METRICA PIOGGIA NEL PINETO

METRICA PIOGGIA NEL PINETO

analisi metrico strutturale della poesia Pioggia nel pineto


La poesia “La pioggia nel pineto” è stata tratta dalla raccolta poetica: Alcyone, che è stata scritta da Gabriele D’Annunzio (1863-1938), il quale è stato uno dei massimi autori della corrente artistica conosciuta come Decadentismo. Lui dopo essersi sposato con una duchessa, dalla quale avrà tre figli, scappa. Dopo questi fatti s’innamorerà di Eleonora Duse, un’attrice di teatro, loro vivranno circondati dal lusso e dai debiti. D’Annunzio, che si considerava un super uomo, compie il famoso volo su Vienna (1918), occupa la città di fiume e aderisce al fascismo ma Mussolini lo terrà lontano dalla vita politica attiva. Alla sua morte la sua regia, il Vittoriale, diventerà un museo della sua vita.
Questa poesia narra di un giorno di pioggia in una pineta dove D’Annunzio, insieme ad Ermione, ascolta la musica creata della pioggia. Inebriati da questa musica, i due a poco a poco diventano vegetali e si fondono con la natura che li circonda.
Il poeta per esprimere le sue sensazioni usa quattro strofe di trentadue versi l’una, usa rime senza seguire uno schema metrico definito, utilizza anche alcune figure retoriche, tra cui la similitudine e la personificazione, la più grande personificazione che usa è quando fa suonare gli alberi, il momento più intenso della poesia secondo me; per sottolineare alcuni momenti usa ejambement e molti punti.
I temi trattati nella poesia sono la pioggia, che continua ad aumentare, e la straformazione da uomini a vegetali. Questa poesia non contiene un vero e proprio messaggio ma è solamente la narrazione di un momento, di una sensazione, è una poesia superficiale.
La poesia mi è piaciuta perché D’Annunzio ti fa sembrare all’interno della situazione che sta narrando.

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SPIEGAZIONE: LA PIOGGIA NEL PINETO (G. D’Annunzio)

Il poeta dice alla donna immaginaria che l’accompagna di tacere, perché lui vuole immergersi nella natura e ascoltarne tutti i suoni.
Successivamente il poeta le dice di ascoltare il suono che la pioggia, caduta da un cielo con poche nuvole, produce sui pini ruvidi, sulle tamerici bruciate dal sole, sui mirti (considerati sacri dalla dea Venere), sui mazzetti di fiori dorati, sui ginepri pieni di bacche profumate; la pioggia non cade solo sulla natura, ma anche sui loro volti silvestri (al poeta sembra di star diventando della stessa natura degli alberi del bosco), sulle loro mani nude, sui loro vestiti leggeri, sui sentimenti che riaffiorano come nuovi e sulle illusioni della giovinezza che hanno illuso sia Ermione (la donna che l’accompagna) che D’Annunzio.
L’autore chiede alla donna se sta udendo la pioggia che cade sulla vegetazione, con un crepitio che si protrae e varia a seconda delle chiome degli alberi più rade o meno rade.Lui chiede di nuovo l’attenzione della donna per ascoltare che al pianto del cielo (la pioggia: qui D’Annunzio personifica la natura) risponde la cicala, che non si impaurisce né con la pioggia portata dai venti del sud, né con il cielo grigio cenere.
Mentre la pioggia cade, ogni albero produce un suono diverso, sembrando strumenti suonati da tante mani. Così, al poeta, sembra di essere talmente immersi nella vegetazione da diventare partecipi alla vita del bosco, quasi come fossero piante. Il volto della donna Ermione è gioioso, bagnato di pioggia come una foglia, e i suoi capelli profumano come le bacche delle ginestre menzionate da poco.
Continuando a chiederle di ascoltare, si ode il canto delle cicale che comincia a svanire, ma a esso si unisce il canto delle rane proveniente dalla parte più lontana e umida del bosco; anche esso svanisce, e si sente solo il rumore dell’acqua che cade sulla terra. Non si sente alcun rumore del mare, ma è chiaro lo scrosciare della pioggia che pulisce tutto. Mentre la cicala non canta, la rana si ode da lontano, e non si riesce a capire dove sia.
D’Annunzio, guardando Ermione, si accorge che la pioggia cade anche sulle sue ciglia, e sembra che lei pianga di piacere; lei sembra verdeggiante ed appare come una ninfa che esce dall’albero.
Il poeta pensa che la loro vita è fresca e profumata, il cuore è come una pesca, gli occhi bagnati dalla pioggia sono come sorgenti d’acqua nel prato, i denti sono come mandorle acerbe.
Loro vanno da cespuglio a cespuglio, un po’ stretti per mano e un po’ sciolti (i rami degli arbusti gli stringono le caviglie e gli impediscono di camminare), senza una meta precisa.
Intanto continua a piovere sui loro volti silvestri, sulle loro mani nude, sui loro vestiti leggeri, sui sentimenti nuovi e sulle illusioni della giovinezza che hanno provato i due protagonisti.

