L’età giacobina e napoleonica 1796-1814

L’età giacobina e napoleonica 1796-1814

L’età giacobina e napoleonica 1796-1814


Di fronte agli sviluppi della Rivoluzione francese, tutti gli Stati italiani abbandonarono ogni velleità riformatrice e si unirono al fronte antifrancese; Vittorio Amedeo III e il regno di Napoli conclusero esplicite alleanze offensive con le potenze della prima coalizione (1792-1793); gli altri Stati italiani si mantennero neutrali, ma si ebbero lo stesso vari incidenti, che acuivano la tensione con la Francia rivoluzionaria, tra cui l’uccisione di H. de Bassville a Roma (1793). Nelle popolazioni, vario era lo stato d’animo di fronte agli avvenimenti francesi: parte delle masse contadine, per lo meno inizialmente, non vi fu ostile, vedendo realizzate in Francia le proprie aspirazioni antifeudali; ma le campagne furono ben presto guadagnate dalla fortissima propaganda antirivoluzionaria e clericale. Una parte del ceto dirigente illuminista, di fronte all’affossamento delle riforme, si distaccò dai governi (Melzi, Verri, G. B. Vasco), abbracciando posizioni costituzionali moderate che ne prepararono l’adesione ai governi repubblicani. Si formarono, infine, minoranze “patriote” e giacobine, in parte derivate dalla massoneria (setta degli illuminati di Baviera), che iniziarono una vivace attività cospirativa accompagnata da repressioni poliziesche ed esecuzioni capitali (in Piemonte, repressione della congiura facente capo a I. Bonafous e C. Botta, nel maggio 1794; a Napoli, nello stesso mese, scioglimento della società patriottica diretta da C. Lauberg, con tre condanne a morte; a Bologna, tentativo insurrezionale dello studente Luigi Zamboni nel novembre 1794; in Sardegna, moti antifeudali diretti dal magistrato G. M. Angioj e attività di Filippo Buonarroti, ecc.). Nominato comandante dell’armata d’Italia il 2 marzo 1796, Napoleone Bonaparte varcò le Alpi e, occupato il Piemonte (battaglie di Montenotte, Millesimo e Dego), concluse l’armistizio di Cherasco (28 aprile) e la pace di Parigi (15 maggio), che conservavano a Vittorio Amedeo il Piemonte, distaccandone Nizza e la Savoia e garantendo ai Francesi l’occupazione delle principali fortezze del paese. Cadde così la repubblica di Alba, primo tentativo dei giacobini di creare il nucleo di una repubblica italiana, con un programma democratico avanzato e con l’instaurazione di stretti legami con la sinistra democratica francese. La politica del Direttorio in Italia doveva infatti seguire indirizzi assai diversi, vedendo nei territori italiani occupati un mezzo di pressione e una merce di scambio nelle trattative con l’Austria: la sistematica spoliazione finanziaria, l’ostilità verso ogni corrente giacobina e unitaria, l’appoggio ai moderati ne sarebbero state le caratteristiche, cui si sarebbe aggiunta in Bonaparte la volontà di fare del paese la base del proprio potere personale mediante la creazione di repubbliche “sorelle” strettamente dipendenti dalla Francia. Per le varie fasi della vittoriosa campagna del 1796-1797, v. la voce I TALIA (campagna d’): qui basterà ricordare che, oltre ad aver occupato la Lombardia e parte del Veneto, Bonaparte impose pesanti oneri finanziari a Parma e a Modena, in giugno occupò le Legazioni pontificie, installò un presidio ad Ancona e obbligò Pio VI a una forte contribuzione e a consegnare numerose opere d’arte. Conclusa poi col papa la pace di Tolentino (19 febbraio 1797), iniziò con l’Austria i preliminari di pace a Leoben (aprile 1797), in base ai quali, secondo una clausola segreta, essa rinunciava alla Lombardia venendone compensata con l’Istria, la Dalmazia e gran parte della terraferma veneta. Sin dall’agosto del 1796 era stata creata in Lombardia un’amministrazione generale provvisoria, e Milano era divenuta la capitale dei patrioti e giacobini esuli e un centro di vivace attività giornalistica e politica; ma la sorte definitiva della Lombardia restava in sospeso per le incertezze del Direttorio, mentre le gravose requisizioni e il conseguente dissesto finanziario suscitavano le prime ostilità contro i Francesi. Più rapidamente venne dato un assetto all’Emilia, dove Reggio e Modena, allontanata la reggenza estense, si erano aggregate a Bologna e Ferrara (agosto-ottobre 1796): un congresso elettivo convocato a Reggio e poi a Modena (27 dicembre 1796 – 1º marzo 1797) approvò la creazione di una Repubblica Cispadana una e indivisibile, la cui costituzione, accentuatamente moderata e modellata su quella francese del 1795, fu l’unica del triennio repubblicano a non essere imposta dai Francesi. (Al congresso di Reggio, il 7 gennaio 1797, venne consacrato il tricolore, già approvato nel novembre precedente da Bonaparte per le milizie lombarde, quale vessillo della Cispadana.) Un direttorio di tre membri e un corpo legislativo si riunirono a Bologna; ma nel luglio del 1797 Bonaparte decise di sciogliere la Cispadana e la aggregò, insieme alla Romagna, alla Repubblica Cisalpina, sorta il 29 giugno 1797, la cui costituzione venne promulgata l’8 luglio. Sin dal 6 giugno era stata creata la Repubblica