L’età giolittiana e la guerra mondiale

L’età giolittiana e la guerra mondiale

L’età giolittiana e la guerra mondiale


L’attentato in cui re Umberto I perse la vita a opera dell’anarchico Bresci (Monza, 29 luglio 1900) non interruppe il processo di distensione interna: il nuovo sovrano Vittorio Emanuele III parve anzi rispondere a una mentalità più aperta e, nei primi anni di regno, si attenne rigidamente al rispetto delle garanzie costituzionali. A Roma (settembre 1900) il congresso socialista approvò la politica di alleanza coi radicali e coi repubblicani; e l’estrema sinistra coalizzata concesse di lì a pochi mesi una benevola attesa al governo ZanardelliGiolitti, costituitosi nel febbraio 1901. Estremamente qualificante era per questo governo la presenza di Giolitti agli interni, perché egli manteneva immutate le premesse per uno sviluppo in senso liberale della politica interna di cui s’era fatto sostenitore nel 1892; e in effetti, pur entro limiti precisi, la nuova linea d’azione fu confermata dall’atteggiamento del governo nei confronti degli scioperi per aumenti salariali, che Giolitti considerava legittimi e benefici in quanto concorrenti a stabilire un migliore equilibrio sociale; ciò non impedì tuttavia che le truppe e la polizia intervenissero talvolta contro gli scioperanti, in difesa della libertà di lavoro. L’appoggio dei socialisti riformisti, che nel 1902 avevano conquistato la maggioranza del partito, fu messo in forse da questi episodi; ma valse in seguito a ristabilirlo l’attività nel campo della legislazione sociale promossa da Giolitti (tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, istituzione dell’ufficio del lavoro, ecc.). Giolitti (presidente del consiglio nel novembre 1903 al posto di Zanardelli) arrivò anche a offrire a Turati di entrare nel ministero; il leader socialista tuttavia rifiutò anche perché pressato dal delinearsi di una minoranza intransigente rivoluzionaria, che trovò la sua espressione nel sindacalismo rivoluzionario ispirato a Sorel (Arturo Labriola, Paolo Orano, Angelo O. Olivetti); unite ai rivoluzionari di E. Ferri, queste forze conquistarono nel 1904 (congresso di Bologna) la maggioranza del partito, promuovendo poi nel settembre successivo uno sciopero generale. Questi episodi erano l’espressione dei motivi di scontento che non mancavano nel paese, primo fra tutti l’esistenza della questione meridionale: il Mezzogiorno, depresso e impoverito, era tra l’altro gravemente danneggiato dalla politica doganale del governo, che tornava a vantaggio del Nord industriale, mentre sul piano politico i fenomeni di clientelismo offrivano un buon terreno per la capacità di Giolitti di manovrare le elezioni, servendosi dei prefetti e degli altri strumenti dello Stato. Per fronteggiare la situazione Giolitti ricorse alle elezioni generali (novembre 1904), per le quali ottenne l’appoggio di una parte dei cattolici, i clericomoderati, i quali con il papato di Pio X s’andavano imponendo nel mondo cattolico contro le forze democraticocristiane. Queste ultime infatti, che rappresentavano un tentativo di avvicinarsi alle forme politiche più democratiche e moderne e di affrontare i più scottanti temi sociali, vennero disperse con lo scioglimento dell’Opera dei congressi (1904), mentre in seguito fallirono i tentativi di organizzare un movimento politico democraticocristiano autonomo. I cattolici entrarono così nella lotta elettorale del 1904 (prima deroga al non expedit) a rincalzare coi loro voti i candidati liberalmoderati contro gli esponenti dell’estrema sinistra. Dopo le elezioni, che segnarono una sconfitta per i socialisti e una schiacciante vittoria di Giolitti, questi si dimise nel marzo 1905 (per motivi di salute e per la questione delle convenzioni ferroviarie), lasciando il posto a Fortis, e dal febbraio del 1906 a Sonnino, il quale costituì