MANZONI VITA IN BREVE

MANZONI VITA IN BREVE

MANZONI VITA IN BREVE


Alessandro Manzoni nacque a Milano nel 1785, dal conte Pietro e da Giulia Beccaria, figlia di Cesare Beccaria. Separatisi presto i genitori, trascorse la giovinezza in collegio dove ricevette l’educazione classica. Uscito dal collegio a 16 anni si inserì nell’ambiente Milanese e strinse amicizia con i profughi napoletani e con poeti già famosi come Foscolo. In questo periodo scrisse anche molte opere poetiche nel gusto classicistico dell’epoca. Nel 1805 raggiunse la madre a Parigi e nacque tra di loro un rapporto affettivo molto intenso destinato a segnare la vita dello scrittore. A Parigi entro i contatto con gli ideologi, un gruppo di intellettuali eredi dell’illuminismo, e con i giansenisti. Strinse amicizia con Fauriel; l’ideologo divenne punto di riferimento per Manzoni nel periodo più fecondo della sua attività di scrittore. Sul suo ritorno alla fede cattolica Manzoni mantenne sempre uno stretto riserbo. Dovette essere determinante l’influsso della moglie che si convertì al cristianesimo a Parigi. La conversione fu il primo manifestarsi di quelle gravissime crisi nervose che angustiarono Manzoni per tutta la sua vita. Nel 1810 lasciò Parigi e tornò a Milano. Manzoni abbandonò la poesia classica e si dedicò alla stesura di Inni Sacri. Fu vicino al movimento romantico milanese e ne segui gli sviluppi, ma non partecipò direttamente alle polemiche con i classicisti. In questo periodo scrisse molte opere tra cui la Pentecoste, le tragedie, le prime stesure del romanzo, Osservazioni sulla morale cattolica e Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia. Ma con la pubblicazione nel 27 dei Promessi sposi si può dire concluso il periodo creativo del Manzoni. Trovò una nuova guida intellettuale nel filosofo cattolico Rosmini. La sua figura di intellettuale era sempre circondata di ammirazione dopo il successo del suo romanzo: Manzoni era diventato una figura pubblica. Costituitosi il Regno d’Italia nel 60  fu nominato senatore. Pur essendo cattolico era contrario al potere temporale della Chiesa, ma favorevole a Roma capitale. Negli anni della sua lunga vecchiaia Manzoni fu circondata dalla venerazione della borghesia italiana. Morì a Milano nel 73 a 88 anni.


Le opere (1° parte)

Tra il 1801 e il 1810 Manzoni compone opere in linea col gusto classicistico dell’epoca. Sono opere scritte nel linguaggio aulico e con l’ornamentazione retorica della tradizione. Nel 1801 scrive una visione allegoria “Trionfo della libertà”, un poemetto colmo di spiriti libertari inneggianti alla rivoluzione francese e contro la tirannide politica e religiosa.

Nel 1805 nel Carme in morte di Carlo Imbonati Manzoni immagine che l’Imbonati gli appaia in sogno dandogli nobili insegnamenti di vita e di poesia. Possiamo vedere la nascita dell’ideale del giusto solitario. Ma si può già cogliere un presentimento del Manzoni futuro nella convinta affermazione della sincerità e del rigore morale che deve ispirare la scrittura letteraria. Nel 1809 compone il poemetto Urania.

La conversione investì a fondo tutti gli aspetti della sua personalità. Ne sono una prova eloquente le Osservazioni sella morale cattolica scritte per controbattere le tesi dello storico De Sismondi che affermava nella Storia delle repubbliche italiane nel Medio Evo che la morale cattolica era la radice della corruzione del costume italiano. L’approdo al cristianesimo è lo sbocco di un processo che aveva messo in crisi le scelte esistenziali e gli orientamenti ideologici e culturali. In ambito storico Manzoni assunse un atteggiamento anticlassico: I Romani erano visti come un popolo violento e il Medioevo cristiano era la matrice della civiltà moderna. Inoltre vi era il rifiuto della concezione eroica e l’interesse per i vinti e gli umili. In ambito letterario si forma in lui una visione tragica del reale che non tollera più la serena serenità classica. Nasce il bisogno di una letteratura che guardi al vero della condizione storica dell’uomo. Vi si aggiunge il rifiuto del formalismo retorico e il bisogno di un arte che si prefigga come fine l’utile come scrive nella lettera a Cesare D’Azeglio dove afferma che lo scopo è l’utile, il mezzo è l’interessante e il soggetto è il vero.

