L’Italia del dopoguerra

L’Italia del dopoguerra

L’Italia del dopoguerra


All’inizio  del maggio 1945 si aprirono a Roma le consultazioni per la costituzione di un nuovo governo a base più rappresentativa di quello di Bonomi, che tenesse conto della spinta a un profondo rinnovamento che sembrava manifestarsi nelle regioni settentrionali del paese (“il vento del Nord”). Si formò così nel giugno 1945 il ministero presieduto da F. Parri, segretario del partito d’azione ed esponente partigiano, come soluzione di compromesso tra le opposte candidature di Alcide De Gasperi (DC) e Pietro Nenni, segretario del partito socialista. Fu un governo di coalizione dei sei partiti del CLN, che dovette cominciare ad affrontare i gravi problemi posti dalla difficile situazione postbellica (le trattative di pace, la ricostruzione economica, l’inflazione rapidamente avanzante, la scarsità di cibo); nel novembre 1945 il ritiro dei ministri liberali provocò però una crisi, in coincidenza con una ripresa delle forze conservatrici (espressa anche nella fondazione e nella relativa fortuna del movimento dell’Uomo qualunque). Al ministero Parri succedette così nel dicembre 1945 un altro ministero di coalizione dei partiti del CLN (cui non partecipò il partito d’azione), presieduto da De Gasperi; questo governo liquidò l’influenza dei CLN nella vita del paese (sostituzione dei funzionari nominati dai CLN con prefetti di carriera a partire dal 1º gennaio 1946) e venne normalizzando la situazione. Nel marzo-aprile 1946 il governo fece effettuare le elezioni amministrative, che segnarono il netto prevalere dei partiti di massa (democratici cristiani, socialisti e comunisti), mentre gli altri partiti venivano drasticamente ridimensionati dal responso delle urne.

Il governo prese anche importanti provvedimenti per la definitiva soluzione del problema istituzionale, fissando per il 2 giugno 1946 le elezioni politiche per l’elezione di un’Assemblea costituente, che avrebbe dovuto elaborare una nuova costituzione, da tenere contemporaneamente a un referendum istituzionale. Poco prima delle elezioni Vittorio Emanuele III abdicò (9-10 maggio), ma questa decisione non bastò a convogliare su Umberto II (il “re di maggio”) consensi sufficienti, per cui la soluzione repubblicana prevalse, sia pure di stretta misura, ossia con il 54% dei voti (12.717.923 contro 10.719.284). I risultati delle votazioni per la Costituente confermarono sostanzialmente quelli delle amministrative: la democrazia cristiana ottenne 207 seggi (35,2% dei suffragi), i socialisti e i comunisti rispettivamente 115 (20,7%) e 104 (19%); i tre partiti maggiori diedero così vita (insieme col piccolo partito repubblicano: 4,4%) a un nuovo ministero De Gasperi, rimpastato dopo la visita del primo ministro a Washington (gennaio 1947). Fu questo il governo che il 10 febbraio 1947 firmò il trattato di pace (ratificato nell’autunno): le clausole del trattato comportavano, oltre alla perdita dell’Istria a favore della Iugoslavia e a piccole rettifiche sulla frontiera alpina a vantaggio della Francia, la rinuncia alle colonie (l’Eritrea fu assegnata all’Etiopia, la Libia ebbe l’indipendenza sotto la protezione e l’assistenza dell’Inghilterra, la Somalia fu affidata per dieci anni in amministrazione fiduciaria all’Italia per conto delle Nazioni Unite), il pagamento di risarcimenti alle potenze vittoriose, forte riduzione delle forze armate. Restavano però ancora aperte la questione di Trieste (costituita, con la zona circostante, in Territorio libero suddiviso in due zone, la A, con la città, sotto occupazione anglo-americana, e la B sotto occupazione iugoslava: accordo del giugno 1946) e la controversia per l’Alto Adige con l’Austria che, nonostante l’accordo De Gasperi-Gruber del 5 settembre 1946 (allegato n. 4 del trattato di pace finale), avrebbe provocato negli anni seguenti un riaccendersi del contrasto nella zona, con atti di terrorismo da parte degli estremisti sudtirolesi.