Ligure democratizzata; un grave colpo ricevette invece il movimento giacobino con la cessione all’Austria del Veneto, sanzionata dalla pace di Campoformio (17 ottobre 1797), dopo pochi mesi di vivace vita democratica; gli esuli veneti a Milano andarono a ingrossare correnti più o meno apertamente antifrancesi e indipendentiste. Partito Bonaparte dall’Italia nel novembre 1797, si riunì a Milano il corpo legislativo, dove presero il sopravvento le correnti democratiche e vennero approvate diverse leggi per l’abolizione della feudalità, la vendita dei beni ecclesiastici e nazionali e la soppressione di vari ordini religiosi. Alla realizzazione di un programma organico di riforme furono tuttavia d’ostacolo, oltre alle difficoltà finanziarie, i ripetuti colpi di Stato imposti dal Direttorio tramite i suoi agenti, sia per arginare l’azione dei democratici sia come contraccolpo delle vicende interne francesi. Nel febbraio del 1798, in seguito all’uccisione del generale Duphot a Roma, il Direttorio incaricò il generale Berthier di occupare Roma e lo Stato Pontificio, mentre Pio VI si ritirò in Toscana. La nuova Repubblica Romana rimase sottoposta per i diciotto mesi della sua esistenza a una sorta di dittatura militare francese (al Berthier succedette presto lo Championnet), pur avendo una costituzione propria; e anche qui il governo, nonostante una certa attività di riforme (abolizione dei feudi e fedecommessi, riduzione delle mense vescovili), fu ostacolato dall’inflazione, da gravissime difficoltà finanziarie e da vari rimaneggiamenti voluti dalle autorità francesi, mentre l’arretratezza delle campagne provocava vasti fermenti di rivolta sanfedista. Dopo lo Stato Pontificio venne occupato dai Francesi anche il regno di Napoli (gennaio 1799), il cui esercito, al comando del generale austriaco Mack, aveva attaccato nel novembre la Repubblica Romana, riuscendo a impadronirsi della città; ma Championnet, costretto in un primo tempo alla ritirata, passò alla controffensiva, rioccupò Roma in dicembre e marciò quindi su Napoli. Ferdinando IV dovette ritirarsi in Sicilia, mentre venne creata, non senza opposizione da parte del Direttorio, la Repubblica Partenopea, organizzata per “comitati” secondo uno schema analogo a quello francese dei tempi della Convenzione; il vivacissimo ceto dirigente giacobino della capitale, che vantava nomi illustri come M. Pagano, D. Cirillo, E. Fonseca Pimentel, ecc., si trovò tuttavia in una posizione difficile a causa dell’ostilità delle masse contadine, di cui non seppe assicurarsi l’appoggio ritardando l’approvazione di una legge per l’abolizione della feudalità. Contemporaneamente alla caduta di Ferdinando IV, veniva occupato anche il Piemonte, e Carlo Emanuele IV si rifugiò in Sardegna (8 dicembre 1798); deludendo ancora una volta le speranze giacobine nell’indipendenza o nell’unione alla Cisalpina, il Piemonte venne annesso alla Francia, e sembra che proprio allora si costituisse la società segreta detta dei Raggi o della Lega nera, favorevole all’unità e all’indipendenza italiane. Ultimo a cadere fu Ferdinando III di Toscana, cui i Francesi (27 marzo 1799) sostituirono un governo provvisorio e forze d’occupazione; ma quell’epoca era già in corso in Italia settentrionale l’offensiva austro-russa del generale Suvorov, e i Francesi stavano rapidamente abbandonando le proprie posizioni in tutta la penisola. Dopo una serie di combattimenti svoltisi sull’Adige in tre fasi successive, fra le truppe del generale Scherer e quelle del generale austriaco Kray (26 maggio – 5 aprile) i Francesi dovettero ritirarsi sul Mincio. In aprile cadde la Cisalpina; in maggio venne occupato dalle forze della coalizione il Piemonte, già percorso da bande di insorti; dopo la battaglia della Trebbia (17-20 giugno) anche i territori cispadani furono sgomberati e le superstiti forze francesi si raccolsero a Genova. Nel giugno cadde tragicamente anche la Partenopea, dove, lasciato irrisolto dai giacobini il problema della terra, le masse contadine insorsero in una vera e propria jacquerie antifeudale, identificando nei giacobini gli odiati padroni; mentre gruppi di contadini assaltavano i castelli e bruciavano le carte feudali, bande di insorti, guidate dal cardinale Ruffo, marciavano all’insegna della “Santa Fede” dalla Calabria su Napoli ormai abbandonata dai Francesi, e la occupavano il 13 giugno. Al ritorno di Ferdinando IV fece seguito una feroce reazione, in cui più di cento patrioti lasciarono la vita (M. Pagano, V. Russo, D. Cirillo, I. Ciaia, F. Caracciolo). In luglio Ferdinando III di Toscana rientrò nel suo Stato e infine, nel settembre, cadde la Repubblica Romana, ormai circondata da ogni parte da bande d’insorti e da forze napoletane e austriache. Si chiudeva così la breve esperienza del giacobinismo italiano, che aveva tentato di dare saldezza e autonomia alla rivoluzione “importata”, e che la politica direttoriale e le stesse debolezze interne (conflitti tra moderati e giacobini, distacco dalle masse popolari, prevalenza in Italia di una classe media a base terriera) avevano portato al fallimento.

