MANZONI (1785 – 1873)

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MANZONI (1785 – 1873)

Alessandro Manzoni nacque a Milano nel 1785 da una relazione extraconiugale della madre, Giulia Beccaria, nipote del celebre Cesare, con Giovanni Verri . La formazione giovanile di Manzoni si svolse in un collegio religioso, ma fu illuminista e raziocinante, al punto che il giovane Alessandro si disse in un primo momento ateo e sostenitore della Rivoluzione Francese. Questa sua posizione gli consentì di maturare un forte senso di impegno civile della letteratura, ereditando così le linee di tendenza del “Caffè”, di Parini e del riformismo illuminato. Uscito dal collegio, nel 1805 raggiunse la madre nel quartiere di Auteuil a Parigi, dove passò due anni, partecipando al circolo letterario dei cosiddetti ideologi, filosofi di scuola ottocentesca, tra i quali si fece molti amici, in particolare Claude Fauriel (il quale avrà una forte influenza sulla formazione del Manzoni; infatti Fauriel inculcò ad Alessandro un grande interesse per la storia e gli fece capire come non si debba scrivere seguendo modelli rigidi e fissi nel tempo, ma riuscire invece a esprimere sentimenti che gli permettano di scrivere in modo più “vero”, in maniera da “colpire” il cuore del lettore) e ha modo di apprendere le teorie volterriane. Alessandro si nutrì della cultura francese classicheggiante in arte, scettica e sensista in filosofia (i sensi sono alla base della conoscenza; l’illuminismo è la critica razionale della realtà; lotta al pregiudizio e alla tradizione derivata dall’autorità; i problemi religiosi non si basano sull’esperienza, ma sulla superstizione) ed assiste all’evoluzione del razionalismo verso posizioni romantiche.  Nel 1810 ritornò in Italia, dove la moglie protestante si convertì al cattolicesimo, ben presto imitata dal marito (1812).

Tale riconciliazione con il cattolicesimo è per lo scrittore il risultato di lunghe meditazioni; il suo atteggiamento, pur nella sua stretta ortodossia (cioè nell’esigenza di attenersi rigorosamente ai dettami della Chiesa), ha coloriture gianseniste che lo portano alla severa interpretazione della religione e della morale cattoliche. La riscoperta della fede fu per Manzoni la conseguenza logica e diretta del dissolversi, nei primi anni dell’800, del mito della ragione, concepita come perennemente valida e certa fonte di giudizio, donde la necessità di individuare un nuovo sicuro fondamento della moralità. Persa, quindi, la speranza di raggiungere la serenità per mezzo della ragione, la vita e la storia gli parvero romanticamente immerse in un vano, doloroso, inspiegabile disordine: per non abbandonarsi alla disperazione bisognava trovare un fine ultraterreno. Nel Manzoni, quindi, l’irrequietezza esistenziale si compone nella fede fervente conciliandola con la fermezza intellettuale.

Manzoni si convinse della necessità di fondare gli ideali illuministici sulal base della fede, anziché sull’ateismo, perché comprese che gli ideali della Rivoluzione (fratellanza, libertà, uguaglianza), erano già stati proclamati da Cristo. Questo lo portò ad abbandonare ogni concezione estetizzante o neoclassicista della letteratura (su cui pure aveva dato prova con le opere Urania e In morte di Carlo Imbonati). L’entusiasmo della conversione religiosa si tradusse nella stesura degli Inni Sacri, finalizzati a celebrare gli ideali della Rivoluzione Francese finalmente conciliati con quelli cristiani: inizialmente dovevano essere dodici, ma egli ne terminò soltanto cinque (Il Natale, Il Nome di Maria, La Passione, La Risurrezione, La Pentecoste). Gli Inni presentavano sostanzialmente gli avvenimenti storici in questione visti nella loro risonanza all’interno dell’animo dei fedeli, dimostrando quindi l’incidenza del cristianesimo nella quotidianità della gente. Più o meno negli stessi anni, Manzoni si dedicò anche alla stesura delle Odi Civili, liriche storico-patriottiche basate su avvenimenti molto vicini all’età in cui era attivo l’autore. Di queste Odi due vennero terminate (Marzo 1821, 5 Maggio) e due rimasero incompiute (Il proclama di Rimini, Aprile 1814). Manzoni, entrato in contatto con le teorie romantiche ben prima che la De Stael componesse la sua celebre lettera agli intellettuali italiani, fu uno dei più convinti sostenitori dell’indipendenza italiana sia per motivi politici, sia per motivi etico-religiosi, poiché era certo che gli ideali cristiani non potessero convivere con l’oppressione politica.

