LUIGI PIRANDELLO IL PENSIERO

LUIGI PIRANDELLO IL PENSIERO

Il pensiero

        La concezione del mondo di Pirandello è influenzata dalla teoria dello slancio vitale di Henri Bergson e dalla filosofia di Georg Simmel: la realtà è un fluire continuo di stati incoerenti che cambiano continuamente sotto i nostri occhi; se la “vita” è movimento, tutto ciò che si stacca da questo fluire si irrigidisce e muore. Anche l’uomo fa parte di questo flusso e cambia continuamente.

                Se la realtà muta costantemente sotto i nostri occhi, non esiste più una sola verità, ma tante verità soggettive; Pirandello approda quindi al relativismo conoscitivo e giunge alla conclusione che ognuno di noi è chiuso nella sua visione della realtà e, non riuscendo a comunicare con gli altri, è profondamente solo.

                Secondo Pirandello, l’essere umano non riesce ad accettare l’idea che non esista una verità assoluta e quindi tende a imprigionare il flusso della vita in “forme”, o verità fittizie, come le leggi, le convenzioni sociali o le idee politiche. Allo stesso modo, noi tendiamo a crearci una personalità coerente e unitaria, che proietta attorno a noi un cerchio di luce, separandoci dal resto della vita, che rimane al buio; a volte sono gli altri ad attribuirci una personalità fittizia, in cui noi non ci riconosciamo. In tutti i casi questa “forma” non è che una maschera, sotto la quale vi è un fluire continuo in perenne evoluzione. In questa visione dell’io Pirandello è influenzato anche dalla teoria delle alterazioni della personalità del filosofo Alfred Binet ed è convinto che in ognuno di noi coesistano più persone, di cui non percepiamo l’esistenza finché non emergono di colpo. 

                Questa crisi di identità dell’io è sicuramente influenzata dalle trasformazioni in atto nella società contemporanea, ed è quindi riconducibile all’alienazione dell’individuo in una società meccanizzata e massificata, anche se Pirandello tende a vedere questa situazione come la manifestazione particolare di una condizione universale. Se per questa critica alla società industrializzata l’autore è ancora legato al Decadentismo, inteso nell’accezione più ampia, per altri aspetti egli è già andato oltre: non vi è più in lui la concezione di una realtà percorsa da analogie e corrispondenze, ma un universo disgregato e frammentario, e l’io non è più al centro del mondo, ma è diventato “nessuno”.

                Le “forme” dietro le quali ci si nasconde sono una prigione, una trappola dalla quale non si riesce a liberarsi, e la vita sociale non è che un’enorme “pupazzata”, che conduce metaforicamente alla morte dell’individuo. Tra le trappole della società vi sono soprattutto la famiglia, covo di odio e di rancori, ma anche di ipocrisie, e il lavoro, in particolare quello impiegatizio, in cui l’uomo è costretto a subire umiliazioni e ad essere tiranneggiato dai colleghi o dal capufficio.

                A volte, in un momento particolare della propria esistenza, può accadere di vedersi vivere e di rendersi conto della terribile condizione a cui si è ridotti: si diventa “maschere nude” (è questo il titolo sotto il quale Pirandello riunisce tutte le sue opere teatrali).

                Chi ha fatto una simile scoperta non può tornare a vivere come se nulla fosse, poiché qualcosa è cambiato.  Pirandello, tuttavia, non vede molte alternative: l’unica salvezza consiste nel rifugiarsi nell’immaginazione, come farà Belluca, il protagonista della novella “Il treno ha fischiato”, o nella follia, come fanno Enrico IV o Vitangelo Moscarda, il protagonista di Uno, nessuno e centomila; la pazzia è l’arma che fa esplodere dall’interno le convenzioni sociali. Chi rifiuta la vita sociale diventa “forestiere della vita”, rinuncia a partecipare e si limita a contemplare con umorismo la vita degli altri: è la cosiddetta “filosofia del lontano”, che consiste nel guardare con una prospettiva straniante tutto ciò che, vissuto dall’interno, ci sembrerebbe normale.  Solo pochi individui riescono ad approdare a questo stato di grazia: se Mattia Pascal si illude soltanto di essere diventato un filosofo, Vitangelo Moscarda riesce a rinunciare a tutto, anche al nome, arrivando a coincidere pienamente con la figura del “forestiere della vita”. In questa immagine si proietta la condizione dell’intellettuale nell’età contemporanea, visto come colui che ha ormai soltanto un ruolo contemplativo e critico nei confronti della realtà che lo circonda.