manzoni il cinque maggio parafrasi

manzoni il cinque maggio parafrasi

manzoni il cinque maggio parafrasi


INTRODUZIONE

La lirica è stata scritta di getto da Manzoni subito dopo aver appreso, sulle colonne della «Gazzetta di Milano» del 17 luglio 1821, la notizia della morte di Napoleone Bonaparte, avvenuta il 5 maggio precedente.

Obiettivo dell’ode non è tanto glorificar la figura straordinaria del generale francese, né suscitare la commozione per la sua morte (del resto, già con Marzo 1821 il poeta aveva chiarito di non essere tra gli ammiratori dei dominatori stranieri in Italia…), quanto sviluppare attraverso la figura di questo “uom fatale” (v. 7) una personale riflessione sui limiti dell’agire umano e sul grande disegno della Provvidenza divina, cui occorre, cristianamente, adeguarsi.

Ed è a partire da questa lettura tra etica e storia della figura del generale francese che l’ode sviluppa tematiche che, negli stessi anni, troviamo sia nelle tragedie (il Conte di Carmagnola e l’Adelchi su tutte) sia nel Fermo e Lucia, primo nucleo dei Promessi Sposi.

Metro: strofe geminate di settenari, rimati secondo lo schema abcbde fghgie. I versi dispari sono sdruccioli, quelli pari sono piani, l’ultimo è tronco.


PARAFRASI

Egli fu. Come immobile,

dopo aver esalato l’ultimo respiro,

stette il corpo senza più ricordi

e privata di tanta anima,

così chiunque, saputa la notizia,

rimane scosso, senza parole,

[chiunque resta] muto ripensando all’ultima ora dell’uomo mandato dal fato; né sa quando un uomo

simile a lui

verrà a calpestare

il suo cammino sanguinoso.

La mia poesia vide Napoleone in trionfo sul soglio imperiale ma tacque; quando, in rapida successione,

fu sconfitto, tornò al potere e ricadde a terra, [la mia poesia] tra mille voci indistinte non ha mischiato la sua:

priva di adulazione servile

e di offese codarde,

[la mia ode] sorge ora triste per l’improvvisa mancanza di tanta luce:

ed alza in direzione della sua tomba

un canto che forse non morirà.

Dalle Alpi alle Piramidi

dal Manzanarre al Reno,

la vita fulminea di quell’uomo ardito seguiva rapidamente il suo pensiero; scoppiò [quel fulmine] da Scilla al Don, dal Mediterraneo all’Atlantico.

Fu gloria autentica? La difficile risposta la daranno i posteri: noi chiniamo la fronte a Dio,

che volle fissare in lui

un segno più evidente e netto

del suo spirito creatore.

La pericolosa e ansiosa

gioia della realizzazione di un grande disegno, l’ansia di un cuore che, non domato,

si sottopone agli altri, pensando al proprio obiettivo; e lo raggiunge, e ottiene un successo che era quasi folle ritenere possibile; Tutto egli provò; la gloria

massima dopo il pericolo,

la fuga e la vittoria,

il potere regale ed il triste esilio:

due volte fu sconfitto,

due volte fu vittorioso.

Egli stesso si diede il nome: due secoli, opposti militarmente,

si rivolsero a lui sottomessi,

come se dipendesse da lui il destino;

egli impose il silenzio, e come arbitro

si sedette in mezzo a loro.

E sparì, e i suoi giorni concluse

nell’ozio obbligato nella minuscola Sant’Elena, segno di grande invidia e di profonda pietà,

di odio infinito

e di passione indomabile.

Come sulla testa del naufrago

l’onda si avvolge e pesa,

l’onda sulla quale la vista del misero,

prima alta e tesa,

cercava di scorgere

rive lontane che non avrebbe mai raggiunto; così su quell’anima scese il peso dei ricordi!

Oh quante volte cercò di scrivere

le sue memorie per i posteri,

ma sulle infinite pagine

si fermò la mano ormai stanca!

Oh quante volte, al termine

di un giorno inutile e improduttivo,

abbassato lo sguardo fulminante,

le braccia conserte,

stette, e dei giorni passati

lo prese il ricordo!

E ripensò alle tende

degli accampamenti, alle trincee assaltate, al fulminar delle spade dei suoi soldati, agli assalti della cavalleria, al comando rapido

e all’ubbidire pronto dei soldati.

Ahi! Forse per tanto dolore

lo spirito affannato cedette,

e si disperò: ma in aiuto

scese una mano misericordiosa dal cielo, e in un mondo più sereno con pietà lo trasportò:

e lo condusse, per i floridi

sentieri della speranza,

verso i campi eterni, verso il premio

che supera anche i desideri,

dove è silenzio e tenebra

la gloria ormai passata.

O bella Immortale! Benefica

fede avvezza ai trionfi!

Scrivi ancora questo, rallegrati;

perché nessun uomo così superbo

mai si inchinò

davanti alla croce di Cristo.

Tu [la Fede] dalle ceneri stanche

disperdi ogni parola malevola:

Il Dio che atterra e che rialza,

che crea affanno e che consola,

sul letto di morte deserto

accanto a lui sedette.