In Marzo 1821 Manzoni invitava gli austriaci a stare attenti a come governavano l’Italia: sfruttando il risentimento contro Napoleone essi avevano ottenuto l’alleanza degli italiani, ma non avevano poi migliorato la situazione della Penisola. Questo poteva portare solo a nuovi spargimenti di sangue

Nel 5 Maggio, dedicata al giorno della morte di Napoleone, Manzoni rivendica il suo diritto ad esprimere finalmente un giudizio sull’ex imperatore dopo che – finché era in vita – egli non si era mai schierato. La morte di Napoleone commosse molto Manzoni e questa commozione lo spinse a scrivere la lirica di getto, senza riflettere molto, da cui il tono enfatico e spontaneo di questa poesia. Napoleone è presentato come il massimo raggiunto dalla gloria umana, e l’opera è tutta giocata sul rapporto tra grandezza umana / grandezza divina. Ottenne un enorme successo, tanto da essere tradotta in otto lingue.

Successivamente Manzoni abbandonò la lirica, che difficilmente poteva essere compresa dal popolo, e si accostò al teatro, che pensava dotato di maggior potenza comunicativa. Egli scelse pertanto il genere della tragedia, creando opere aventi per protagonisti personaggi storici, realmente esistiti e non personaggi epico-mitologici. Le tragedie furono finalizzate a spiegare il contrasto tra ideale (insegnamento divino) e reale (atteggiamento umano rispetto all’ideale, quasi sempre opposto). Manzoni intuì inoltre l’importanza dei cori all’interno della tragedia, ai quali diede il compito di commentare le azioni reali viste nell’ottica cristiana dell’ideale. Le tragedie scritte da Manzoni furono: Adelchi e Il Conte di Carmagnola, le quali ebbero basi storiche a sostegno delle epoche considerate (età longobarda per l’Adelchi e età signorile per il Carmagnola). Per elaborarle, Manzoni si scontrò con il principio delle unità aristoteliche (unità di luogo, tempo, azione), secondo le quali la tragedia doveva svolgersi senza flashback o flashforward (u. di tempo), senza cambiare la scena (u. di luogo) e senza seguire più personaggi contemporaneamente (u. di azione). Queste unità, che di fatto avevano segnato il teatro dal ‘500 in avanti, si scontrarono con il desiderio di Manzoni di essere libero di educare attraverso le sue opere: per questo egli le infranse attirandosi le ire di numerosi critici e scrivendo, per difendersi, la Prefazione al Carmagnola e la Lettera al sig. Chauvet (in francese). Manzoni, contrapponendo  la trama della storia all’intervento dei cori, volle indagare sulla storia umana, cercando di capire qual era la ragione dell’agire dell’uomo. Il comun denominatore delle due opere fu il contrasto tra leggi divine e leggi umane, che peraltro fu anche il movente di tutte le azioni dei protagonisti: quelli che seguono le leggi divine vengono sconfitti, ma la loro sconfitta implica il peggioramento del mondo. I protagonisti delle tragedie manzoniane vogliono seguire, controcorrente, le leggi divine e per questo vengono annientati (seguono una parabola discendente). Ma la spiritualità e la moralità dei protagonisti è assoluta e cresce man mano la storia avanza (parabola ascendente).

In altre parole, il protagonista va in rovina, ma acquisisce un miglioramento spirituale, in cui il lettore può immedesimarsi e ricavare una lezione morale: il messaggio delle tragedie di Manzoni è fondamentalmente pessimista: il cristianesimo non è ancora penetrato nel cuore dell’uomo.

Le tragedie di Manzoni inoltre, sono difficilmente recitabili, in quanto estremamente ricche di monologhi e di pensieri.

Il conte di Carmagnola fu scritta tra il 1816-20 e narra la storia dell’omonimo capitano di ventura al servizio di Milano e genero dei Visconti. In seguito ad alcuni dissidi con questa famiglia, egli passò a Venezia per la quale combatté ma, sospettato di tradimento o di doppiogiochismo, fu condannato a morte. Manzoni si convinse dell’innocenza del conte che diventò simbolo del contrasto singolo onesto/stato corrotto. L’opera denuncia una forte sfiducia nelle istituzioni del tempo.

