METRICA DOVE LA LUCE di UNGARETTI

METRICA DOVE LA LUCE di UNGARETTI

METRICA DOVE LA LUCE di UNGARETTI


DOVE LA LUCE

È una lirica d’amore: l’invito ad un incontro mattutino, in un prato fiorito, diventa un’esperienza di armonia, di luminosità, d’incanto. Il miraggio di un luogo dove gli esseri umani possano sentirsi «innocenti» e liberi, dove anche la velata apparizione della morte è segno di un tempo che ha durata infinita. 

 

SENTIMENTO DEL TEMPO

Pubblicata nel 1933 raccoglie le poesie scritte negli anni ’20. I temi centrali sono il paesaggio romano e laziale, che si sostituisce a quello del deserto egiziano e del Carso; il mutare delle stagioni; il cammino della Storia. Il paesaggio è pieno di luce, di acque, di verde, lussureggiante. Ed è anche carico di memoria storica. In particolare Roma si presenta al poeta come città di tradizione millenaria, testimone di una Storia lunga e complessa, caratterizzata soprattutto dall’architettura dei secoli XVII e XVIII, quella barocca, ricca, mossa, complessa. Per Ungaretti significa scoprire la memoria della Storia che unisce lo stesso luogo nei secoli (da qui il titolo della raccolta) e nuove forme urbane, lontane dall’essenzialità del deserto o del Carso. Il problema che si pone al poeta è di riuscire a mantenere «innocente» la parola, calandola nel tempo e nella memoria storica. Egli approda ad una nuova stagione poetica: recupera i versi tradizionali (la “storia” della poesia), li organizza in una sintassi molto complessa, ripristina la punteggiatura. La parola non è più isolata, ma inserita, quindi, in un discorso, anche se è sempre molto in rilievo. Il lessico si fa più alto, e attinge spesso all’uso della tradizione letteraria. Le analogie diventano più complicate, spesso di difficile comprensione. 

METRO: quattro strofe (disposte a chiasmo) di endecasillabi e settenari, liberamente disposti

Come allodola ondosa

nel vento lieto sui giovani prati,

le braccia ti sanno leggera, vieni.

Ci scorderemo di quaggiù,

e del male e del cielo,

e del mio sangue rapido alla guerra,

di passi d’ ombre memori

entro rossori di mattine nuove.

Dove non muove foglia più la luce,

sogni e crucci passati ad altre rive, dov’è posata sera,

vieni ti porterò

alle colline d’ oro.

L’ora costante, liberi d’ età,

nel suo perduto nimbo

sarà nostro lenzuolo.

(G. Ungaretti, Vita di un uomo. Tutte Ie poesie, Mondadori, Milano, 1969)

note:

  • allodola ondosa: l’immagine esprime la leggerezza del volo dell’allodola, un piccolo uccello che si alza in volo da terra e non si posa mai sugli alberi
  • quaggiù: la terra. La parola evoca, per assenza e per opposizione, un lassù, che, però, rimane vago e debole
  • e del male e del cielo: del male e del bene. L’io e il tu lirici si lasciano alle spalle uno dei nodi problematici dell’essere umano. Nota come la parola male venga per prima legandosi, così, al quaggiù del verso precedente. La scelta di cielo, invece che bene, aumenta lo scarto rispetto all’espressione prosastica e d’uso corrente «il bene e il male»
  • e del mio…guerra: e della mia natura pronta, disposta al tormento. Il termine guerra ha significato metaforico
  • memori: la parola crea ambiguità: può riferirsi tanto ad ombre quanto a passi (mai però a un implicito «noi», visto che l’intero verso è retto da Ci scorderemo). L’aggettivo è tipicamente ungarettiano e si collega al motivo della memoria come ossessiva «non innocenza», come peso della storia. Le ombre evocano, col loro passo spettrale, dei fantasmi: sono quelli della consapevolezza e della memoria che, ogni giorno, interrompono lo stato di pura felicità e innocenza che, per Ungaretti, ogni aurora regala all’essere umano. L’io e il tu lirici, quindi, dimenticheranno tali fantasmi per vivere uno stato di innocenza non turbata
  • entro…nuove: il verso si chiarisce insieme con quello precedente. Le mattine saranno nuove nel senso che il loro incanto non verrà turbato
  • Dove…luce: ordina: dove la luce non muove più foglia. Il verso richiama il titolo e pone in evidenza, in posizione finale, la parola-chiave della lirica (oltre che di molta poesia di Ungaretti): luce. È una luce pura, immobile, contrapposta al movimento delle foglie. L’io e il tu lirici si lasciano alle spalle uno dei nodi problematici dell’essere umano.
  • Sogni…rive: abbandonati in altri luoghi illusioni verso il futuro e ansie per il passato. Sogni e crucci ripetono, in qualche modo, il male e il cielo dei versi precedenti; crucci,però, è assimilabile anche ad ombre
  • posata: il termine (di memoria leopardiana) indica immobilità
  • d’oro: l’oro è luce pura, incontaminata
  • l’ora costante: il tempo fermo, fermato
  • liberi d’età: senza il peso del tempo, della memoria, della storia. Quindi, nella visione di Ungaretti, l’espressione equivale ad «innocenti»
  • nel suo..nimbo: il verso è di difficile comprensione, perché è fortemente ellittico. Nimbo vuol dire “luce intensa e circoscritta”, come le aureole dei santi. Perduto esprime senso di distacco, di separazione, o anche di oblio. Sintatticamente, però, la struttura non è chiara. Conviene abbandonarsi alla voluta ambiguità e raccogliere l’immagine di questa corona luminosa, separata da tutto, che circonda l’io e il tu lirici
  • lenzuolo: ci farà da lenzuolo, ci avvolgerà. È un segno di chiusura a tutto il resto, di chiusura su di sé