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• In quale luogo il poeta immagina di trovarsi?
Il poeta immagina di trovarsi in una pineta.

• La lirica inizia con un invito al silenzio: “Taci”. Il poeta a chi rivolge questo invito? Perché?
Alla donna immaginaria che l’accompagna, Ermione. Perché vuole ascoltare i suoni della natura e immedesimarsi con essa.

• Man mano che la pioggia aumenta d’intensità, quale meravigliosa sinfonia silvestre si diffonde nell’aria?
Il suono che la pioggia produce a seconda di dove cade.

• Al suono della pioggia fa eco il canto di due animali. Quali?
La cicala e la rana.

• Il poeta e la donna, immersi nella vegetazione, si sentono come trasformare, divenire parte integrante della natura.Come viene descritta la donna? Quali sensazioni prova? Le varie parti del corpo del poeta e della donna in quali aspetti della natura si trasformano?
La donna ha volto silvano ed ebro, le mani nude, veste con abiti leggeri; i suoi capelli profumano e le sue ciglia sono nere e bagnate dalla pioggia. La donna gioisce e par che pianga di piacere. Il cuore è come una pesca intatta, gli occhi sono come sorgenti d’acqua tra l’erba e i denti sono come mandorle acerbe.

• Che cos’è la “favola bella” che illude?
La vita con i suoi sogni d’amore e le sue speranze.

• Perché il poeta in questa lirica canta la natura?
Per immergersi in essa e diventarne parte viva.

• Considera la terza strofa: quali sono le parole che, con il loro suono, riproducono l’aumentare d’intensità della pioggia?
“Si fa sotto il pianto che cresce me un canto si mesce più roco/ Più sordo e più fioco s’allenta, si spegne. Solo una nota ancora trema, si spegne, risorge, trema, si spegne. Or s’ode su tutta la fronda crosciare.”

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La pioggia nel pineto Parafrasi

Taci. Entrando nel bosco non odo più suoni umani, ma odo parole insolite pronunciate dalle gocce che cadono in lontananza.

Ascolta. Piove dalle nuvole sparse. Piove sulle tamerici impregnate di salsedine ed arse dal sole, sui pini dalle scorze ruvide e dalle foglie aghiformi, sui mirti sacri a Venere, sulle ginestre dai gialli fiori raccolti e sui ginepri che sono pieni di bacche profumatissime. Piove sui nostri volti divenuti tutt’uno con il bosco piove sulle nostre mani nude, sul nostro corpo, sui nuovi pensieri sbocciati dall’anima rinnovata, sull’illusoria favola dell’amore che ieri t’illuse, che oggi m’illude, o Ermione.

Odi? La pioggia che cade sul fogliame della pineta deserta producendo un crepitio che dura e varia secondo quanto è folto il fogliame. Ascolta. Alla pioggia risponde il canto delle cicale che non è fermato né dalla pioggia né dal colore scuro del cielo. E il pino ha un suono, e il mirto altro suono, e il ginepro altro ancora, e le gocce di pioggia sono come miriadi di dita che fanno suonare diversamente queste piante. Noi siamo nel più intimo della foresta, non più esseri umani ma vivi d’una vita vegetale. E il tuo volto bagnato ed inebriato dalla gioia e le tue chiome profumano come le ginestre, o creatura originata dalla terra che hai nome Ermione.

