Montaigne Filosofare è imparare a morire

Montaigne Filosofare è imparare a morire

Cicerone dice che filosofare non è altro che prepararsi alla morte. Questo avviene perché lo studio e la contemplazione traggono in certa misurala nostra anima fuori di noi, e la occupano separatamente dal corpo, e questo è come un saggio e una sembianza di morte; oppure perché tutta la saggezza e i ragionamenti del mondo si riducono infine a questo, di insegnarci a non temere di morire. […]
La meta della nostra corsa è la morte, è questo l’oggetto necessario della nostra mira: se ci spaventa, come è possibile fare un passo avanti senza agitazione? Il rimedio del volgo è di non pensarci. Ma da quale bestiale stupidità gli può venire un così grossolano accecamento? […]
Ai nostri servi si mette paura solo nominando la morte, e i più si fanno il segno della croce come se si nominasse il diavolo. E poiché la si menziona nei testamenti, non vi aspettate che vi mettano mano, se prima il medico non ha dato l’ultima sentenza; e Dio sa allora, fra il dolore e lo spavento, con quale bel discernimento ve lo impasticciano
Poiché questa sillaba colpiva troppo duramente i loro orecchi, e questo suono sembrava loro di cattivo augurio, i Romani avevano imparato ad addolcirlo o a distenderlo in perifrasi. Invece di dire: è morto, essi dicono: ha cessato di vivere, ha vissuto. Purchè si tratti di vita, anche se è passata, essi si consolano. Noi abbiamo preso da loro il nostro: fu Tizio.
È forse che, come si dice, la dilazione è remissione. Nacqui fra le undici e mezzogiorno, l’ultimo giorno di febbraio 1533, come contiamo adesso, iniziando l’anno in gennaio. Sono appena quindici giorni che ho compiuto trentanove anni, me ne occorrono per lo meno altrettanti; preoccuparsi nel frattempo di pensare a una cosa tanto lontana sarebbe follia. Ma via! Giovani e vecchi lasciano la vita allo stesso modo. Nessuno ne esce altrimenti che se vi fosse appena entrato. Si aggiunga che non c’è uomo, per quanto decrepito, che finchè non abbia raggiunto l’età di Matusalemme, non pensi di avere ancora vent’anni in corpo.
Inoltre, povero pazzo che sei, chi ti ha fissato i termini della vita? Ti basi sulle parole dei medici. Guarda piuttosto i fatti e l’esperienza. Secondo il comune andamento delle cose, tu vivi già da un pezzo per favore straordinario. Hai oltrepassato i comuni limiti del vivere. È per convincerti che sia così, conta fra i tuoi conoscenti quanti di più ne siano mori prima di avere la tua età, rispetto a quelli che l’hanno raggiunta; e di quelli stessi che hanno nobilitato la loro vita con la fama, fà una lista, e io scommetto che ne troverò più che sono morti prima che non dopo i trentacinque anni. È oltremodo ragionevole e pio prendere esempio dall’umanità stessa di Gesù Cristo: ora, egli terminò la sua vita a trentatrè anni. Il più grande uomo, semplicemente uomo, Alessandro, morì anch’egli a questa età. […]
È incerto dove la morte ci attenda: attendiamola dovunque. La meditazione della morte è meditazione della libertà. Chi ha imparato a morire, ha disimparato a servire. Il saper morire ci affranca da ogni soggezione e costrizione. Non c’è nulla di male nella vita per chi ha ben compreso che la privazione della vita non è male. Paolo Emilio rispose a colui che quel misero re di Macedonia, suo prigioniero, gli inviava per pregarlo che non lo trascinasse dietro il suo trionfo:<Che ne faccia domanda a se stesso>.
In verità, in tutte le cose, se la natura non presta un po’ d’aiuto, è difficile che l’arte e l’abilità facciano passi avanti. Io sono per natura non melanconico, ma meditabondo. Non c’è nulla su cui mi sia sempre intrattenuto di più che sui pensieri della morte: anche nella stagione più dissoluta della mia vita, […]fra le donne e i giochi, qualcuno mi immaginava intento a digerire fra me e me qualche gelosia o l’incertezza di qualche speranza, mentre stavo pensando a non so chi, colto giorni prima da una febbre violenta, e alla sua morte, mentre usciva da una festa come quella, con la testa piena di frivolezza, d’amore e di divertimenti, come me, e che a me poteva accadere lo stesso.

de Montaigne, Saggi