Adelchi si riallaccia invece alla polemica tra neoguelfi e neoghibellini e Manzoni si schierò con i primi (il papa aveva fatto bene a chiamare i Franchi per cacciare i Longobardi). Carlo Magno viene presentato come una figura di politico senza scrupoli, per contro Adelchi è la figura dell’uomo onesto che, impotente, assiste al crollo del suo mondo. La politica viene presentata come luogo d’azione delle forze del Male. Adelchi è il personaggio romantico per eccellenza: mantiene la sua coerenza nonostante la prossima ed inevitabile fine.

Successivamente, per raggiungere un uditorio ancora più vasto, Manzoni abbandonò il teatro per passare al romanzo, l Promessi Sposi, il primo romanzo moderno della letteratura italiana.

I Promessi sposi non sono il romanzo della Provvidenza (vedi E. RAIMONDI, Il romanzo senza idillio), ma non sono totalmente pessimisti come le tragedie: in essi c’è una parziale fiducia nell’intervento della Provvidenza nel mondo a favore dei suoi fedeli.

Manzoni iniziò l’opera nel 1821 e la terminò nel 23 senza però mai pubblicarla e le diede il titolo di Fermo e Lucia. Era un romanzo storico sul modello inglese, ambientato nel passato in modo da garantire la massima libertà di idee e uno scenario reale (dai costumi ai cibi, l’opera fu minuziosamente documentata) del quale egli colse quasi completamente lo spirito. Per scrivere il romanzo tre furono essenzialmente le opere consultate da Manzoni: La storia di Milano di Ripamonti, Economia e Statistica di Gioia e il Gridario (Raccolta delle leggi “grida” spagnole).  Il romanzo è ambientato nella Lombardia del Seicento, più precisamente nella zona che va dal lago di Como e l’Adda a Monza e Milano. Questa scelta non è casuale dato che Manzoni scrive di luoghi a lui familiari. Secondo un tipico cliché della narrativa europea fra sette e ottocento, il narratore prende le mossa da un manoscritto anonimo del XVII secolo, che racconta la storia di Renzo e Lucia. Nulla sappiamo dell’autore di questo manoscritto, salvo che ha conosciuto da vicino i protagonisti della vicenda, e non si esclude che lo stesso Renzo possa aver reso edotto questo curioso secentista lombardo, della sua storia. Il topos della trascrizione della vicenda narrata da un testo o trascritta dalla voce diretta di uno dei protagonisti permette all’autore di giocare sull’ambiguità stessa che sta alla base del moderno romanzo realistico-borghese, ovvero il suo essere un componimento di fantasia che, spesso, non disdegna di proporsi ai suoi lettori come documento storico reale ed affidabile.

Manzoni utilizzò queste fonti per cercare di capire il movente delle azioni umane e in un primo tempo Fermo e Lucia rappresentò un romanzo di tipo gotico con incredibili parallelismo con il Dracula di Bram Stoker. A partire dal 1823 Manzoni iniziò l’opera di ritocco (spariscono le patine horror), con una virata linguistica verso il toscano come testimonierà l’edizione del 1827. Manzoni non si illuse di poter risolvere la questione della lingua con provvedimenti di solo carattere letterario: egli intuì che finché non si fosse modificato il panorama economico sociale del suo tempo, la cultura avrebbe potuto fare ben poco.

Così nel 1827 egli iniziò un secondo ritocco, operando una profonda revisione linguistica, adottando definitivamente il fiorentino corrente delle classi colte. A causa di questa scelta, egli venne pesantemente criticato, ma del resto aveva bisogno urgentemente di una lingua-modello. Dopo la pubblicazione dei Promessi Sposi (1840), tutti gli autori di romanzi successivi si orientarono verso il fiorentino corrente a causa dell’enorme successo dell’opera di Manzoni, e così nacque l’equivoco che l’italiano fosse il fiorentino corrente delle classi colte.