Ascolta, ascolta. Il canto delle cicale che stanno nell’aria va diminuendo sotto la pioggia che aumenta. Ma in crescendo si mescola un canto più rauco, che sale dall’ombra scura dello stagno in lontananza. Solo una nota ancor trema, si spegne, risorge, trema, si spegne. Non arriva il suono delle onde sulla spiaggia. Non si sente sulle fronde degli alberi scrosciare la pioggia d’argento che purifica, lo scroscio che varia secondo i rami più folti, meno folti.
Ascolta.
La cicala è muta, ma la figlia del lontano fango, la rana, canta nell’ombra più profonda, chissà dove, chissà dove. E piove sulle tue ciglia, o Ermione.

Piove sulle tue ciglia nere, che sembra tu pianga di piacere, non bianca ma quasi verde, sembri uscita dalla corteccia di un albero. E tutta la vita è in noi fresca e odorosa, il cuore nel petto è come una pesca non ancora toccata, gli occhi tra le palpebre sono come fonti d’acqua in mezzo all’erba; i denti nelle gengive sembrano mandorle acerbe. E andiamo di cespuglio in cespuglio, ora tenendoci per mano ora separati (la ruvida e forte stretta delle erbe aggrovigliate ci blocca le ginocchia) chissà dove, chissà dove!
Piove sui nostri volti divenuti tutt’uno con il bosco piove sulle nostre mani nude, sul nostro corpo, sui nuovi pensieri sbocciati dall’anima rinnovata, sull’illusoria favola dell’amore che ieri mi illuse, che oggi ti illude, o Ermione.

Analisi Guidata

1. A chi si rivolge il poeta con la richiesta Taci all’inizio della poesia?
Alla donna immaginaria che l’accompagna, Ermione, perché vuole ascoltare i suoni della natura e immedesimarsi con essa.
2. Quali sono le parole più nuove di cui si parla al verso cinque?
Quelle parole nuove sono l’inizio del messaggio della natura portato dalla pioggia.
3. La pioggia è paragonata al canto (vv. 41, 43, 69, 98). Di che tipo di pianto si tratta?
Il pianto nominato da D’Annunzio è un pianto di piacere per la metamorfosi che sta avvenendo.
4. Perché la cicala è detta figlia dell’aria?
La cicala è chiamata così perché vive sui rami più alti degli alberi.
5. Che cosa è accaduto ad Ermione per cui si dice di lei, ai versi 100 e 101, che è quasi fatta virente e che sembra uscire da una corteccia?
In Ermione sta avvenendo la metamorfosi che da spettatori della natura trasforma lei e il poeta tutt’uno con essa.
9. Qual è la figura etimologica che compare nella prima strofa?
La figura etimologica nella prima strofa è “parole che parlano”.
12. Perché si può parlare di questa poesia come del racconto di una metamorfosi?
Perché il poeta ed Ermione iniziano il loro viaggio nel bosco ascoltando la natura e lo terminano dopo averlo appreso pienamente, diventando tutt’uno con essa.
14. Perché si può affermare che la poesia compie un itinerario perfettamente circolare? Verifica la correttezza delle risposte nella presentazione del testo.
All’inizio del componimento Ermione e il poeta si trovano alle soglie del bosco, mentre iniziano ad ascoltare le parole nuove (vv. 5), alla fine della prima strofa la pioggia inizia a renderli parte della natura, il primo annuncio si trova nei versi 20 e 21, con la metafora volti silvani, in altre parole volti che appartengono al bosco. Verso la metà della seconda strofa c’è un altro passo di questa metamorfosi, dal verso 50 fino al 61, dove D’Annunzio e la sua compagna vivono della stessa vita degli alberi (d’arborea vita viventi verso 55), il volto ed i capelli d’Ermione sono divenuti come una foglia e come le chiare ginestre (vv. 58 e 61). Nella presentazione di questa strofa il poeta usa la congiunzione e sia per rivolgersi agli alberi (verso 46) che per rivolgersi a lui ed ad Ermione (verso 52), in questo modo egli mette le due persone allo stesso piano degli alberi. Nell’ultima strofa infine si compie la metamorfosi vera e propria, sottolineata dalle continue similitudini con la natura (vv. 102 – 109). Si può affermare che la poesia compia un itinerario circolare perché alla fine dell’ultima strofa sono ripetuti gli ultimi versi della prima.
15. Come hai potuto notare in questa poesia, la natura, per D’Annunzio, riesce a rappresentare quei sentimenti e quei segreti che sono propri anche dell’uomo. Sei d’accordo con questa definizione? Motiva la tua risposta con un breve testo.
Io sono d’accordo, i segreti propri all’uomo sono propri anche della natura soprattutto nel verso 74, dove si parla di quell’umida ombra remota, e nel verso 94 con quel chi sa dove, chi sa dove; l’umida ombra remota rappresenta i segreti della natura e dell’uomo nascosti (segreti, appunto) chissà dove in se stessi.

