Marco Valerio Marziale

Marco Valerio Marziale

(Bilbilis, Spagna Terragonese 40 d.C. ca – 104 ca)


Vita

Dopo essere stato educato in patria, giunse a Roma nel 64. Fino a quando non uscirono di scena in seguito alla congiura dei Pisoni, godette dell’appoggio e dell’amicizia di due importanti suoi compatrioti: il filosofo Seneca e di suo nipote, il poeta epico Lucano. Si dedicò all’attività forense, sperando di trarre rapidi e consistenti vantaggi economici da essa. Le cose, però, andarono in ben altro modo, e M. si ritrovò a percorrere la difficile strada del cliens, il cliente. I suoi patroni furono certo poco munifici: M., a corto di soldi, visse a lungo in una brutta e alta dimora, alla quale, come ci informa lo stesso poeta, si accedeva dopo tre dure rampe di scale. L’attività poetica gli consentì, comunque, sotto Tito (80 d.C.) di ottenere da parte dell’imperatore il titolo onorario di tribuno militare, il rango equestre e benefici economici di varia natura, in cambio di una raccolta di epigrammi (il “Liber de spectaculis”) volta a celebrare l’inaugurazione in quell’anno dell’Anfiteatro Flavio, il cosiddetto Colosseo.

Ma il vero successo letterario venne a M. solo dopo l’84-85, dopo la morte di Nerone(68 d.C.), con la pubblicazione ininterrotta dei suoi epigrammi: essa durò fino al 98, quando, sotto l’imperatore Nerva, lasciò Roma per ritornare in patria (le spese del viaggio furono pagate da un importante uomo di cultura del tempo, Plinio il Giovane). In Spagna, nella sua Bilbilis, si godette un podere donatogli da una ricca vedova e devota ammiratrice, Marcella. M. si attendeva di trovare al suo ritorno il mondo e gli amici della giovinezza, ma, senza più questi, e dopo anni trascorsi nella turbolenta, ma vivace vita della Capitale, Bilbilis e il suo meschino ambiente di provincia finirono ben presto per stancarlo. Pubblicò nel 101 il suo ultimo libro di epigrammi, ma continuò a rimpiangere Roma, fino alla morte.

Opere

Ci resta una raccolta di “Epigrammi” distribuiti in 12 libri composti e via via pubblicati fra l’86 e il 102. Tale corpo centrale è preceduto da un altro libro a sé di una trentina di epigrammi, il “Liber Spectaculorum”, e seguito da altri 2 libri (84 – 85 d.C.) anch’essi autonomi, lo “Xenia” (distici destinati ad accompagnare i “doni per amici e parenti” nelle feste dei Saturnali) e gli “Apophoreta” (coppie di distici di accompagnamento agli omaggi offerti nei banchetti e “portati via” dai convitati). La disposizione attuale dell’intera raccolta riproduce probabilmente quella di un’edizione antica postuma.

Nell’ordinare gli epigrammi, M. li ha distribuiti in modo equilibrato, secondo il topos della “varietas”, secondo il metro e l’estensione, attento soprattutto ad evitare ripetitività e piattezza.

Così, i metri sono vari: accanto al distico elegiaco sono frequenti anche falecio e scazonte, ma non mancano altri metri diversi. Varie sono anche le dimensioni dei componimenti: dall’epigramma di un solo distico o di un solo verso a quelli di dieci e più versi, fino ad alcune decine. In totale gli epigrammi sono più di 1500, con un complesso di 10000 versi.

Epigrammi

Principale scenografia degli epigrammi di Marziale è Roma, gli ambienti generalmente sovraffollati dici danno un’immagine di una Roma caotica e fatua, popolata da un’umanità varia nelle sue volgarità.

Il rilievo maggiore lo hanno gli uomini, i vari tipi umani che popolano Roma, colti nei loro vizi e nelle loro stranezze: pullula di “maschere”, avari, ladri, brutte vecchie, ubriaconi, adulteri, vanitosi, arricchiti. Ma non vengono colpiti sono i difetti del comportamento, anche quelli fisici riescono ad essere espressi con grande abilità in pochissimi versi, anche solo un distico.

Non sono tutti epigrammi comici, Marziale dedica un gran studio anche ad argomenti seri, ne possiamo vedere alcuni esempi:

gli epigrammi celebrativi, in lode dell’imperatore e alle sue imprese militari;

gli exempla in nome di modelli di comportamento forniti da celebri figure del passato;

gli epigrammi di descrizione di grandi avvenimenti d’arte op di cultura, come quelli dedicati all’inaugurazione del Colosseo, o anfiteatro Flavio. Il tono in questi pezzi è certamente adulatorio;

gli epigrammi funerari, sui quali Marziale ha dato forse i più grandi esempi di bravura, dedicati generalmente a fanciulli e fanciulle, figli o amanti di amici o protettori, sono gli unici in cui veramente Marziale riesce a rappresentare un dolore sincero, una commozione affettuosa.