Ad ogni modo I Promessi sposi rappresentava una novità anche sotto altri aspetti: fu infatti uno tra i primi romanzi al mondo ad avere per protagonisti gente normale (non principi, re, fate, ecc.), al punto che alcuni intellettuali criticarono Manzoni per aver dato così tanta importanza a dei popolani (N. Tommaseo). Manzoni scelse due persone normali perché nutriva una volontà polemica verso la società contemporanea, che disprezzava i poveri, ma li strumentalizzava quando tornavano utili. Inoltre egli voleva contestare la storiografia ufficiale (la storia non è fatta dai re, ma dai popoli) e ribadire la superiorità morale degli umili rispetto ai potenti. Questo concetto, già emerso nelle tragedie, venne dato dal fatto che Manzoni pensava che il potere corrompesse irreparabilmente. Chi rivestiva un ruolo di prim’ordine doveva per forza essere un corrotto. Gli umili invece, sempre sconfitti, erano gli unici che mettevano in pratica il Vangelo.

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Renzo costituisce per esempio un’accusa ai nobili in campo politico, Lucia in campo religioso. L’inevitabile e progressivo incivilimento e lo scorrere della storia viene assecondato solo dagli umili, il vero fattore attivo della società. Manzoni, per questo, assunse atteggiamenti non obiettivi, ma fortemente schierati: i suoi commenti ironici o di condanna (nobili spagnoli, Monaca di Monza) o di affetto (gli umili) sono chiaramente visibili nella trama (aspetto illuministico), ma gli umili rappresentavano anche gli italiani sotto il giogo straniero (aspetto romantico).

Manzoni criticò il Seicento come età del barocco, dell’assolutismo, della superstizione e per questo egli lo attaccò in campo medico, culturale, religioso: in pratica l’attacco era finalizzato a sottolineare assurdità dell’assolutismo secentesco, con una componente di allusione al dominio austriaco in Italia.

I Promessi sposi non invitano al fatalismo, ma alla responsabilità personale (per es. processo agli untori): Manzoni ammetteva che l’ambiente potesse influenzare l’uomo, ma non poteva giustificarlo. Il fatto che i Promessi sposi siano un romanzo cattolico non impedì a Manzoni di criticare gli aspetti negativi della Chiesa (don Abbondio, monaca di Monza), oltre che a sottolinearne gli aspetti positivi (card. Borromeo, fra’ Cristoforo).

Il romanzo ebbe un buon successo in Europa, sebbene non potesse competere con i romanzi di Byron e di Goethe, più vicini alla sensibilità romantica europea. Questo perché i Promessi Sposi incarnavano un romanticismo razionale, poco spettacolare e molto legato alla situazione italiana di quel periodo e pertanto poco comprensibile all’estero. Il romanzo tuttavia è anche e soprattutto filosofico, profondamente cristiano, dominato dalla presenza della Provvidenza nella storia e nelle vicende umane. Il male è presente, il gioco dei contrapposti egoismi genera effetti a volte disastrosi nella storia, ma Dio non abbandona gli uomini, e la fede nella Provvidenza, nell’opera manzoniana, permette di dare un senso ai fatti e alla storia dell’uomo.

In particolare il romanzo ha un suo punto di forza nella scelta e nella raffigurazione dei personaggi, resi tutti con grande forza narrativa, scolpiti a tutto tondo dal punto di vista psicologico e umano, tanto che alcuni di essi sono diventati degli stereotipi umani, usati ancora oggi nel linguaggio comune (si pensi ad esempio a un “don Abbondio” o alla figura di “un Azzeccagarbugli”). Una rappresentazione psicologica così accurata dei suoi personaggi fa sì che, salvo poche eccezioni, quasi nessuno di essi sia completamente “positivo” o “negativo”. Anche il malvagio trova un’occasione di umanità e redenzione, così come anche il personaggio positivo, quale ad esempio Renzo, non è immune da difetti, azioni violente e riprovevoli ed errori anche gravi. La stessa Lucia viene tacciata spesso come egoista e addirittura “solipsista”, e non sempre a torto: il discorso di padre Cristoforo a Lucia al Lazzaretto, benché paterno e benevolo, è durissimo. Lo stesso Padre Cristoforo, il personaggio forse più positivo del romanzo, ha anch’egli una grave macchia nel suo passato. È anche questa caratteristica quindi a consentire al romanzo di elevarsi ben al di sopra del livello medio dei romanzi storici e gotici dell’Ottocento, destinati ad un pubblico più incolto.

La maestria del Manzoni nel tratteggiare i suoi personaggi emerge soprattutto nei dialoghi, scritti con sottile cura, che spesso sono i veri rivelatori dei personaggi, della loro psicologia e delle loro motivazioni.

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