Dopo il colpo di Stato del 18 brumaio, Bonaparte, primo console, intraprese una seconda trionfale campagna d’Italia (1800), e con la battaglia di Marengo (14 giugno 1800) riportò sotto il dominio francese tutta l’Italia settentrionale. La pace di Lunéville con l’Austria (9 febbraio 1801) sancì la ricostituzione della Repubblica Ligure e della Cisalpina, trasformata nel 1802 in Repubblica Italiana che comprendeva anche i territori ex veneti a destra dell’Adige, le antiche Legazioni e i territori ex piemontesi tra Sesia e Ticino; l’Austria conservava il Veneto con confine sull’Adige. Dopo un periodo d’amministrazione militare, il Piemonte venne invece annesso alla Francia (settembre 1802). Nel corso della campagna (ottobre 1800) i Francesi occuparono nuovamente anche la Toscana, ricacciandone le truppe napoletane; dopo l’armistizio di Foligno (18 febbraio 1801) la pace di Firenze col regno di Napoli (28 marzo) obbligò Ferdinando IV di Napoli a cedere lo Stato dei Presidi e ad accettare l’occupazione francese delle coste dell’Abruzzo e della Puglia. La Toscana, dove Ferdinando III era stato deposto nell’ottobre 1800, in seguito a trattative con la Spagna venne assegnata all’infante di Parma Ludovico di Borbone col titolo di re d’Etruria, insieme con lo Stato dei Presidi, mentre l’Elba e Piombino passavano alla Francia, cui dopo la morte del duca Ferdinando di Borbone (1802) doveva andare anche Parma. (Il duca Ferdinando non aveva potuto accettare per sé come compenso per Parma il regno d’Etruria, che andò quindi al figlio Ludovico.) Parma fu governata come possedimento sino al 1808 e poi annessa all’Impero francese; Lucca rimase repubblica sotto protezione francese. Quanto allo spossessato Ferdinando III di Toscana, ricevette in base al trattato di Lunéville il principato di Salisburgo e poi il granducato di Würzburg.