La sfera dei sentimenti in Marziale è molto ampia, solo l’amore non vi compare più di tanto, e spesso in una dimensione divertita o stereotipata.

Gli epigrammi di carattere erotico non sono tanto interessati alla passione dell’atto, quanto all’atto in se stesso, e comunque canta molto più spesso l’amore degli altri che non il suo e non sembra rivolgere le sue preferenze alle donne.

Importante invece è il tema dell’amicizia, di cui fanno parte gli epigrammi più belli, quelli dedicati a amici lontani, alla gioia dei banchetti, alla nostalgia della lontananza, alla gioia di un ritorno e al dolore nella scomparsa. Marziale conosce perfettamente l’esilità del confine tra l’amicizia autentica e quella falsa, in cui l’interesse prevale sul sentimento.

Considerazioni

Un aspetto importante della cultura letteraria dell’età flavia, nel clima di restaurazione morale, è la tendenza al recupero del genero poetico più alto, ossia l’epica, ma anche alla diffusione e al successo di un genere come l’epigramma, che è considerato il più umile di tutti.

In realtà non vi era una tradizione che riguardasse gli epigrammi: solo Catullo svolge una funzione importante di mediazione fra cultura greca e latina nella storia di questo genere letterario. L’origine dell’epigramma risale all’età greca arcaica, dove la sua funzione era essenzialmente commemorativa: era inciso ad esempio su pietre tombali o su offerte votive. In età ellenistica però l’epigramma, pur conservando la sua caratteristica brevità, mostra di essersi emancipato dalla forma epigrafica e dalla destinazione pratica: è un tipo di componimento adatto alla poesia d’occasione, a fissare nel giro di pochi versi l’impressione di un momento. I temi sono di tipo leggero: erotico, satirico, parodistico, accanto a quelli più tradizionali, ad esempio di carattere funebre.

Nell’ambito della poesia latina, l’epigramma non aveva una grande tradizione, e di essa ben poco ci è rimasto: con l’eccezione di Catullo, quasi nulla sappiamo dei poeti che M. indica come suoi auctores. A Roma è Catullo che valorizza la forma breve come la più idonea a esprimere sentimenti, gusti, passioni, cioè temi della vita individuale, nonché a farsi strumento di vivace aggressione polemica.

farà dell’epigramma il suo genere esclusivo, l’unica forma della sua poesia, apprezzandone soprattutto la duttilità, la facilità ad aderire ai molteplici aspetti del reale. Questi sono i pregi che egli contrappone ai generi illustri, all’epos e alla tragedia, coi loro toni seriosi e i loro contenuti abusati, quelle trite vicende mitologiche tanti lontane dalla realtà della vita quotidiana. E’ proprio il realismo, l’aderenza alla vita concreta, che marziale rivendica come tratto caratteristico della sua poesia. Un tipo di poesia, quindi, che coniuga fruibilità pratica e divertimento letterario, tratteggiando un quadro variegato e incisivo della realtà quotidiana con le sue contraddizioni e i suoi paradossi. Nelle scene si riscontrano sempre le stesse tipologie di personaggi: i parassiti, i ladri, gli spilorci, gli imbroglioni, i medici pericolosi e così via. Tali deformazioni grottesche sono frutto di una tecnica di rappresentazione molto ravvicinata, un effetto ottico che focalizza singoli personaggi negando loro uno sfondo, un contorno, come se, per meglio mostrarli, fossero strappati al contesto, come fossero sospesi nel vuoto. L’atteggiamento del poeta è però quello di un osservatore attento ma per lo più distaccato.

*I temi degli epigrammi di M. sono vari: accanto a quelli più radicati nella tradizione, altri riguardano più da vicino le vicende personali del poeta o il costume della società del tempo. M. sviluppa fortemente l’aspetto comico satirico, proseguendo un processo avviato dal poeta greco di età neroniana Lucilio, che aveva conferito largo spazio a personaggi caratterizzati da vistosi difetti fisici, a tipi e caratteri sociali rappresentati comicamente, e si inserisce nella tradizione satirica romana, attenta all’analisi del costume sociale e pronta a tratteggiarne i caratteri più rappresentativi. Ma M. copia da Lucilio anche alcuni procedimenti formali, come ad esempio la tecnica della trovata finale, della battuta che chiude in maniera brillante il breve giro di pensiero.