La Costituente, riunitasi il 25 giugno 1946, elesse due giorni dopo capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola, elaborando nei mesi successivi la costituzione repubblicana, approvata il 22 dicembre 1947 ed entrata in vigore il 1º gennaio 1948. La collaborazione fra i tre partiti maggiori era andata tuttavia logorandosi, anche per la crescente tensione tra i due blocchi sul piano internazionale e l’intensificarsi della guerra fredda; nel gennaio 1947 si verificò inoltre la scissione dal partito socialista (che cambiò allora la sua denominazione da partito socialista di unità proletaria in quella vecchia di partito socialista italiano) di quella frazione, capeggiata da Giuseppe Saragat, che era contraria alla prosecuzione dell’unità d’azione con i comunisti. Nel maggio 1947 si ebbe così una crisi di governo, e comunisti e socialisti furono esclusi dalle trattative per la formazione del nuovo ministero, che si basò sulla collaborazione (dalla fine del 1947) della democrazia cristiana con i repubblicani e i socialisti della tendenza di Saragat. Le prime elezioni tenutesi dopo l’entrata in vigore della costituzione (18 aprile 1948) si svolsero in un clima di tensione, provocato dal timore degli altri partiti di una vittoria dei comunisti e dei socialisti, presentatisi con una lista comune, e dal colpo di Stato del febbraio 1948 a Praga con cui i comunisti si erano impadroniti del potere in Cecoslovacchia. Queste preoccupazioni spinsero gran parte dell’elettorato moderato e conservatore verso la democrazia cristiana, che ottenne così la maggioranza assoluta dei seggi (48,5% dei voti): De Gasperi si rifiutò però di formare un governo monocolore cattolico, perché temeva le conseguenze di una spaccatura verticale tra cattolici e laici, e preferì formare un governo quadripartito (con i liberali [il liberale L. Einaudi l’11 maggio 1948 venne eletto presidente della Repubblica], i repubblicani e i socialdemocratici) di coalizione centrista, che fu per i sette anni seguenti (anche dopo l’uscita dei liberali) la base dei successivi governi (sesto governo De Gasperi, tripartito, 1950-1951; settimo governo De Gasperi, formato da democristiani e repubblicani, 1951- 1953). In politica estera, dopo il 18 aprile l’Italia accentuò il suo schieramento dalla parte dell’Occidente dando la sua partecipazione all’alleanza militare della NATO (il trattato fu ratificato dal parlamento nella primavera del 1949), nonostante la forte opposizione dei socialisti e dei comunisti, e appoggiando le tendenze europeiste (adesione alla CECA, speranze nella CED, ecc.). Avvenimento rilevante nel campo della politica interna fu la rottura dell’unità sindacale che si era stabilita nell’immediato dopoguerra: dopo lo sciopero generale di protesta proclamato dalla CGIL nel luglio 1948 in occasione dell’attentato a Togliatti i cattolici uscirono infatti da quella organizzazione, dando vita nell’ottobre alla Libera confederazione generale italiana del lavoro, seguiti nel maggio 1949 dai repubblicani e dai socialdemocratici (creazione della Federazione italiana del lavoro e, successivamente, dell’Unione italiana del lavoro [UIL]).

