L’illuminismo in Italia

L’illuminismo in Italia

ASOR ROSA,Storia della lett. Italiana,

La Nuova italia, 1985, pp. 342-351.

Nella seconda metà del sec. XVIII in Italia abbiamo un periodo di pace (la pace di Aquisgrana, del 1748, alla fine delle guerre di successione spagnola, polacca ed austriaca, ha determinato l’emarginazione della Spagna e l’inizio dell’egemonia austriaca) che favorisce l’azione riformatrice degli Asburgo in Lombardia, dei Borboni a Napoli e Parma, dei Lorena (Asburgo) in Toscana

Il movimento riformatore ha a che fare con una legislazione confusa (per quanto concerne i rapporti fra Stato e sudditi, fra potere centrale e poteri locali di feudatari, clero e corporazioni; per quanto riguarda i sistemi di accertamento della rendita e di tassazione) e quindi si promuovono razionalizzazioni in questo senso; ci sono poi i privilegi ecclesiastici (manomorta, esenzione da tasse, monopolio dell’istruzione) e quindi si lotta per affermare l’autorità dello Stato sulla Chiesa (giurisdizionalismo) e sottrarre l’insegnamento ai gesuiti ci sono inoltre consistenti residui di potere feudale nelle campagne e un conseguente scarso sviluppo delle attività economico-produttive (quindi si promuovono bonifiche e ammodernamenti tecnologici)

Gli intellettuali sono disponibili per quest’opera di riforme come funzionari statali. Sono, ancora (come sempre), gruppi piuttosto ristretti e provengono dalla aristocrazia (un’economia mercantile è in ritardo, e quindi manca la nuova classe; sono allora i settori avanzati dei vecchi ceti a cercare di razionalizzare le strutture, appoggiandosi al sovrano illuminato). Organizzati in Accademie (dei Pugni a Milano) si rivolgono sia al potere costituito sia all’opinione pubblica (ma le classi subalterne, vedi il Sud, sono analfabete) attraverso nuovi mezzi di comunicazione (il giornale-rivista con interessi polivalenti: vedi Il Caffè). Il ritardo della borghesia capitalista si avverte sia nel pensiero economico (che resta al di qua del mercantilismo, per una linea protezionista)sia nel pensiero etico-politico. Circa la letteratura, viene messo l’accento sulla sua natura civile ed utilitaria; ma c’è anche l’assimilazione del sensismo che pone la sensazione alla base del giudizio estetico: quindi si teorizza una forma piacevole unita ad un contenuto utile e vero. Il pensiero giuridico ha il suo capolavoro in Dei delitti e delle pene  di C. Beccaria (1764).