Divenuto imperatore nel maggio 1804, Napoleone assunse (18 marzo 1805) il titolo di re d’Italia, trasformando in Regno Italico la Repubblica Italiana; la Repubblica Ligure divenne un dipartimento dell’Impero francese nel giugno 1805, Lucca con Piombino fu trasformata in principato per la sorella di Napoleone, Elisa Bonaparte Baciocchi. Dopo la pace di Presburgo (26 dicembre 1805) l’Austria cedette il Veneto, l’Istria e la Dalmazia, che vennero aggregati al Regno Italico; la politica del blocco continentale indusse infine Bonaparte a completare il controllo delle coste italiane: nel febbraio 1806 venne occupato il regno di Napoli, assegnato dapprima a Giuseppe Bonaparte, e, dopo il suo passaggio al trono di Spagna (1808), a Gioacchino Murat. Nel dicembre 1807 venne abolito il regno d’Etruria, e la Toscana (dove nel 1809 sarebbe stata insediata come governatrice, col titolo di granduchessa, Elisa Bonaparte) fu annessa all’Impero francese; nel novembre 1807 Napoleone fece occupare le Marche, aggregate nell’aprile 1808 al Regno Italico; nel febbraio 1808 fu occupata anche Roma con tutto il Lazio e l’Umbria, trasformati in dipartimento francese, mentre Pio VII (luglio 1809) veniva arrestato e tradotto in Francia (1812). Per tutto il periodo napoleonico rimasero infine sotto protezione inglese la Sicilia e la Sardegna, dove si mantennero le case di Borbone e di Savoia. Dopo i tredici mesi di occupazione austriaca, disastrosi sia dal punto di vista politico sia finanziario, la seconda Cisalpina (proclamata il 5 giugno 1800) si trovò a dover affrontare, in una situazione di estrema provvisorietà, problemi forse ancora più gravi di quelli del triennio; mentre il comitato di governo, accusato di malversazioni e di estremismo, cadeva ben presto in discredito, si creava così lo stato d’animo favorevole alla riorganizzazione decisa da Bonaparte nel 1801 in senso conservatore, e attuata con la convocazione della consulta (o comizi) di Lione (dicembre 1801), che approvarono la creazione di un regime di “notabili”, alla cui testa era un presidente. Eletto Bonaparte a quest’ultima carica, la nuova Repubblica Italiana ebbe alla vicepresidenza Francesco Melzi d’Eril, che, approdato dall’Illuminismo a posizioni moderato-costituzionali, garantiva, insieme con l’eliminazione di ogni superstite giacobinismo, l’attuazione di una vasta politica di riforme, ma anche il consolidamento del predominio delle classi agiate e del ceto dei proprietari terrieri. La proclamazione del Regno Italico (1805), il cui governo effettivo venne affidato al viceré Eugenio di Beauharnais, segnò un’ulteriore involuzione conservatrice sia per la soppressione delle ultime parvenze di rappresentatività e di autonomie locali, sia per la subordinazione sempre più spiccata del ceto dirigente alla volontà di Napoleone. Gli anni della repubblica e del regno portarono tuttavia, attraverso una vasta politica di riforme, alla creazione di strutture più moderne e razionali, uniformi sia amministrativamente (dipartimenti retti da prefetti), sia giuridicamente (promulgazione dei nuovi codici, 1806- 1808), sia nel sistema dei pesi, misure e monete, sia in quello militare, con la creazione di un esercito e la promulgazione di una legge sul reclutamento. D’altra parte il largo tributo di sangue del regno alle campagne napoleoniche, il gravoso fiscalismo, i danni arrecati dal Blocco continentale e dalla politica doganale che favoriva le merci francesi alienavano via via più profondamente al regime napoleonlco le masse popolari e anche parte dei ceti più abbienti.