La ricostruzione economica del paese dissestato dalla guerra s’impose con la massima urgenza. I governi quadripartiti cercarono di affrontare la grave situazione delle campagne, specie di quelle meridionali, avviando — sotto la pressione delle occupazioni di terre da parte dei contadini avvenute nel 1949 e nel 1950 — un’azione di riforma agraria (legge speciale per la Sila del maggio 1950, legge-stralcio approvata nell’ottobre dello stesso anno) e istituendo la Cassa per il Mezzogiorno (10 agosto 1950). Negli anni 1951-1955 la produzione industriale poté così aumentare del 10% circa annuo, favorita dalla creazione di una moderna ed efficiente siderurgia statale (piano Oscar Sinigaglia) e dall’espansione dei settori meccanico, chimico e petrolifero; l’alto tasso di sviluppo del prodotto lordo nazionale non fece però diminuire le dimensioni dei cronici fenomeni della disoccupazione e della sottoccupazione (2.161.000 iscritti alle liste di collocamento nel 1955), contenuta dalla politica di emigrazione favorita dal governo (circa 150.000 persone all’anno). La coalizione quadripartita ebbe dopo il 1948 vita difficile a causa delle difficoltà politiche ed economiche che il paese si trovò ad affrontare: nonostante gli sforzi di De Gasperi per conservare un equilibrio tra le forze conservatrici e quelle progressive all’interno della democrazia cristiana e della coalizione, nel 1951 i socialdemocratici e i liberali uscirono dal governo, che continuarono però in generale ad appoggiare dall’esterno. I risultati delle elezioni amministrative del 1951-1952, che ridimensionarono il successo democristiano del 18 aprile e resero poco probabile la prospettiva di una solida maggioranza centrista dopo le elezioni politiche fissate per il 1953, portò alla presentazione di un progetto di legge (battezzata dalle sinistre “legge truffa”) che avrebbe dato i due terzi dei seggi a quel fronte di partiti che avesse ottenuto un voto in più del 50%: ma i risultati delle elezioni (7 giugno 1953) fecero fallire questo disegno. I quattro partiti di centro promotori della legge ottennero infatti soltanto il 49,85% dei voti, mentre la democrazia cristiana scendeva al 40% e guadagnavano invece terreno i comunisti, i socialisti del PSI e le destre.


Si apriva così, dopo il tentativo di De Gasperi di dare vita a un ministero monocolore (che non ottenne però la maggioranza), una nuova fase, caratterizzata dalla difficoltà di arrivare a stabilire un nuovo equilibrio politico: in più casi, quindi, il quinquennio 1953-1958 vide la formazione di governi di minoranza che si reggevano sull’astensione delle destre o sull’appoggio contingente delle sinistre su questioni specifiche. Nel campo delle relazioni internazionali, un avvenimento importante fu la definizione del problema di Trieste, lasciato irrisolto dal trattato di pace; la questione, entrata in una fase acuta sotto il successore di De Gasperi, Pella (7 agosto 1953 – 12 gennaio 1954), fu risolta dal successivo ministero Scelba (10 febbraio 1954 – 8 luglio 1955) mediante un accordo con Tito (ottobre 1954) che attuò una spartizione del Territorio libero (con la successiva incorporazione di Trieste all’Italia). Sul piano economico, la necessità di combattere in modo più efficace la disoccupazione e di sollevare le zone depresse del paese portò nel 1955 all’approvazione del piano Vanoni per lo sviluppo dell’occupazione e del reddito. Nel frattempo processi e trasformazioni di notevole rilievo stavano verificandosi all’interno dei principali partiti. Nella democrazia cristiana Fanfani, che aveva tentato dopo la caduta di Pella di formare un governo monocolore (gennaio 1954), fallendo per la diffidenza sia della destra sia della sinistra laica, riuscì a conquistare la maggioranza alla sua corrente (“Iniziativa democratica”) al congresso della DC dell’estate 1954, venendo così eletto segretario generale del partito e impegnandosi negli anni seguenti a dare un’efficiente organizzazione burocratica al partito stesso. In seno al PSI andava acquistando un peso sempre maggiore la corrente autonomista, favorevole alla rottura dell’unità d’azione con i comunisti e disposta alla collaborazione con la DC e gli altri partiti democratici laici all’interno del quadro istituzionale repubblicano; nel partito liberale prendeva rilievo l’azione di Giovanni Malagodi (segretario dalla primavera del 1954), che si definiva sostenitore di una larga politica liberistica; fermenti revisionistici cominciarono a farsi strada anche nel partito comunista, dopo il 20º congresso del PCUS: un chiaro sintomo del maturare di una nuova situazione lo si ebbe in occasione delle elezioni presidenziali del 1955, quando Nenni fece convergere i voti del suo partito su Giovanni Gronchi, candidato della sinistra democristiana, di cui erano note le simpatie per l’idea della collaborazione tra democristiani e socialisti. Caduto Scelba, che si era opposto all’elezione di Gronchi, il presidente della repubblica, che aveva una concezione più ampia della funzione della presidenza nella vita politica del paese, diede l’incarico a Segni, che formò un governo quadripartito (7 luglio 1955). Sotto questo ministero venne potenziato l’ENI (cui una legge concesse diritti esclusivi di ricerca), fu creato il ministero delle partecipazioni statali (gennaio 1956) per coordinare le imprese pubbliche, venne avviata una più decisa politica per l’industrializzazione del Mezzogiorno; fu altresì ripreso (dopo che il voto contrario del parlamento francese aveva fatto fallire la CED) il processo di integrazione europea, che portò alla formazione del Mercato comune europeo (MEC), stabilito con il trattato di Roma del marzo 1957. Nel maggio 1957 il ministero Segni, che si era andato progressivamente spostando a destra (il 28 febbraio 1957 il partito repubblicano si era ritirato dalla maggioranza, e all’inizio di maggio Saragat aveva pubblicamente attaccato il ministero di cui pure faceva parte il suo partito), cadde sulla questione dei patti agrari; gli succedette un governo di minoranza monocolore democristiano, presieduto da A. Zoli (16 maggio 1957 – 19 giugno 1958), che si limitò in sostanza a preparare le elezioni politiche del 1958 (25 maggio).