un governo di coalizione radicalconservatore, che in un primo tempo ottenne anche la benevola neutralità dei socialisti. Giolitti tornò però al governo dopo pochi mesi (maggio 1906) con il suo terzo ministero, che fu leggermente più conservatore del secondo, e tenne il potere per tre anni e mezzo, promuovendo una legislazione sociale che mirò a favorire le cooperative operaie, con vantaggio soprattutto del proletariato del Nord. Nel 1906 si costituì la Confederazione generale del lavoro, cui si rifiutarono di aderire i sindacalisti rivoluzionari, i quali rimasero in minoranza nel congresso socialista dl Roma (1906); su basi sostanzialmente riformiste il partito socialista e la Confederazione del lavoro stipularono quindi un accordo nel 1907, mentre i sindacalisti rivoluzionari si inserivano nelle agitazioni salariali del 1907 e del 1908 conducendo lunghi scioperi bracciantili nel Ferrarese e nel Parmense. Ma il fallimento delle agitazioni nel Parmense permise ancora una volta ai riformisti di prevalere al congresso socialista del 1908; e la loro battaglia politica si indirizzò sui temi dell’antimilitarismo e dell’antitriplicismo (la Triplice era stata ancora rinnovata il 28 giugno 1902 e, tacitamente, nel 1907) accentuando anche gli aspetti anticlericali della loro posizione. L’opposizione antitriplicista era infatti assai viva nella Sinistra italiana, benché il significato esclusivamente difensivo dell’alleanza fosse stato ribadito dagli accordi con la Francia (accordi Prinetti-Delcassé, 1902) circa l’equilibrio nel Nord Africa e da quelli con l’Inghilterra per il Mediterraneo, e fosse stato confermato dall’azione italiana (definita un “giro di valzer” dal cancelliere tedesco von Bülow) nella conferenza di Algesiras del 1906; ma nel 1908-1909, dopo l’annessione austriaca della Bosnia- Erzegovina, erano sopravvenute complicazioni all’interno dell’alleanza, perché da parte italiana si sperava in compensi nelle terre irredente quale contrappeso per l’espansione austriaca nei Balcani.

La crisi bosniaca, risolta sul piano diplomatico, e la conseguente delusione nei confronti della Triplice avevano lasciato lo strascico di manifestazioni irredentistiche, le quali, unite alle tradizionali simpatie della Sinistra per la Francia democratica e radicale, e all’antimilitarismo socialista, offrirono l’occasione per una vasta campagna antitriplicista. I cattolici, organizzati dal 1906 nell’Unione popolare e nell’Unione elettorale, allarmati per il progredire delle forze socialiste e per il loro atteggiamento anticlericale, e disposti oltre tutto a simpatie per l’Austria cattolica e la Germania autoritaria, allargarono perciò ulteriormente, in occasione delle elezioni del 1909, la loro partecipazione elettorale, in appoggio ai candidati moderati e clericomoderati. Alla fine dell’anno, messo in difficoltà dal problema della marina mercantile, e posto in minoranza sulla riforma fiscale, Giolitti si dimise (2 dicembre 1909), lasciando il posto a Sonnino, capo di un gabinetto conservatore, che resse solo sino al marzo 1910 (secondo “ministero dei Cento giorni”) e successivamente a Luzzatti, il quale però cadde nel marzo 1911 sulla questione del suffragio universale. Giolitti tornò così al potere, con tre ministri radicali, sulla base di un impegno per il suffragio universale maschile aperto anche agli analfabeti che avessero fatto il servizio militare; la riforma venne in realtà approvata nel giugno 1912. Ma questo quarto ministero giolittiano, per quanto facesse approvare anche la legge sul monopolio statale delle assicurazioni, segnò anche la fine della collaborazione coi socialisti, che fu provocata dalla guerra italo-turca. Insistentemente richiesta dalla stampa dei nazionalisti e in parte dei cattolici fin dai primi mesi del 1911, la guerra per la conquista della Libia (1911-1912) fu condotta da Giolitti