L’Italia di fine Ottocento di Marino Martignon

L’Italia di fine Ottocento di Marino Martignon

L’Italia di fine Ottocento di Marino Martignon


Indice

  1. La Sinistra al potere (1876-1900)

 1.1 La Sinistra al governo

 1.2 La politica del “trasformismo”

 1.3 Le riforme della Sinistra

 1.4 Una politica economica “protezionistica”

 1.5 La politica estera italiana negli anni del governo della Sinistra

 1.6 La riforma del codice penale: il “Codice Zanardelli

 

  1. Nascita dei movimenti di massa alla fine del XIX secolo

1.1 Nascita del movimento operaio in Italia (le società di mutuo soccorso)

2.2 Il partito socialista italiano

2.3 Il movimento cattolico

  1. L‟Italia dei governi Crispi e Giolitti

3.1 I governi di Francesco Crispi (1887-‟91 / 1893-„96)

3.2 I governi Giolitti nel primo decennio del XX secolo

Storia – L’Italia di fine Ottocento – Marino Martignon

  1. La Sinistra al potere (1876-1900)

1.1 La Sinistra al governo

Le correnti della Sinistra liberale all‟opposizione divengono maggioranza vincendo le elezioni del 1876. Il programma dello schieramento di Sinistra, guidato da Agostino Depretis, prevede i seguenti principali obiettivi:

  • allargamento della base elettorale (si faranno le leggi del 1882 e del 1887)
  • istruzione obbligatoria e gratuita dai sei ai nove anni (realizzata in seguito con la legge Coppino)
  • introduzione di forme di decentramento amministrativo
  • alleanza con la Germania (Triplice alleanza, 1882)

1.2 La politica del “trasformismo”

Prima di vedere le diverse riforme attuate dalla sinistra, vale la pena di soffermarsi ad analizzare un fenomeno politico-parlamentare che, iniziato in questi anni, caratterizzerà la politica italiana fino ai nostri giorni: il “Trasformismo”. Il passaggio del governo dalla Destra storica alla Sinistra storica non fu un evento rivoluzionario, il tracollo della Destra alle elezioni del 1876 indica che molti elettori ( e parlamentari) passarono da uno schieramento all‟altro. Che tra le due formazioni politiche le distinzioni ideali e programmatiche non fossero lontanissime è dimostrato dal fatto che lo stesso Depretis (capo del governo della Sinistra dal 1876 al 1887) nel 1882, per realizzare il proprio programma di governo, si accorda con la Destra di Minghetti, alla ricerca di una estesa maggioranza moderata in opposizione alle ali parlamentari estremiste, tale pratica fu definita “trasformismo”, e risponde ad una logica di soddisfazione di interessi, sia del movimento di appartenenza sia dei singoli parlamentari.

1.3 Le riforme della Sinistra

Alcune riforme che la Sinistra al governo riesce ad attuare sono sicuramente degne di nota :

  • allargamento della base elettorale
  • frequenza obbligatoria dell‟istruzione di base
  • avvio di una prima legislazione in campo sociale
  • revisione del sistema delle tasse, con l‟eliminazione della tassa sul macinato Allargamento della base elettorale

Con la riforma elettorale del 1882 il governo della Sinistra riduce i limiti di censo (da 40 a 19 lire), e di età (da 25 a 21 anni), in tal modo avranno accesso al voto altri due milioni di cittadini maschi (nel corpo elettorale vi sarà, in tal modo, la prevalenza del ceto borghese), l‟elettorato attivo passerà dal 2 al 7% della popolazione.

  1. Frequenza obbligatoria dell‟istruzione di base

Nel 1877 la legge Coppino introduce l‟obbligo di frequenza (dai sei ai nove anni) nelle scuole elementari (fino alla classe terza), dando una prima risposta al grave problema dell‟analfabetismo, anche se con risultati limitati e molto differenziati. Nel 1901 gli analfabeti scenderanno nei capoluoghi di provincia al 32%, rimanendo però al 52% nelle campagne.

  1. Avvio di una prima legislazione in campo sociale

Tra il 1880 e il 1890 il parlamento italiano (anche sull‟esempio di quello tedesco) avvia delle prime iniziative di legislazione sociale, riconoscendo, ad esempio, le società di mutuo soccorso (1886), e fissando a 9 anni e otto ore giornaliere i limiti del lavoro infantile

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(1886). Prevede, inoltre, la possibilità facoltativa di assicurarsi contro gli infortuni sul lavoro presso una Cassa nazionale di assicurazioni, solo nel 1898 il parlamento italiano emanerà una legge per l‟assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e getterà le prime basi di un sistema pensionistico volontario.