Nel regno di Napoli, nonostante il periodo di relativa tranquillità goduto dopo la pace dl Firenze, Ferdinando IV non aveva attuato alcuna delle riforme promesse ai contadini insorti, il cui malcontento andò ad aggiungersi a quello dei nobili e dei borghesi colpiti dalla reazione del 1799; Giuseppe Bonaparte, divenuto re, poté così contare su un regime assai più solido di quello giacobino, e l’amministrazione, da lui affidata prevalentemente a Francesi, passò gradualmente in mano ai Napoletani a opera del nuovo sovrano Gioacchino Murat; quest’ultimo, più indipendente da Napoleone del predecessore, si legò anche a elementi patrioti e unitari e si atteggiò a re nazionale. Le opere di riforma economica e amministrativa, in primo luogo la cosiddetta “eversione della feudalità” e la vendita dei beni demaniali, se non valsero a risolvere il problema della terra e a por fine al diffuso brigantaggio, agirono tuttavia tanto più profondamente quanto più grave era l’arretratezza in cui i Borboni avevano lasciato lo Stato. La dipendenza politica dalla Francia fu infine assoluta nei territori annessi all’Impero, che ne condivisero tutti gli ordinamenti; le più moderne strutture napoleoniche furono d’altronde lasciate in buona parte sussistere dai governi della Restaurazione, mentre si formava in tutta Italia un nuovo ceto dirigente di funzionari, magistrati, ufficiali di origine sia nobiliare sia borghese, e di sentimenti moderati e costituzionali, che doveva in parte confluire nelle correnti liberali risorgimentali. Un modello costituzionale per gli uomini del Risorgimento fu d’altronde la costituzione introdotta in Sicilia (rimasta a Ferdinando IV) da lord Bentinck nel 1812, che stabiliva, secondo il sistema inglese, la divisione tra potere esecutivo e legislativo, la responsabilità ministeriale, e un parlamento diviso in due camere, una elettiva e una ereditaria.

Negli ultimi anni del periodo napoleonico i sacrifici militari e le difficoltà economiche accrebbero lo scontento tra le masse popolari, mentre mai sopite erano le aspirazioni politiche degli antichi giacobini e si affermava nei ceti dirigenti il desiderio di una maggiore indipendenza dalla Francia e un nascente sentimento nazionale; queste correnti d’insoddisfazione trovarono sbocco in numerose società segrete, in parte di ispirazione reazionaria e cattolica (amicizia cristiana in Piemonte, sette meridionali dei trinitari e dei calderari), in parte liberali e costituzionali, con infiltrazioni giacobine (adelfi e filadelfi a nord, carbonari a sud), la cui esistenza è già testimoniata in questo periodo, benché dovessero assumere maggiore importanza durante la Restaurazione. Dopo la sconfitta di Napoleone a Lipsia (1813), sorse d’altra parte la speranza che fosse possibile ottenere per i regni napoleonici in Italia l’indipendenza sia dalla Francia sia dall’Austria. In Lombardia, la cui sorte fu lasciata in sospeso dall’armistizio di Schiarino Rizzino (16 aprile 1814) tra Eugenio di Beauharnais e l’Austria, il senato milanese votò l’invio a Parigi di una deputazione che chiedesse l’indipendenza; ma lo stesso giorno (20 aprile) la popolazione insorse uccidendo l’odiato ministro delle finanze Prina; di questa situazione approfittò l’Austria per instaurare una reggenza, che il 12 giugno proclamò l’annessione della Lombardia all’Impero austriaco. A Napoli Murat, staccatosi da Napoleone, tentò di conservare la corona dichiarando guerra all’Austria e pubblicando il famoso proclama di Rimini (30 marzo 1815), che prometteva agli Italiani la libertà, l’indipendenza e la costituzione, ma fu rapidamente battuto (a Tolentino, 3 maggio) e costretto a rifugiarsi in Corsica (convenzione di Casalanza, 20 maggio 1815); di qui fece un ultimo tentativo di riscossa, sbarcando in Calabria, ma, catturato dai Borboni, fu fucilato il 13 ottobre 1815.