Queste elezioni, caratterizzate da una forte polemica sul confessionalismo, non fecero registrare spostamenti notevoli nello schieramento politico italiano, eccezion fatta per il calo dei monarchici nel Sud, che tornò a favore soprattutto della DC (passata al 42,2%). L’incarico di formare il governo fu assunto da Fanfani, il quale diede vita a un ministero fondato sulla coalizione tra democristiani e socialdemocratici, che poté entrare in carica per l’astensione dei sette deputati repubblicani (1º luglio 1958 – 26 gennaio 1959); il governo Fanfani si orientò a sinistra, pur senza compiere seri sforzi per ottenere l’appoggio dei socialisti, operazione cui si opponevano importanti esponenti del suo partito, anche se i risultati del congresso del PSI tenuto nel gennaio 1959 diedero la maggioranza a una risoluzione di Nenni che chiedeva la completa autonomia dei socialisti e la rottura definitiva del patto d’unità d’azione con i comunisti, creando così le premesse per la riunificazione dei due partiti socialisti. Dimessosi Fanfani per i contrasti interni della DC (fenomeno dei “franchi tiratori”), chiudendo così il primo timido tentativo di “apertura a sinistra”, fu messo in piedi un governo di ordinaria amministrazione presieduto da Segni (15 febbraio 1959 – 26 febbraio 1960), costituito da soli democristiani e con l’appoggio dei liberali, dei due partiti monarchici (che un accordo del 3 aprile 1959 unificò nel PDIUM) e del MSI. Intanto nella democrazia cristiana, dimessosi Fanfani anche da segretario generale, emergeva il nuovo segretario Aldo Moro, che nel convegno tenuto nel marzo 1959 a Roma nel convento di Santa Dorotea dava vita — con M. Rumor e altri esponenti del partito — alla corrente dei “dorotei”, che doveva condizionare negli anni a venire la vita interna della DC. Il governo Segni, che non poté prendere (non contando su una maggioranza omogenea) iniziative di rilievo in politica interna e che in politica estera continuò la linea ormai tradizionale di stretta alleanza con gli Stati Uniti, presentò le sue dimissioni il 20 febbraio 1960. Queste dimissioni, che non erano state precedute da un voto di sfiducia e che ebbero quindi un carattere extraparlamentare, aprirono una grave crisi, che sembrò mettere in forse la stessa esistenza della democrazia. Dopo un tentativo di Segni, appoggiato da Moro, di creare un governo monocolore sostenuto dal PRI e dal PSDI, che avrebbe dovuto ottenere l’astensione negoziata dei socialisti del PSI, l’incarico venne affidato a F. Tambroni, il quale formò un ministero d’affari democristiano, che avrebbe dovuto essere temporaneo e limitarsi alle funzioni di ordinaria amministrazione. Il governo, ricevuta la fiducia alla camera l’8 aprile, con il voto determinante dei neofascisti del MSI, tese però a trasformarsi da provvisorio in politico, annunciando una serie di provvedimenti che non si conciliavano con la provvisorietà dell’incarico e destando preoccupazioni sulle sue intenzioni future. I tumulti e i disordini di piazza a carattere antifascista iniziatisi il 30 giugno a Genova in occasione del congresso nazionale del MSI, estesisi poi ad altri centri (Reggio Emilia, ecc.), portarono alle dimissioni del governo. Fanfani fu allora autorizzato dalla direzione della DC a presiedere un altro ministero monocolore di transizione, che ebbe il voto dei quattro partiti delle vecchie coalizioni centriste e godette dell’astensione negoziata dei socialisti; questo governo, definito da Fanfani della “restaurazione democratica” e da Moro delle “convergenze parallele”, pose come problema concreto quello dell’apertura a sinistra, in direzione del PSI, il cui primo passo fu la creazione di un certo numero di giunte di centro-sinistra (Milano, Genova, Firenze) dopo le elezioni provinciali del 6-7 novembre 1960. La svolta che così si avviava nella politica interna italiana fu favorita anche dalle posizioni progressiste assunte dal 1960 da papa Giovanni XXIII che l’11 aprile 1961, in occasione della visita ufficiale fatta in Vaticano dal presidente del consiglio Fanfani, gli espresse in pubblico la sua simpatia. Il congresso della DC, tenutosi a Napoli dal 27 gennaio al 1º febbraio 1962, autorizzò gli organi esecutivi del partito a formare un governo di centro-sinistra con l’appoggio, anche se non con la partecipazione diretta, del PSI: Fanfani, dimessosi l’indomani della chiusura del congresso, dopo tre settimane di trattative con i socialdemocratici, i repubblicani e i socialisti poté così varare il primo governo di centro-sinistra, con l’astensione dei socialisti (che Nenni dichiarò però che era da interpretare come favorevole al governo), sulla base di un programma che comprendeva tra i suoi punti l’istituzione dei governi regionali, la riforma della pubblica amministrazione, un piano triennale per lo sviluppo della scuola, la programmazione economica e la nazionalizzazione delle industrie elettriche (attuata poi nel dicembre 1962).

