come gli altri ricordi.
4. la…sempre: la nebbia, simile alla belletta del v. 8, è il dissolversi di atti, gesti, parole nella memoria, il dissiparsi nel tempo della vita, in un’immagine confusa.
5. il freddo che s’abbatte è il colpo della forbice, o meglio, della fronde che cade; e suggerisce il senso della morte della fronda e d’ogni vita. Svetta: toglie la vetta, la cima dell’acacia.
6. ferita: l’aggettivo produce un “corto circuito”: non è tanto dell’acacia quanto della memoria privata di quel ricordo.
8. prima belletta: il primo fango.


FONTE:https://liberacultura2013.wordpress.com/2013/05/28/non-recidere-forbice-quel-volto-analisi-parafrasi-e-commento-di-eugenio-montale-da-le-occasioni/


Breve commento

Il senso di questo mottetto (1937) appare “facile”; ma lo è, si vedrà, soltanto in apparenza. Si può parlare, in generale, della difficoltà già riscontrata in “Cigola la carrucola del pozzo”, di mantenersi fedele al ricordo, e cioè al passato dell’impossibilità, per la persona, di consistere in una storia unitaria, e dunque nella propria specifica individualità. Anche qui un ricordo cade, nonostante le preghiere del poeta: la forbice del potatore che priva della sua vetta l’acacia, taglia anche il ricordo d’un volto, getta nell’oblio, diventa figura del tempo come cammino di morte e declino. Ma un esame più attento coglie il testo come incrocio di significazioni, implicite e tuttavia evidenti nelle parole che non sono oggetti statici ma nuclei di energia poetica, per così dire: nodi di suggestioni e corrispondenze. In tal senso la struttura del mottetto è indicativa in modo esemplare della poetica montaliana. Si osservi in primo luogo come la composizione venga distinta in due parti: la prima contiene un’insorgenza lirico-patetica, un tentativo di uscire dalla “nebbia di sempre”; la seconda è descrizione apparentemente oggettiva di un’acacia potata, d’un guscio di cicala che precipita nel fango dell’autunno. I due discorsi sono profondamente connessi. La seconda quartina contiene il “correlativo” oggettivo dell’emozione espressa nella prima, e la scintilla poetica emerge da questo che Montale chiama “corto circuito”: il reagire delle due parti accostate che produce una sospensione della realtà in cui si consuma senza scopo la vita di tutti, e, insieme, la tensione verso un significato. A questo punto occorre ripercorrere il cammino modulato su precisi occasioni-immagini dal testo. E allora la forbice diventa figura del tempo e, insieme, sentimento del tempo come morte, il “grande viso in ascolto” è un atto d’amore e che ora è in attesa d’una parola che vanifichi la peggior morte: l’inautenticità della vita. Il freddo che cala è senso d’autunno e di sgomento, di crollo repentino della persona nell’inconsistenza della vita, nell’incapacità di fare del ricordo azione.


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