Lucrezio De Rerum Natura Inno a Venere

Lucrezio De Rerum Natura Inno a Venere

Lucrezio De Rerum Natura Inno a Venere


L’inno a Venere (libro 1, vv 1-43)
L’inizio dell’opera è molto diverso dalla tradizione poemistica. Il “De Rerum Natura” inizia con un’invocazione a Venere che potrebbe sembrare una contraddizione rispetto al contenuto dell’opera. Venere è ripresa nelle sue caratteristiche classiche dando una connotazione legata al ciclo della natura; fecondità come sinonimo di piacere (per gli epicurei) nell’atto e nel processo di riproduzione. La bellezza di Venere viene richiesta da Lucrezio per la sua composizione poetica, per rendere la sua opera immortale. L’altra arma e funzione di Venere è il tenere calmo Marte dio della guerra che dà fastidio, con le sue guerre, ai poeti che hanno bisogno di pace. La seduzione a cui Marte è costretto verrà ripresa poi da Tasso nella scena tra Armida e Rinaldo.
Lucrezio usa un linguaggio arcaico anche per i suoi tempi poiché l’epica doveva avere un linguaggio più maestoso. Inventa anche notevoli quantità di parole (in filologia chiamate: HAPAX) non usate mai da nessuno né prima né dopo. Ad esempio per intendere la nascita usa l’espressione “essere gettato sulle spiagge del sole“. Si nota un alternamento di terra, acqua, mare; la legge della riproduzione-piacere domina gli eventi del mondo (la natura delle cose).
L’elogio a Venere probabilmente ha avuto la funzione di tenere tranquillo il popolo dei lettori romani senza sconvolgere troppo il Pantheon romano.