Ritmo e metrica
Questa poesia è composta di quattro strofe lunghe ognuna di 32 versi, per un totale di 128 versi di lunghezza variabile (senari, novenari e settenari). Il ritmo però non rispetta l’ordine dei versi, uno sì e uno no ci sono degli enjambements. Le rime della poesia sono irregolari, ce ne sono una o due per ogni strofa, in fin di verso oppure interne.

Commento
Leggendo questa poesia si viene immersi in questo pineto versiliano dove tutto è illuminato da una luce verdolina; q uì il poeta ed Ermione immergendosi nella natura, ascoltandone ogni suono fino a che non avviene la metamorfosi, ritrovano loro stessi e tutta la vita è in noi fresca aulente , la loro anima si rigenera e genera pensieri nuovi, quasi fossero fiori che si schiudono.

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La pioggia nel pineto
Il poeta immagina di trovarsi, in una giornata d’estate, con la sua donna amata, alla quale dà il nome classico di Ermione, nella pineta di Versilia battuta dalla pioggia.
La lirica rappresenta le sensazioni prodotte dalla pioggia che cade, sempre più intensamente, sulla pineta in cui si sono addentrati l’uomo e la donna. La natura sembra risvegliarsi e rispondere al contatto della pioggia quasi con un discorso musicale, come una serie di strumenti dal suono diverso. In mezzo a questi suoni e sotto l’intensificazione della pioggia, l’uomo e la donna, purificati dall’acqua piovana che ne bagna le vesti, sembrano immergersi progressivamente nella natura, divenendo parte di essa.


Forma metrica:

uscivano, nel 1902, i primi tre libri delle Laudi del Cielo, del Mare e della Terra. A uno di questi tre libri, l’Alcyone, appartiene questa lirica.
Si tratta di 128 versi liberi, suddivisi in quattro strofe di 32 versi di varia misura, senza alcuna regolarità versi di tre, sei, sette e nove sillabe, con frequenti rime baciate e altre interne al verso. Esse, insieme a frequenti onomatopee e assonanze, sottolineano i toni e l’armonia del cadere della pioggia. L’ultimo verso di ogni strofa è costituito dal nome della donna a cui il poeta si rivolge: Ermione.
Alcione è il nome della figlia di Eolo, il re dei venti, suicidatosi per il dolore della morte del marito. Gli dei la trasformarono nell’uccello dello stesso nome. Alcione è anche la stella più luminosa della costellazione delle Peleiadi, le cui stelle principali sono nove.
Livello tematico: il poeta parla alla donna che è con lui, e la invita a tacere, per ascoltare insieme la voce del bosco. Sul limitare della pineta (“su le soglie del bosco”) il poeta non intende più il linguaggio umano di Ermione, teso com’e’ ad ascoltare quello più nuovo della pioggia sul pineto (“non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove”).
Il linguaggio della natura, fatto di suoni che la pioggia produce cadendo sulle foglie del bosco, sussurra (“parlano”) in lontananza.
All’invito al silenzio segue ora l’invito all’ascolto (“ascolta”). Piove sulle tamerici, arbusti ornamentali con foglie squamiformi e fiori rosei sempreverdi che crescono in terreni fertili e ben drenati nei climi marittimi; sono dette “salmastre” perché vivono benissimo nell’immediata vicinanza del mare e sono quindi inaridite dalla salsedine, mentre “arse” perché bruciate dal sole. Piove sui pini dalla scorza ruvida (“scagliosi”) e dalle foglie aghiformi (“irti”). Piove sui mirti, arbusti sempreverdi, nell’antica Grecia sacro a Venere (“mirti divini”), sui fiori gialli delle ginestre, a grappoli (“accolti”), che brillano sotto la pioggia che cade e li ravviva (“fulgenti”), sui ginepri, piante sempreverdi con bacche (“coccole”) assai profumate (“aulenti”), piove sui volti delle due persone, detti “volti silvani” perché il poeta comincia a immedesimarsi e a confondere se stesso e la donna con la natura: i volti dunque sono già “silvani”, quasi ritengono natura di albero. È imminente l’inizio di una metamorfosi.
Piove sulle loro mani nude, sui loro abiti leggeri, sull’anima che, come rinnovata dalla pioggia, si apre (“schiude”) a nuovi e più sereni pensieri (“freschi pensieri”), sulla favola della vita e dell’amore che prima aveva illuso la donna e ora illude anche il poeta.
Ermione è il nome della donna, che è lo stesso della figlia della greca Elena. La seconda strofa inizia con una domanda: sembra quasi che il poeta voglia accertarsi che la donna viva, proprio come la vive lui, la misura della pioggia.
La pioggia cade sulla macchia lontana dalla presenza di uomini (“solitaria verdura”) con un suono (“crepitio”) che muta per durata di tempo (“dura”) e per timbro (“varia”) a seconda che la pioggia cada su una vegetazione rada o fitta.
A ogni rinnovata attenzione corrisponde una nuova percezione sonora: questo è il canto delle cicale, che si leva deciso, non si impaurisce del vento australe che porta la pioggia né del grigiore del cielo. Sotto le gocce di pioggia, gli alberi danno suoni diversi, come strumenti suonati da molte mani.
La musicale armonia così percepita opera una tanto profonda magia sul poeta, che gli fa dimenticare la sua vita sensitiva e lo immerge in quella silvestre; ormai il poeta e la sua donna sono fusi con il bosco e vivono la stessa vita degli alberi (“arborea vita”).
Il volto della donna è come ubriaco, estasiato per questa felicità nuova (“il tuo volto ebro”), bagnato come una foglia (“molle di pioggia come una foglia”). Continuano i paragoni arborei: la chioma della figlia della terra (“o creatura terrestre”) è profumata come le ginestre (“le tue chiome auliscono”). È tutto un succedersi di temi musicali: il tema delle cicale che vivono nell’aria (“aeree”) a poco a poco si fa più basso (“sordo”), soverchiato da quello della pioggia che diventa più forte (“si fa sotto il pianto che cresce”). Ma anche a questo si sovrappone e si mescola il nuovo tema: il canto della rana che è più roco perché proviene dal basso (“che di laggiù sale”), da un’ombra profonda, dalla terra bagnata (“dall’umida ombra remota”).
Più forte, più tenue, poi cede, tace (“più sordo e più fioco s’allenta, si spegne”); ma per poco: ritenta ancora di salire, poi muore definitivamente (“ancor trema, si spegne, risorge, trema, si spegne”). È un continuo alternare di onde sonore che si intersecano a formare la melodia. Riprende il motivo della pioggia e si sente la pioggia luminosa che purifica (“l’argentea pioggia che monda”) cadere con violenza, ancora lo scroscio, variato dalla maggiore o minore densità di vegetazione.
La cicala ormai non canta più; ma la rana, figlia del fango (“limo”) canta nell’ombra profonda così nascosta che non si sa bene dove sia. E piove sulle ciglia di Ermione così che sembra che piange di gioia. La metamorfosi è ormai completa: la donna è vista sotto una luce colore delle fronde (“vivente”) come uscisse da una scorza e sembra uscire da un tronco come una ninfa. La vita è sentita come un singolare fresco piacere, emanante un profumo di fiori (“aulente”). Poi seguono specificazioni ancora più particolari della prodigiosa metamorfosi: il cuore è paragonato alla pesca (“il cuor nel petto è come una pesca intatta”), come vene d’acqua sorgiva (“polle”) sono i suoi occhi, come mandorle acerbe sono i denti nelle cavità ossee (“alveoli”) che li contengono.
Così i due vanno senza meta di macchia in macchia e le verdi e vigorose piante selvatiche (“e il verde vigor rude”) legano le loro caviglie (“malleoli”) e attorcigliano le ginocchia.
I due sembrano confondere le loro estremità con gli arbusti, come se stessero anch’esse mettendo radici nella terra.
Riprende il motivo della pioggia a ridare la misura del piacere fisico. La ripetizione (“volti silvani”, “mani ignude”, “vestimenti leggieri”) riassume le sensazioni provate prima, le quali tutte insieme hanno offerto attraverso i freschi pensieri il dono di vivere la favola bella.