con estrema avvedutezza sul piano diplomatico, cosicché furono evitate all’Italia complicazioni con la Francia (nonostante gli incidenti dei piroscafi Carthage Manouba) e con le altre potenze europee, interessate a che l’Impero ottomano non uscisse distrutto dalla guerra con l’Italia. Ma i socialisti, che si opposero alla guerra, salvo un’esigua minoranza riformista, ricorrendo anche allo sciopero generale (dichiarato il 25 settembre 1911 in una riunione comune delle direzioni del PSI e della CGL), ritirarono il loro appoggio a Giolitti, mentre all’interno del loro partito si delineava una forte corrente intransigente (guidata da Mussolini e da Costantino Lazzari) che nel 1912 conquistò la maggioranza, espellendo quei riformisti (Bissolati, ecc.) che erano stati favorevoli alla guerra. Di fronte a questa forte ripresa del socialismo rivoluzionario le forze conservatrici (cattolici e liberali) fecero fronte comune alle elezioni del 1913, che segnarono una vittoria limitata per il governo e le forze liberalconservatrici, appoggiate dai cattolici (“patto Gentiloni”); poche settimane dopo le elezioni Giolitti, in seguito al passaggio dei radicali all’opposizione, si dimise (marzo 1914), e il re chiamò a succedergli Antonio Salandra; ma questo, che avrebbe dovuto essere un ministero di transizione, si mostrò molto più solido delle previsioni iniziali, in parte per l’abilità con la quale Salandra fronteggiò le agitazioni rivoluzionarie dell’estate 1914 (“Settimana rossa”), ma soprattutto per la situazione venutasi a creare con l’esplosione della guerra mondiale (luglio-agosto 1914). Il governo, sulla base del testo della Triplice, che era stata rinnovata per l’ultima volta nel 1912, proclamò la neutralità; mentre nel paese si delineavano da una parte l’opposizione socialista alla guerra (indebolita però dalla defezione di Mussolini) e dall’altra l’interventismo, diviso in varie correnti (democratici, come Salvemini e Bissolati; nazionalisti; liberali conservatori, come L. Albertini). Il governo, in cui entrò come ministro degli esteri dopo la morte del marchese di San Giuliano (16 ottobre 1914), il Sonnino (novembre 1914), affrontò il lavoro di preparazione militare mentre veniva tentata la via dei negoziati con l’Austria-Ungheria per cercare di ottenere l’acquisto delle terre irredente per via pacifica. Fallite queste trattative, Salandra cominciò (3 aprile 1915) i negoziati con l’Intesa, stipulando con questa il patto di Londra (26 aprile 1915), mediante il quale l’Italia si impegnava a intervenire in guerra a fianco dell’Intesa entro un mese. Dopo una rapida crisi extraparlamentare, provocata dall’irrigidirsi della maggioranza giolittiana del parlamento su posizioni neutraliste, Salandra, che aveva rassegnato le dimissioni il 13 maggio, tornò al potere (18 maggio) dopo che Giolitti aveva rifiutato l’incarico di formare un nuovo governo; il governo Salandra il 20 maggio ottenne così i pieni poteri dal parlamento, e il 24 maggio l’Italia entrò nel conflitto (v. GUERRA MONDIALE [prima]). La guerra fu inizialmente condotta dal governo su una base essenzialmente nazionale, in quanto diretta esclusivamente alla conquista delle terre irredente e della preminenza nell’Adriatico; nel giugno 1916, dopo che il 10 giugno Salandra era stato messo in minoranza alla camera, venne però costituito un ministero di coalizione nazionale, presieduto da P. Boselli, che allargò la sua solidarietà con le potenze dell’Intesa dichiarando guerra alla Germania (28 agosto 1916). Ma l’insufficiente condotta militare, che portò alla rotta di Caporetto (ottobre 1917) e l’inadeguata politica interna, che si rivelò anche attraverso gli scioperi e le agitazioni di Torino dell’agosto 1917, portarono (novembre 1917) alla costituzione del nuovo ministero Orlando, che resse il paese fino alla vittoria e ai primi mesi del 1919.