  1. Eliminazione della tassa sul macinato

In campo tributario nel 1884 viene abolita l‟odiata tassa sul macinato.

1.4 Una politica economica “protezionistica”

L‟elemento caratterizzante la politica economica del governo della sinistra è l‟abbandono del liberismo del governo precedente e l‟adozione di una politica di tipo protezionistico. Una tale scelta è condizionata sia dall‟avvio della “grande depressione” economica che caratterizzerà gli ultimi decenni del XIX secolo, sia dalla crescente concorrenza tra le diverse economie nazionali. Lo Stato italiano imporrà quindi, anche su sollecitazione di un grande fronte di forze economiche e sociali, nel 1887 una nuova tariffa doganale (che rimarrà in vigore fino al 1921) per proteggere soprattutto la produzione granaria e i settori industriali tessile e siderurgico , mentre lascia bassi i dazi sui prodotti stranieri dell‟industria meccanica e chimica.

1.5 La politica estera italiana negli anni del governo della Sinistra

I rapporti di collaborazione con la Prussia iniziano nel 1866 a spese dell‟Austria e sono finalizzati a completare l‟Unita del Paese mediante l‟acquisizione del Veneto. La paura di rimanere isolata in ambito internazionale (nel congresso di Berlino del 1878 l‟Italia ha avuto ben poco peso, ma soprattutto ha l‟impressione di essere isolata) la spinge ad aderire alla

Triplice alleanza, con Austria-Ungheria e Germania, nel 1882.

  1. Primi tentativi di espansione coloniale in Africa

La Triplice è la cornice entro la quale prendono corpo, per la prima volta, dei timidi tentativi di politica coloniale da parte dell‟Italia. Nel 1882 viene occupata una striscia di territorio sulla costa meridionale del Mar Rosso. Con il governo di Crispi, del 1887, i possedimenti coloniali italiani vengono riorganizzati e ampliati e prendevano il nome di Colonia Eritrea (1890), allargatisi, poi, con il controllo della vicina Somalia. L‟espansione coloniale italiana urtava però la sensibilità del vicino impero etiopico; fu così che Crispi cercò di ottenere una forma di accordo-protettorato sull‟impero di Etiopia (o Abissinia), nel 1889 firma con l‟imperatore (negus) d‟Etiopia, Menelik, un trattato (trattato di Uccialli). Tale accordo venne però inteso diversamente dalle due parti, gli italiani, infatti iniziarono

delle forme di penetrazione nei territori etiopici che furono decisamente respinti dagli etiopici. Questi contrasti culminarono con lo scontro disastroso di Adua (1896), sedicimila

soldati italiani vengono praticamente annientati dalle forze abissine. La sconfitta costrinse Crispi alle dimissioni.

1.6 La riforma del codice penale: il “Codice Zanardelli

Durante gli anni del governo della Sinistra viene varato un nuovo codice penale che segno una svolta per l‟ordinamento giuridico italiano. Il codice, chiamato “Codice Zanardelli” dal nome del ministro della giustizia che lo fece approvare, rimase in vigore dal

1890 fino al 1930. Rispetto al codice precedente, presenta du importantissime novità:

  • l‟abolizione della pena di morte
  • l‟abolizione del divieto di sciopero.

E‟ da sottolineare come l‟Italia sia uno dei primi paesi europei ad abolire la pena di morte dal proprio codice penale.

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  1. Nascita dei movimenti di massa alla fine del XIX secolo

2.1 Nascita del movimento operaio in Italia (le società di mutuo soccorso)

Le prime organizzazioni che si affermano nel mondo del lavoro sono società di mutuo soccorso (nel 1885 il loro numero è di quasi cinquemila). Tali società si incaricano di raccogliere fondi per gli aiuti ai soci malati o invalidi. Spesso a capo di queste società vi sono esponenti dell‟aristocrazia che danno a tale attività un carattere filantropico e paternalistico.