I nuclei tematici

Il poeta e la donna amata si trovano in una pineta della Versilia sotto la pioggia estiva e, vagando senza meta, si immedesimano nella natura e nelle sue voci. Nella lirica si intrecciano i temi della metamorfosi, dell’amore, della funzione musicale ed evocatrice della parola poetica.
Le voci misteriose della natura. Il poeta invita Ermione a tacere e ad ascoltare la musica della pioggia. Egli è attento a cogliere le sfumature più diverse e le varie modulazioni che le gocce di pioggia producono sulle piante del bosco. A questo concerto della pioggia partecipano anche le cicale con il loro canto e le rane, il cui verso sordo e roco si spegne nell’ombra di un luogo lontano e indeterminato (il chi sa dove, chi sa dove vuole creare un’impressione di lontananza favolosa).
La metamorfosi. La sinfonia dei suoni conduce gradualmente l’uomo e la donna in una dimensione di sogno, entro la quale awengono i riti metamorfici. Dapprima si confondono con il bosco (piove su i nostri vòlti silvan,), poi Ermione è paragonata agli elementi della natura (il volto come una foglia, le chiome come le ginestre), diventa quasi una ninfa del bosco (virente), infine si fondono entrambi con gli elementi della natura, sentendosi parte viva e integrante di essa: il cuore è come una pèsca, gli occhi sono come sorgenti, i denti sono mandorle acerbe. La lirica si chiude con la ripresa del tema della pioggia, quasi a prolungare quello stato di estasi cui sono pervenuti il poeta e la sua compagna.
Il panismo. La metamorfosi è uno dei temi di Alcyone e viene definita panismo (da Pan, dio greco della natura, una sorta di satiro certi barba, corna e zampe di capro), cioè identificazione dell’uomo con la vita vegetale. Il panismo dannunziano tende ad umanizzare la
natura, a coglierne il richiamo attraverso gli organi di senso; in essa l’individuo si espande gioiosamente con una identificazione prima fisica e poi spirituale.

L’amore. li poeta non esprime sentimenti profondi, l’amore è sentito come un’illusione e la vita appare fuggevole. La “favola bella” illuse e continua ad illudere i due protagonisti, il loro “ieri” ed il loro “oggi” sono distinti anche se identici (t’illuse…, m’illude, m’illuse… t’illude), l’or congiunti or disciolti indica che tra loro si alterna l’unione all’estraneità dei sentimenti.


Le caratteristiche dello stile

La parola evocativa. Il lessico è semplice ma costellato qua e là di termini ricercati (tamerici, mirti) e di registro alto, per l’uso particolare degli aggettivi (salmastre ed arse, scagliosi e irti, divini, fulgenti di fiori accoIt folti di coccole aulenti, solitaria verdura). li linguaggio poetico traduce in parola i suoni della natura, la parola è la formula magica che rivela l’essenza della realtà.
La parola è usata più per la sua musicalità che per il significatò referenziale e la corrispondenza parola-natura è realizzata in un accordo di suoni, di rime interne (mane, lontane; canto, pianto; dita, vita), di assonanze (parole… nuove; illuse… illude), consonanze (secondo… fronde), allitterazioni (piove…, pini… ginestre… ginepri) e termini onomatopeici (salmastre ed arse, fulgenti, coccole, crepitìo, croscio), che privilegiano il suono sul senso.
Le simmetrie sintattiche. Ogni strofa comprende più periodi e la sintassi, con proposizioni coordinate brevi, è spezzata dagli enjambements, che contemporaneamente dilatano il verso. La struttura è basata sulla enumerazione, ad esempio la ripetizione della parola-chiave piove costruisce una simmetria sintattica, esprime fonicamente il ritmo uguale della pioggia e si arricchisce di immagini nuove, che comunicano la partecipazione alla vita della natura.
Piove…, su elementi naturali (tamerici, pini, mirti, ginestre, ginepri);
piove…, su elementi umani (i nostri volti siivani, le nostre mani, i nostri vestimenti);
piove…, su elementi sentimentali (i freschi pensieri, la favola bella).

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