Gli inni sacri scritti tra il 12 e il 15 sono l’esempio della poesia nuova. Manzoni rifiuta la mitologia classica che vede come qualcosa di falso. Ne deriva una poesia non più per la cerchia dei letterati, ma per il popolo (la borghesia). Manzoni si propone come semplice interprete della coscienza cristiana. Manzoni aveva progettato 12 inni, ma ne compose 4 più 1 in seguito nel 22. Il modello per gli Inni erano i Vangeli dei Padri della Chiesa e gli Oratori Sacri del Seicento Francese. Nei primi 4 inni seguono uno schema fisso: enunciazione del tema, rievocazione dell’episodio centrale e commento e prevalgono i motivi teologici e l’episodio, mentre nella Pentecoste, Manzoni insiste sullo sconvolgimento portato dallo spirito santo nella sua discesa nel mondo e conclude invocandolo a riscendere. Nel 21 Manzoni compone l’ode Marzo 1821 dedicata ai moti dello stesso anno e il cinque maggio ispirato alla morte di Napoleone. Al posto della mitologia, vi è una descrizione dei fatti sotto la prospettiva religiosa. Vicino alle forme di Marzo 1821 è il coro del Carmagnola. Il primo coro dell’Adelchi contiene un ammonimento agli Italiani affinché non facciano affidamento su forze straniere per la loro liberazione nazionale.


Le tragedie

La tragedia si colloca in una posizione di rottura rispetto alla tradizione del genere. Troviamo la scelta della tragedia storica e il rifiuto delle unità aristoteliche. Manzoni rifiuta soprattutto l’unità di tempo e l’unità di luogo; i principi che lo guidano sono esposti nella lettera a Chauvet, in risposta al critico Chauvet che gli aveva rimproverato l’inosservanza delle unità con allegate due sue tragedie tradotte da Fauriel. In obbedienza al suo culto del vero Manzoni vi afferma di non voler inventare dei fatti per adattarvi dei sentimenti, ma di voler spiegare ciò che gli uomini hanno sentito, voluto e sofferto, mediante ciò che essi hanno fatto. Per creare la poesia drammatica basta ricostruire un fatto storico; per questo il poeta deve essere fedele al vero storico senza bisogno di prendersi arbitrii inutili. Ciò che lo distingue dallo storico è il completare i fatti investigando con l’invenzione poetica i pensieri e i sentimenti dei protagonisti.

Chiudere lo sviluppo di un’azione in stretti limiti di tempo e di luogo costringe ad esagerare le passioni (per far si che i personaggi giungano in 24 ore alla risoluzione decisiva)  e fa nascere il falso della tragedia classicistica. Solo la libertà da regole artificiose consente di riprodurre il vero di costruire caratteri autentici e individuali. La falsità della tragedia ha anche dannosi effetti morali poiché gli uomini finiscono per applicare nella vita reale i principi falsi visti sulla scena. Solo un teatro che si ispira al vero può avere influssi positivi sul pubblico.

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Il conte di Carmagnola scritto tra il 16 e 20 si incentra sulla figura di un capitano di ventura del 1400, Bussone, che al servizio di Milano ottiene tante vittorie e sposa la figlia del Duca; passa poi al servizio di Venezia e sconfisse i Milanesi a Maclodio. Ma viene sospettato di tradimento per la sua clemenza con i prigionieri e  condannato a morte. La tragedia si basa sul confitto tra l’uomo d’animo elevato e la Ragion di Stato; la storia umana come trionfo del male a cui si contrappongono esseri incontaminati destinati alla sconfitta.

L’Adelchi del 22 tratta del crollo del regno longobardo in Italia nel VIII secolo. I quattro protagonisti sono divisi in due gruppi: Desiderio e Carlo sono animati dall’interesse della ragion di Stato e dalla passione di dominio, mentre Adelchi ed Ermengarda sono puri, ma destinati alla sconfitta.

Il coro manzoniano non ha la stessa funzione del coro classico, ovvero la personificazione dei pensieri e dei sentimenti che l’azione doveva ispirare, ma è un momento in cui lo scrittore può esprimere la propria visione e le proprie reazioni soggettive di fronte ai fatti tragici. In questo modo l’autore non doveva prestare ai personaggi i propri sentimenti.


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