Le forme composite sono svariate, ma generalmente si riconducono ad uno schema fisso, basato su una prima parte, che descrive la situazione, l’oggetto e il personaggio, suscitando nel lettore una tensione di attesa, e la parte finale che scarica quella tensione in un paradosso, in un fulmine.

*La struttura dell’epigramma. Il discorso che segue investe in modo particolare gli epigrammi di M. destinati alla satira sociale. In essi confluiscono, dando vita ad un tipo di composizione originalissima ed insuperata, apporti della precedente tradizione epigrammatica: di quella ellenistica per quanto riguarda l’arguzia e la fine ironia che li pervade, di quella latina repubblicana (Catullo) per la loro aggressiva vivacità, di quella latina imperiale (Lucillio, epigrammatista dell’età di Nerone) per la rappresentazione comica di difetti fisici, di tipi e caratteri sociali.

In questo tipo di epigramma è possibile, schematizzando, enucleare le seguenti caratteristiche:

a) il poeta spesso si rivolge alla vittima dell’epigramma (di regola persona fittizia o comunque non individuabile) o a una terza persona (che può essere reale o fittizia) cui addita la figura o il comportamento del personaggio colpito;

b) l’epigramma è solitamente breve (molto raramente di un solo verso, solitamente da 2 a 10 versi, ma vi sono anche numerosi epigrammi di più di 20 versi, fino ad un massimo di 51 versi);

c) compaiono quasi sempre apostrofi, interrogazioni, movimenti di dialogo che devono dare l’impressione di un intervento diretto del poeta in una certa situazione, davanti a un interlocutore;

d) la sinteticità caratterizza la delineazione della situazione o del tipo. Altre volte ci sono quadri più ampi, di notevole impegno e complessità, in cui M. dà prova di grandi capacità di rappresentazione realistica;

e) M. ottiene effetti particolarmente felici nel finale dell’epigramma, che a volte riassume i termini di una situazione in una formulazione estremamente incisiva e pregnante, altre volte li porta a una comica iperbole, altre volte li costringe a un esito assurdo o a un paradosso, altre volte li pone all’improvviso sotto una luce diversa e rivelatrice (è l’ “effetto di sorpresa”, per cui M. è particolarmente celebre).

Insomma, il pubblico (ed è questo il segreto del successo) vi ritrovava, da parte sua, la propria esperienza filtrata e nobilitata da una forma artistica dotata appunto di agilità e pregnanza espressiva, aperta alla vivacità dei modo colloquiali e alla ricchezza del lessico quotidiano (a volte degenerante in un vero e proprio “realismo osceno”), ma capace anche – all’occorrenza – di limpida sobrietà, se non addirittura di ricercatezza.

Tali caratteristiche compaiono in epigrammi dalla diversa strutturazione. Il Lessing individuò come schema-tipo dell’epigramma di M. e, più in generale, del genere epigrammatico, lo schema bipartito “attesa”/”spiegazione conclusiva”. Nella prima parte il poeta, attraverso la rappresentazione di una situazione o la descrizione di un personaggio crea nel lettore un’aspettativa, la quale viene soddisfatta dalla battuta conclusiva, tanto più efficace quanto più lontana dalla previsione del lettore (effetto di sorpresa).

Si può senz’altro, a distanza di tantissimi anni, utilizzare ancora con profitto la distinzione lessinghiana, a patto, però, di non farne un idolo critico-letterario. Infatti non si può negare la presenza per l’epigramma di M. di altre possibilità strutturali.

V’è, per esempio, uno schema bipartito impostato sulla sequenza: “attesa: quesito”/ “spiegazione conclusiva: risposta”. In esso la tensione di attesa è suscitata non già da una descrizione, bensì da un quesito, rispetto al quale la spiegazione finale costituisce risposta.

Spesso, però, la bipartizione lascia il posto allo schema tripartito nel quale la “spiegazione finale” costituisce la risposta ad un precedente quesito, scaturito a sua volta dalla descrizione contenuta nell’attesa: ” attesa ” / ” quesito ” / ” spiegazione conclusiva: risposta “.

Qualche volta la tripartizione fa seguire all’attesa descrittiva l’accettazione da parte del poeta dei concetti e delle situazioni in essa delineati, salvo poi revocare in dubbio tale accettazione, con la precisazione di nuovi, sorprendenti particolari:” attesa ” / “accettazione” / “revoca in dubbio”.