LE TRAGEDIE

LE TRAGEDIE

Le tragedie di Alessandro Manzoni

FONTE:http://old.liceogalvani.it/


Sono due, Il Conte di Carmagnola (scritto fra 1816-19 e pubblicata nel ’20) e Adelchi (scritta fra 1820-22 e pubbblicata nel ’22). Si noti che la loro stesura è contemporanea all’Inno sacro La Pentecoste (1817-22), segno che M. sta sperimentando diversi generi letterari, per trovare quello più adatto a esprimere alcuni valori fondanti del messaggio cristiano – la giustizia superiore e la libertà spirituale, che coincide con la dedizione alla fede – nel concreto agire umano.

Il teatro di M. è a) di argomento ed ambientazione storica; b) di ispirazione etico-religiosa; c) di strutturazione anticlassica:

le tragedie sono ambientate rispettivamente nel Quattrocento, fra il 1425 e il 1432 Il Conte di Carmagnola, e in età longobarda Adelchi, fra 772 e 774. Trame: v. sul manuale. L’ambientazione storica è ricostruita fedelmente, dopo lungo studio e ricerche storiche accurate, di cui l’autore dà conto in opere storiografiche (a es. il Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia, del ’22). Gran parte dei personaggi è esistita realmente, solo alcuni sono d’invenzione, ed hanno lo scopo di completare la ricostruzione di un contesto verisimile, dando la possibilità all’autore di indagare e rappresentare l’interiorità dei personaggi storici, di farli parlare e muovere in una rete di relazioni familiari, amicali, istituzionali che chiarisca i loro moventi, la loro vicenda, il loro dramma. Osserviamo qui l’opzione manzoniana per una poesia storica che abbia come argomento il “vero”, come aveva scritto nel ’20 nella Lettre à M. Chauvet. Rispetto alla tragedia classica (p. es. dell’Alfieri), va in questa direzione anche la scelta di mettere in scena numerosi personaggi (perché è più realistico): nell’Adelchi l’attenzione è largamente concentrata sul popolo italico oppresso prima dai longobardi e poi dai franchi (e adombra la condizione degli italiani soggetti agli stranieri del primo Ottocento); è questo il senso della poetica “oggettiva” perseguita dal M.

l’autore ha una concezione eteronoma dell’arte (come risulta già chiaro negli Inni sacri), ossia concepisce l’arte / la letteratura in funzione del suo obiettivo educativo: lo scopo della letteratura è ispirare una riflessione etico-religiosa che conduca a comprendere il ruolo dell’uomo nel mondo e la necessità di testimoniare la fede ed affidarsi alla provvidenza di Dio: alla poesia è assegnato il compito di dire ciò che la storiografia tace, cioè i sentimenti, il travaglio interiore dei personaggi, le vicende e i drammi dei vinto. Ecco cosa significano “l’utile per iscopo” e “interessante come mezzo” della citata Lettre;

in nome della fedeltà alla storia ed alla verosimiglianza, l’autore rifiuta le unità di tempo e di luogo della tragedia classica (cfr. Prefazione al Carmagnola, Lettre a M. Chauvet e altri testi teorici), mentre mantiene l’unità d’azione, che garantisce unitarietà tematica; si tratta una grande innovazione tecnica, motivata da una rivoluzione concettuale: come si potrebbe, infatti, dare conto della complessità dello svolgimento di una vicenda, delle trasformazioni intime dei personaggi, degli effetti che si producono, limitandosi a un solo luogo ed una sola giornata? Non l’acmé dell’azione in se stessa interessa a M., ma tutto il percorso che porta ad essa;

un’altra innovazione innovazione tecnica è l’introduzione del coro come momento della riflessione morale, religiosa e politica dell’autore, sia per commentare le vicende sia per investigare l’animo dei protagonisti (Ermengarda, per es., nel coro dell’atto IV dell’Adelchi) o i sentimenti della collettività (nel coro dell’atto III dell’Adelchi): anche questa seclta va nella direzione della oggettivazione della storia narrata, che l’autore, onnisciente ed esterno, conosce, commenta e giudica.

La concezione dell’esistenza umana che emerge in entrambe le tragedie è la coscienza tragica dell’esistere sulla terra, dove la storia si snoda come risultato delle decisioni e delle azioni dei diversi attori, mostrando la tracotanza e la violenza dei sopraffattori e la sofferenza delle vittime: la provvidenza non porta la giustizia sulla terra, perché ognuno è responsabile delle proprie azioni e ne risponde a Dio; la grazia di Dio si manifesta solo nel cuore umano, se questo la vuole accogliere, se le si apre (linea Sant’Agostino – Pascal): solo in questo caso otterrà giustizia, ma non in questa vita, bensì nell’altra; allo stesso modo, la libertà è solo nella fede, e si realizzarà solo in Per questo i personaggi delle tragedie manzoniane sono o violenti o buoni, o carnefici o vittime. Il giudizio sulla storia non lascia nessuno spiraglio di ottimismo: essa è teatro di violenza, perpetrata spesso anche da chi non vorrebbe esserne colpevole, come nel caso di Adelchi. La vera libertà dell’individuoconsiste nell’accettare la “provvida sventura” (così si esprime l’autore rivolgendosi a Ermengarda morente nel coro dell’atto IV dell’Adelchi) e anche la morte (così Adelchi e Carmagnola). In modo più complesso e sottile, il personaggio di Adelchi tenta anche, nel momento della morte, di portare il verbo cristiano ad agire beneficamente anche nella storia, insinuando un pensiero di pietà nel vincitore Carlo verso suo padre Desiderio, vinto e vecchio. Ma il messaggio che ne viene è chiaro: i singoli possono modificare valori e comportamento solo se toccati nel cuore, e comunque sempre nei limiti della logica spietata della storia (a Carlo Adelchi non chiede di liberare il padre, ma solo di preservarlo da oltraggi). Nessuna delle due tragedie prospetta la possibilità che il cristianesimo militante, eroico e attivo nella vita di tutti i giorni possa cambiare le cose: in parte, questo sarà un tema del romanzo I promessi sposi.

Nelle tragedie predomina dunque un pessimismo di marca giansenistica.

Sintesi dei temi chiave: pessimismo sulla storia, consapevolezza della responsabilità personale, valore eterno della verità e della giustizia, fede, accettazione del proprio destino in attesa del premio nell’aldilà (“fuor della vita è il termine del tuo lungo martìr”).

Modelli: Shakespeare soprattutto; in parte Schiller; Alfieri solo per l’analisi psicologica.

Linguaggio ancora alto, ma meno aulico di quello alfieriano; il metro ha un andamento orecchiabile e popolare  nei cori (dodecasillabi e settenari, rispettivamente nei due cori citati)

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