2.2 Il partito socialista italiano

Negli anni successivi all‟Unità, si diffondono in Italia idee insurrezionali di stampo anarchico sul modello di quelle professate da Bakunin; ben presto, però, il completo fallimento derivante dalla messa in pratica di tale idee e il diffondersi del pensiero marxista, spinge alcuni appartenenti ai gruppi anarchici ad abbandonare la pratiche insurrezionali, per fondare un partito che partecipasse alla vita amministrativa e politica del Paese. Tra i principali rappresentanti di una tale tendenza vi è Andrea Costa1 (1851-1910), che alle elezioni del 1882 viene eletto deputato, il primo deputato socialista eletto al parlamento italiano.

In questo periodo vi sono numerosi movimenti di protesta tra i braccianti agricoli (danneggiati anche dalla crisi economica e produttiva a livello mondiale); il movimento di protesta che si attua nel Polesine viene chiamato “la boje” (dal modo di dire dialettale usato dai braccianti in lotta “la boje, la boje e do boto la va de fora”), le lotte dei braccianti riescono ad ottenere dei miglioramenti salariali.

Nonostante gli interventi repressivi si va diffondendo sul territorio nazionale una vasta rete di organizzazioni (dalle leghe bracciantili alle cooperative e ai sindacati urbani) che si battono per gli interessi e i diritti della classe lavoratrice.

Le diverse componenti del movimento socialista della penisola confluiscono verso la fine del secolo in un nuovo partito (soprattutto per iniziativa di Filippo Turati e del filosofo Antonio Labriola), il Partito dei lavoratori italiani (fondato a Genova nel 1892), il Partito dei lavoratori italiani segna la definitiva separazione dei socialisti dagli anarchici, nel 1893 tale partito verrà chiamato Partito socialista dei lavoratori italiani, e, infine, nel 1895 prenderà il nome Partito socialista italiano.

Nato come federazione di associazioni sindacali e politiche, mutualistiche, cooperative e culturali, nel giro di pochi anni il partito socialista italiano assume la fisionomia di un moderno partito politico fondato sul principio dell‟adesione individuale. Una sua peculiarità, rispetto altri partiti socialisti europei, è data dall‟ampio spettro dei consensi, raccoglie, infatti il favore non soltanto dei lavoratori urbani, ma anche dei braccianti agricoli della Valle Padana.

2.3 Il movimento cattolico

  1. L‟Opera dei congressi

Fedeli alle direttive di Pio IX (ricordo il suo non expedit del 1874) e perciò ostili a ogni tentativo di conciliazione con lo stato italiano, i cattolici più “intransigenti” fondano l‟Opera dei congressi, una organizzazione, saldamente controllata dal clero, che si propone

Andrea Costa conosce a Parigi la socialista russa Anna Kuliscioff e, anche grazie al suo influsso, si convince della necessità di dar vita ad un partito che partecipasse alla vita politica del paese, è così che nel 1881 fonda il Partito socialista rivoluzionario di Romagna.

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quale fine l‟impegno nel sociale. Proponendosi in opposizione e alternativa alle organizzazioni socialiste e allo Stato laico.

  1. L‟Enciclica Rerum novarum di Leone XIII

Solo con l‟avvento al soglio pontificio di Leone XIII (1878), la Chiesa mostra qualche segno di apertura nei confronti dello Stato italiano; durante il pontificato di Leone XIII aumento l‟impegno dei cattolici nel sociale, si rafforzano così, soprattutto nella Lombardia e nel Veneto società di mutuo soccorso, cooperative agricole e artigiane ispirate alla nuova dottrina sociale cattolica. La nuova posizione della Chiesa nei confronti dei problemi sociali si concretizza, da un punto di vista dottrinale, nell‟enciclica Rerum novarum pubblicata del pontefice Leone XIII nel 1891.

Nell‟enciclica, tra gli altri, sono sottolineati i seguenti punti:

  • necessità di una conciliazione fra lavoratori e imprenditori
  • condanna dello sfruttamento capitalistico
  • condanna del socialismo e della lotta di classe
  • sostegno allo sviluppo dell‟associazionismo popolare e operaio dei cattolici

Si sviluppa, in tal modo, un diffuso movimento che si pone in alternanza e in concorrenza con i socialisti.

  1. L‟Italia dei governi Crispi e Giolitti

3.1 I governi di Francesco Crispi (1887-‟91 / 1893-„96)

Nell‟ultimo decennio del XIX secolo la figura di spicco nella scena politica italiana è

Francesco Crispi; questi ricopre la carica di Primo ministro negli anni 1887-‟91 e 1893-‟96.