Le sorti dell’Italia vennero quindi definitivamente decise dal congresso di Vienna, che restaurò gli antichi sovrani: il regno di Sardegna, con la Liguria, Nizza e la Savoia, fu assegnato a Vittorio Emanuele I di Savoia; la Lombardia, il Veneto e la Valtellina, col nome di Regno lombardo-veneto, divennero parte integrante dei domini absburgici, mentre il Trentino, Trieste e l’Istria, sempre sotto dominio austriaco, erano uniti alla Confederazione germanica; il ducato di Parma, Piacenza e Guastalla venne assegnato a Maria Luisa d’Absburgo, moglie di Napoleone, alla cui morte sarebbe dovuto tornare ai Borboni, cui era dato nel frattempo il ducato di Lucca; il ducato di Modena, Reggio e Mirandola andò a Francesco IV d’Austria-Este, figlio dell’arciduca Ferdinando e di Maria Beatrice d’Este, assorbendo dopo la morte di quest’ultima anche il ducato di Massa e Carrara; a Ferdinando III d’Absburgo- Lorena venne restituito il granducato di Toscana, accresciuto di Piombino e dello Stato dei Presidi, e destinato ad assorbire anche il ducato di Lucca dopo il ritorno dei Borbone a Parma; lo Stato Pontificio venne ricostituito nei confini tradizionali, eccetto Avignone, sotto il pontefice Pio VII; l’antico regno di Napoli, infine, divenuto regno delle Due Sicilie, tornò sotto il dominio di Ferdinando I di Borbone, già Ferdinando IV di Napoli.

² Trasformazioni economiche e sociali durante il periodo napoleonico

Con le leggi eversive della feudalità, l’incameramento dei beni ecclesiastici e la vendita dei beni nazionali, l’età napoleonica attuò anche in Italia una trasformazione del regime della proprietà, liberata dagli antichi vincoli feudali; ma le terre così immesse sul mercato finirono in gran parte nelle mani degli antichi proprietari nobili o della più ricca borghesia cittadina, con conseguenze particolarmente gravi nell’Italia meridionale, mentre i contadini, benché liberati in parte dai censi feudali (di cui fu però decretato in molti casi il riscatto in danaro), videro talvolta peggiorata la loro condizione sia per il rafforzamento dei proprietari sia per la perdita degli usi civici sui beni demaniali o comunali messi in vendita. Accanto al consolidamento di una classe borghese e aristocratica a base terriera, si ebbe un relativo riordinamento finanziario, sia pur minato alla base dal peso dei tributi percepiti dalla Francia, con il risanamento del debito pubblico a Milano e a Napoli e con varie riforme tributarie, che sostituirono alle congerie delle antiche imposizioni un’imposta fondiaria, ma anche un numero sempre crescente di imposte indirette gravanti soprattutto sulle classi meno abbienti. L’unificazione politica dell’Italia settentrionale, con la soppressione di molte barriere doganali e l’iniziale tendenza liberistica del regime napoleonico in tutta Italia, crearono d’altronde le condizioni per uno sviluppo dei commerci e delle industrie

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