Nel maggio 1962 si svolse la battaglia per la presidenza della repubblica, che vide la vittoria delle forze moderate e conservatrici e portò all’elezione, dopo ben nove scrutini, di Antonio Segni. La legislatura si chiuse in una situazione di frizione tra gli alleati della coalizione perché la corrente dorotea, dominante all’interno della DC, preoccupata delle conseguenze che la nazionalizzazione dell’energia elettrica avrebbe potuto avere sugli strati più moderati dell’opinione pubblica, mirò a insabbiare l’istituzione delle regioni a statuto ordinario e gli altri punti programmatici, facendo anche respingere un accordo di legislatura generale proposto da Nenni in vista delle elezioni politiche del 1963: non si arrivò tuttavia alla crisi, e il parlamento fu sciolto il 18 febbraio per le elezioni, fissate per il 28 aprile.

Gli anni dal 1959 alla fine del 1963 furono caratterizzati, sul piano economico, da un boom della produzione industriale senza precedenti nella storia dell’economia del paese, che trasformò l’Italia in un paese altamente industrializzato.

Le elezioni per la quarta legislatura repubblicana (28-29 aprile 1963) confermarono la maggioranza relativa della DC, anche se con una diminuzione percentuale dei voti (dal 42,4% al 38,3%); al calo della DC e dei monarchici (ridottisi all’1,7%) fecero riscontro una sostanziale stazionarietà del PSI e un aumento dei liberali (dal 3,5% al 7%), del PSDI (dal 4,5 al 6,1) e dei comunisti (dal 22,7 al 25,3). Le trattative per un nuovo governo di centro-sinistra, avviate dapprima da Fanfani, furono poi portate avanti da Moro, che riuscì a raggiungere un accordo tra i quattro partiti del centro-sinistra per un rilancio programmatico. Ma essendo stata messa in minoranza la linea di Nenni, favorevole alla collaborazione (16 giugno), nel comitato centrale del PSI, la cui maggioranza non aveva trovato soddisfacente il nuovo programma, e avendo pertanto Moro dovuto rinunciare all’incarico, si diede vita a un governo monocolore d’affari, presieduto dal democristiano Giovanni Leone (19 giugno), che passò alla Camera grazie all’astensione dei socialisti, dei socialdemocratici e dei repubblicani. Il congresso socialista apertosi il 24 ottobre vide però ricostituirsi la maggioranza autonomista, che approvò la decisione di creare un governo di coalizione quadripartito con la partecipazione diretta dei socialisti; di conseguenza, dimessosi il gabinetto Leone (6 novembre), il 4 dicembre Moro poté presentare il nuovo governo (Moro presidente del consiglio, con Nenni alla vicepresidenza), che ebbe come capisaldi programmatici la promulgazione di un programma economico quinquennale, l’istituzione delle regioni e una serie di riforme in campo scolastico, urbanistico e agrario. L’entrata dei socialisti al governo ebbe come contraccolpo in seno al PSI la scissione degli oppositori più risoluti (i “carristi”), che diedero vita a un nuovo “partito socialista italiano di unità proletaria” (PSIUP) e al quale aderì il 20% circa dei parlamentari socialisti. Il nuovo governo si trovò a dover fronteggiare una difficile situazione economica caratterizzata da vivaci tendenze inflazionistiche