Gli anni del governo Crispi si caratterizzano per due aspetti:

  • in politica estera per le iniziative coloniali (probabilmente anche per emulazione delle altre grandi potenze europee e della Germania in particolare, Crispi nutriva una grande ammirazione per Bismarck)
  • in politica interna per le iniziative repressive, finalizzate a mantenere l‟ordine pubblico

Delle iniziative e degli esiti in campo coloniale abbiamo già parlato nelle pagine precedenti. Per quanto attiene le attività repressive attuate negli anni di fine secolo, è necessario studiare il fenomeno con attenzione.

Verso la fine del XIX secolo, lo sviluppo industriale in Italia, pur essendo in ritardo rispetto a quello di altri paesi, raggiunse delle discrete dimensioni. Contadini e operai cominciarono in quegli anni a prendere coscienza della loro condizione (anche per il diffondersi delle idee socialiste), e ad organizzarsi in associazioni finalizzate ad ottenere delle migliori condizioni di vita anche attraverso forme di lotta estreme.

In questi anni si svilupparono diversi focolai di protesta (in particolare in Sicilia nel 1894 e nella Lunigiana).

Il governo come risposta a queste forme di protesta proclama lo stato d‟assedio in Sicilia e, nello stesso tempo, fa approvare dal parlamento (1894) un insieme di leggi che si pongono quale obiettivo il ristabilirsi dell‟ordine pubblico; per raggiungere una tale meta si decide di limitare la libertà di d‟espressione, in particolare vengono limitate:

  • la libertà di stampa
  • la libertà di associazione
  • la libertà di riunione

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Nell‟ottobre del 1894 si dichiara fuorilegge il Partito socialista.

Il sistema repressivo messo in atto dal governo Crispi, non solo non riesce a smantellare la rete organizzativa legata al Partito socialista, ma fa si che diversi intellettuali democratici si avvicinino con simpatia al partito dichiarato “fuorilegge”.

3.2 I governi Giolitti nel primo decennio del XX secolo a. I principi ispiratori della politica interna giolittiana

Chiamato dal re alla carica di primo ministro nel 1903, Giolitti mantiene tale carica, anche se non in modo continuativo, per un decennio.

La linea di governo di Giolitti si caratterizzerà, in un periodo di aspre lotte tra le classi sociali, per due aspetti:

  • la necessità di prestare attenzione alle richieste e alle aspirazioni delle classi lavoratrici, solo in questo modo si sarebbe potuto garantire stabilità e progresso per tutto il Paese
  • il sostegno dato alla nuova borghesia industriale, solo garantendo un sostegno a questa classe emergente l‟Italia poteva garantirsi un futuro tra le grandi potenze europee

Si spiega in questo modo la sua preoccupazione per conciliare gli interessi dei proletari con quelli della nuova classe borghese industriale. Il non prendere delle posizioni chiare in favore di una classe o dell‟altra finì per attirargli le antipatie sia dei socialist i che lo accusarono di conservatorismo, sia dei ceti borghesi, che lo accusarono di assumere un atteggiamento demagogico.

Durante i suoi governi Giolitti seppe mantenere un costante equilibrio tra le parti antagoniste (scrive lo statista italiano, lo Stato deve essere “…… disposto a lasciare a tutte

le classi la possibilità di far conoscere e di far valere le proprie aspirazioni e di difendere, nell’ambito delle leggi, i propri legittimi interessi.”), promuovendo da un lato delle leggi favorevoli alla classe lavoratrice, e, dall‟altro, una politica tesa a promuovere l‟industria italiana che era nata da poco.

  1. Le riforme dei governi Giolitti

Nella corso del suo decennio di governo Giolitti sostenne una serie di notevoli riforme in campo sociale e della sanità pubblica:

  • miglioramento della legislazione in favore dei lavoratori vecchi, infortunati ed invalidi
  • norme più umane relative al lavoro delle donne e dei fanciulli (una legge stabilisce che le donne possono rimanere a casa dal lavoro per un mese dopo il parto)
  • viene esteso l‟obbligo di istruzione fino al dodicesimo anno d‟età
  • viene stabilito il diritto al riposo settimanale

passaggio dai privati allo stato del controllo sull‟assicurazione sulla vita (l‟Istituto Nazionale per le Assicurazioni sulla vita, INA)

  • distribuzione gratuita di chinino per combattere la malaria

e a sostegno dell‟agricoltura e della nascente industria:

  • importanti lavori di bonifica e di irrigazione
  • lavori pubblici per estendere la rete stradale e ferroviaria

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Tra le diverse leggi varate durante i governi Giolitti, una è particolarmente importante, si tratta della legge che (nel 1912) stabilisce il suffragio universale maschile. Fedele ai propri principi ispiratori, Giolitti riuscì a far approvare una legge che estendeva il diritto di voto a tutti i cittadini maschi. Tale riforma riusciva finalmente, per la prima volta, a coinvolgere nella vita politica una larga parte del popolo.

