MOVIMENTO LETTERARIO DEL VERISMO

MOVIMENTO LETTERARIO DEL VERISMO

MOVIMENTO LETTERARIO DEL VERISMO


Soprattutto dopo la conclusione della questione romana, quando cioè nel 1870 anche il Lazio e Roma furono annessi allo Regno d’Italia (la capitale fu trasportata proprio in quell’anno da Firenze a Roma), il panorama letterario nazionale andò progressivamente allargandosi ai contributi europei e in maniera particolare in direzione della narrativa francese. Le posizioni di Giovanni Verga e di Luigi Capuana risultarono in questi anni, vale a dire nel trentennio compreso tra il 1860 e il 1890, estremamente significative di un certo clima culturale: un movimento di rinnovamento artistico e letterario che teorizzò il superamento della tradizione del primo Ottocento romantico verso forme e schemi moderni nella narrazione e nel rapporto con le arti, l’opera dei due narratori siciliani si definisce attraverso una graduale ma costante lettura dei modelli francesi (Zola, i Goncourt) e delle teorie del romanzo sperimentale che in Francia stava caratterizzando il dibattito letterario.

Nella definizione della poetica verista influirono pertanto numerose componenti: il concetto di narratore onniscente, moralisticamente al centro della vicenda (come era accaduto nei Promessi sposi) sparisce. Tanto il Verismo quanto la sua matrice di provenienza, il Naturalismo francese, furono in primo luogo fenomeni che produssero un rinnovamento tecnico dei meccanismi narrativi. In questo senso il rapporto con una stridente realtà sociale, fatta di contraddizioni, di scontri tra le classi e di degradazione economica costituirono per questi movimenti un importante punto di partenza: ancora di più che in Verga, nei romanzi di Zola la rappresentazione di un contesto sociale degradato e sottosviluppato faceva da contorno a tutta la vicenda. Ma in entrambi i casi, tanto nel Verismo italiano quanto nel Naturalismo francese, il narratore rifiutava il romanzo storico che era stato nell’Ottocento un veicolo retorico dietro il quale si nascondevano il pietismo e il filantropismo del ceto intellettuale. Questa situazione andava sfoltita, eliminata, indagando a fondo su una realtà che appariva subito dopo l’Unità come densa di contraddizioni stridenti.

 

Impersonalità e oggettività rappresentano il tentativo di costruire una nuova tecnica della rappresentazione narrativa. Il romanziere onniscente viene sostituito dalla realtà stessa: l’opera dovrà perdere, secondo la definizione verghiana, ogni “macchia del peccato d’origine”, cioè ogni rapporto con il processo della creazione (la presupposta neutralità dello scrittore non viene del tutto raggiunta, basti pensare al fatto che quando l’occhio descrittivo dell’autore viene puntato sulle critiche condizioni socio-economiche del mondo contadino e dei pescatori siciliani non può non percepirsi anche uno scopo di denuncia sociale all’opera d’arte).

Nel momento stesso della creazione artistica lo scrittore tende ad annientarsi all’interno del testo: l’opera, come Verga scrive nella prefazione a L’amante di Gramigna, sembrerà “essersi fatta da sé”, cioè apparire in modo automatico e naturale dalla penna dell’autore. Questo automatismo letterario costituisce un fatto tecnico nuovo nel panorama della narrativa italiana di questo periodo, abituata a uno stile e a una scrittura moralmente impegnata a definire certi obiettivi politici, oppure a sottolineare la validità dell’esperienza memorialistica e autobiografica, se non addirittura apologetica, del periodo risorgimentale. Invece lo stile verghiano delle novelle e dei romanzi mostra una volontà di chiarezza e di analisi della realtà presente e delle forti contraddizioni sociali che si mantenevano in Italia anche dopo l’unificazione. Il mondo dei poveri e dei vinti verghiani aveva tuttavia alcuni elementi in c omune con la precedente tradizione manzoniana: tra questi, la dolorosa rassegnazione davanti alla storia e al proprio destino, un pessimismo sociale cupo e ineluttabile.

Il Verismo, che si diffonde in Italia negli anni compresi fra il 1875 e il 1890, deriva direttamente dal Naturalismo, di cui costituisce una variante, ma è fedele alle indicazioni provenienti dalla Francia più nella teoria che nell’applicazione concreta. I postulati teorici del Verismo furono infatti

2

Naturalismo e Verismo – Marino Martignon

pressappoco gli stessi della scuola francese, di cui esso condivide l’ipotesi di una narrativa realistica, impersonale e scientifica che non lascia trapelare nessun intervento né giudizio da parte del narratore; di fatto, però, né il Capuana né il Verga seguirono alla lettera le teorie del Naturalismo.

Una differenza essenziale che intercorse fra Naturalismo e Verismo – dovuta alla diversa struttura della società italiana rispetto al resto d’Europa – fu rappresentata dai contesti. Il Naturalismo, coerentemente alle caratteristiche della società francese, si focalizzava di norma su ambienti metropolitani e classi – dal proletariato all’alta borghesia – legate alle grandi città e al loro sviluppo; il Verismo, invece, privilegiava la descrizione di ambienti regionali e municipali e di gente della campagna, quella cioè che al momento costituiva la fascia di gran lunga più ampia della popolazione italiana. La piccola provincia e la campagna, con la loro miseria, l’arretratezza, gli stenti e le ingiustizie sociali divennero i luoghi e i temi prediletti dal Verismo, e contribuirono in modo decisivo a svelare aspetti taciuti o addirittura sconosciuti della realtà sociale.

Un secondo elemento che distingue il Verismo dal Naturalismo è legato alla mancanza assoluta di fiducia che gli autori veristi mostrano in merito alla possibilità di un progresso per l’umanità (questa convinzione era espressa dal Positivismo e fatta propria da parte della produzione del Naturalismo.

Infine un’ulteriore distinzione tra Verismo e Naturalismo è legata alla convinzione, espressa da Zola, che lo scrittore debba essere anche “sperimentatore” che interviene e indaga in modo quanto più distaccato possibile la realtà che lo circonda. L’“impersonalità” dell’autore, sostenuta anche dal Verismo, non riesce a trasformare l’autore in uno scienziato vero e proprio. L’autore verista, infatti, mostra di partecipare al dolore che rappresenta, siamo lontani dalla oggettività, lontani da quel distacco che dovrebbe avere uno scienziato quando descrive le azioni o i comportamenti delle proprie “cavie”.