e da un crescente deficit della bilancia dei pagamenti, che fu fronteggiata da una serie di misure deflazionistiche che comportarono tra l’altro un rinvio dei provvedimenti di riforma. Un disaccordo sorto tra la DC e i partiti laici a proposito della questione del finanziamento delle scuole secondarie confessionali provocò nel giugno 1964 una crisi, superata alla fine di luglio con un nuovo governo di centro-sinistra, presieduto ancora da Moro, il cui programma attenuò e diluì le misure di riforma contemplate nella piattaforma del primo ministero Moro. Ricostituita la coalizione, si dovette affrontare il problema dell’inabilità del presidente della repubblica Segni, colpito da trombosi cerebrale nell’agosto e sostituito dal presidente del senato Merzagora. Dimessosi Segni nel dicembre, il 28 dicembre 1964 al ventunesimo scrutinio, dopo una lunga serie di trattative, fu eletto alla presidenza Giuseppe Saragat.

A partire dal 1965 — anno in cui fu superata la recessione che aveva colpito l’economia italiana nel 1964 — la coalizione dei quattro partiti andò rinsaldandosi, nonostante alcune frizioni (sul piano quinquennale, sulla riforma della scuola, ecc.) che portarono anche a una nuova crisi di governo (gennaio 1966), superata però rapidamente con la formazione di un nuovo ministero Moro. Nello stesso tempo si avviava al suo compimento il processo di avvicinamento tra PSI e PSDI, culminato nell’unificazione, sancita da un congresso comune dei due partiti (28- 31 ottobre 1966, formazione del partito socialista unificato, PSU). Questo fatto, se diede maggior coesione al gruppo socialista moderato dello schieramento politico, fu tuttavia la causa di un’ulteriore diminuzione del prestigio dei socialisti, già minato dalla scissione del 1963 e messo seriamente in crisi dai fatti politici del 1966- 1968. L’ultimo governo della quarta legislatura infatti incontrò numerosi ostacoli per la nutrita opposizione parlamentare esercitata a volte anche dai partiti della coalizione (PSU e PRI) in numerosi argomenti di politica interna: legge urbanistica, regioni, riforma ospedaliera, progetto Fortuna sul divorzio, programmazione, cui si aggiunsero la questione del Sifar e infine il problema della riforma universitaria, affermatosi con particolare vigore nella prima metà del 1968. La situazione politica, che negli ultimi mesi della legislatura aveva raggiunto una notevole tensione, ebbe ripercussioni nella consultazione elettorale del 19 maggio 1968. I risultati mostrarono un mutamento in alcuni settori dell’elettorato: a un leggero aumento dei democristiani (+0,8%) corrispose una sensibile flessione dei voti socialisti (dal 20% al 14,5%) e della destra, mentre PCI e PSIUP congiunti ottennero il 31,4% dei suffragi. Il partito socialista, che maggiormente risentì di quel mutamento, cambiò indirizzo politico decidendo di non partecipare al nuovo governo sino al congresso dell’ottobre 1968 e aprendo così una crisi ministeriale che fu risolta nuovamente con la formazione di un governo “ponte” monocolore (DC) “d’affari” presieduto da G. Leone che ottenne l’approvazione del parlamento, in seguito all’astensione del PSU e del PRI.