  1. La politica estera italiana durante l‟età giolittiana (la guerra libica)

L’azione diplomatica del governo italiano negli ultimi anni del XIX secolo era stata caratterizzata dalla fiducia nella Triplice alleanza. Crispi e suoi collaboratori erano conviti che le questioni di politica estera si potevano risolvere con il sostegno degli alleati della Triplice.

Giolitti comprese pero ben presto che senza l‟approvazione della Francia e dell‟Inghilterra qualsiasi impresa coloniale sarebbe risultata fallimentare, cercò, perciò, di stabilire nuovi rapporti con le due potenze.

Con la Francia cercò di risolvere i contrasti, che tanto danno avevano arrecato all’economia dei due Paesi, e nel contempo concordò un’eventuale espansione francese nel Marocco in cambio del consenso ad una eventuale penetrazione italiana in Tripolitana e Cirenaica, territori ormai solo debolmente controllati dalla Turchia.

Accordi simili furono firmati con l’Inghilterra e con la Russia. Tutto ciò indeboliva la Triplice, ma rafforzava la posizione italiana in Europa e favoriva la pace facendo dell’Italia un elemento moderatore nei contrasti già in atto fra l’Austria e la Germania da una parte e l’Inghilterra, la Francia e la Russia dall’altra.

Quando nel 1911 l’Italia riprese l’attività coloniale, sbarcando sull’ultima parte dell’Africa settentrionale non ancora occupata dalle potenze occidentali, l’impresa aveva dunque avuto un’accurata preparazione diplomatica. Si giustificava la nuova impresa coloniale con l‟aumento della popolazione in Italia che aveva bisogno di nuove area al di fuori del territorio nazionale, come stava mostrando il triste fenomeno dell‟emigrazione negli Stati Uniti e nei paese dell‟America del Sud.

Per la guerra in Libia fu allestito un corpo di spedizione di 34.000 uomini e il 3 ottobre 1911 iniziarono le ostilità. La guerra non fu così semplice come si era sperato, ma alla fine l‟Italia riuscì ad ottenere dalla Turchia il riconoscimento del possesso della Tripolitania e della Cirenaica e si impegnava a far cessare la guerriglia.

L’occupazione della nuova colonia, cui fu mantenuto l’antico nome romano di Libia, non portò all’economia italiana grossi vantaggi. Quell’ampia fascia di territorio africano era infatti prevalentemente desertica e assai povera di materie prime ad eccezione di vastissimi giacimenti di petrolio, che però furono scoperti soltanto successivamente all’indipendenza del Paese (1952).

  1. I lati oscuri della politica giolittiana

Pur di rimanere protagonista della scena politica Giolitti non esitò a destreggiarsi tra i diversi partiti dell‟opposizione, cercando di accontentare un po‟ tutti con atteggiamento simile al “trasformismo” di Depretis. Non solo, sembra che lo statista pur di mantenere un alto consenso elettorale sia ricorso alla corruzione e all‟intimidazione. Un tale atteggiamento, attuato soprattutto nell‟Italia del Sud, fu denunciato da Gaetano Salvemini che definì Giolitti “ministro della malavita” con un chiaro riferimento alla presunta complicità con mafia e camorra finalizzata ad ottenere voti.

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Per non lasciarci con questa immagini negativa di quello che, dopo Cavour, è stato probabilmente il più grande statista italiano, dobbiamo ricordare che è grazie a Giolitti che la politica italiana si è aperta alla gente, egli è riuscito a dar voce a quelle forze reali del Paese che non avevano voce, e che, probabilmente, si sarebbero incanalate verso uno scontro sociale che sicuramente avrebbe danneggiato gravemente la società italiana nel suo insieme, indipendentemente dalla classe d‟appartenenza.

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